Nel Ventre del Dragone
•settembre 17, 2011 • 18 commentisquilibri e motori della transizione cinese
Immaginate un vasto fiume tranquillo, il fragore lontano delle cascate. In queste acque procede una grande nave, come un transatlantico. La prua è rivolta a valle, ma è in corso la manovra per invertire la rotta. Per la gigantesca stazza della nave, e la complessa potenza delle macchine, l’operazione è estremamente lenta e delicata. Non v’è alcun dubbio che la potenza dei motori avrebbe facilmente ragione della corrente avversa, una volta correttamente orientata: l’incertezza è tutta nella difficoltà della manovra, l’inerzia della grande nave è tale che una troppo brusca virata farebbe perdere il controllo del timone, causare il naufragio che si vuole evitare. La manovra procede con estrema lentezza, il ruggito della cascata aumenta.
Questa è forse la condizione della Cina, vasta nave, del suo sistema finanziario reale (ben più intricato di quello ufficiale) – complesso motore che rischia di portare il paese attraverso gravi squilibri fino all’erompere di una o più bolle speculative.
Noi scendiamo in sala macchine, a vedere come stanno le cose.
Quando si parla di squilibri nell’economia cinese si pensa quasi sempre al tasso di cambio (sulla cui gestione si concentrano rimostranze e pressioni occidentali, soprattutto di Washington), o al tasso d’inflazione (oggetto delle preoccupazioni cinesi). E’ in corso da alcuni anni (ma con particolare intensità da questa primavera) tra gli addetti ai lavori un serrato dibattito sulla presenza nel tessuto economico cinese di importanti bolle speculative, ovvero di altre e più profonde distorsioni strutturali nella allocazione delle risorse – di questi scompensi i profili di cambio e prezzi sarebbero in parte causa, in parte sensore.
I focolai sembrano molteplici:
_ recentemente hanno suscitato una certa inquietudine report ufficiali e analisi delle banche d’affari sulla finanza delle amministrazioni locali. Se il National Audit Office (NAO) cinese parla di circa 10.700miliardi di renminbi (rmb), pari a un sostenibile 27% del Pil, gli analisti di Standard Chartered – banca d’affari focalizzata in particolare sull’estremo oriente – “vedono” un ammontare decisamente superiore (altri 4mila mld di “credito informale”). Non si tratta tanto del valore, assoluto o in rapporto al Pil, quanto dell’opacità e fragilità del sistema finanziario su cui il debito insiste. Il tasso di interesse praticato dalle banche sul credito “periferico” è stimato a un 6% medio, molto superiore al tasso ufficiale del 2%, che vige per il debito del governo centrale. Considerato il profilo delle scadenze la pressione sulle amministrazioni locali è già opprimente (un 21% delle entrate solo per pagare gli interessi, quest’anno), ma destinata ad arrivare a livelli drammatici nei prossimi due-tre anni. In realtà già Shanghai e lo Yunnan hanno fatto presente di avere capacità di onorare solo il pagamento degli interessi. Un aspetto particolarmente preoccupante è che proprio il credito informale, di cui il NAO non tiene conto, appare il più inaffidabile e privo di collaterale. A questo si aggiunge che la stretta in corso sul credito, parte essenziale della manovra del governo volta a prevenire/assorbire bolle speculative e inflazione, colpisce in particolare province, città e imprese medio-piccole. Quasi sicuramente il bilancio nazionale dovrà farsi carico di una parte importante del debito periferico, se non vuole correre il rischio di insolvenze generalizzate in grado di minare la credibilità del sistema bancario.
_ il credito alle grandi opere infrastrutturali (ferrovie, autostrade, aeroporti, interi quartieri e città..) e all’industria pesante opera al di fuori di ogni regola di mercato, potendo attingere al vasto bacino del risparmio a tassi amministrati, estremamente e artificiosamente bassi. E’ soprattutto in questo snodo che si vede chiaramente la presa politica sull’economia, il ruolo demiurgico del partito comunista nel plasmare e orientare la formidabile crescita cinese, e dopotutto deve essere stato fatto un buon lavoro se i risultati sono quelli che tutti sappiamo: è sicuro che si deve all’esistenza e alle prospettive di sviluppo di vaste e moderne reti infrastrutturali se la Cina ha attratto in questi decenni tanta parte dei flussi globali di investimento diretto, ed è diventata “la fabbrica del mondo”, ma alcuni economisti puntano il dito su autostrade deserte, aeroporti nuovi di zecca e rimasti intatti, intere città fantasma e impianti siderurgici inutilizzati. Sarebbero questi chiari segnali di un eccesso di investimento che porterà tra breve a una catastrofica crisi da sovracapacità produttiva. Questo il parere dell’autorevolissimo “corvaccio” Nouriel Roubini, esperto in cigni neri e grande vaticinatore del tracollo subprime negli Usa.
In realtà ricerche specifiche in materia, condotte tra vari settori e regioni, non segnalano alcuna evidenza di un declino nel tasso di rendimento del capitale, tipico parametro utilizzato per misurare l’efficienza di un investimento. Lo stock di capitale per persona o per ora-lavoro è ben al di sotto dei livelli prevalenti nelle maggiori economie sviluppate, e carenze infrastrutturali permangono in vasti territori, dagli acquedotti alla rete elettrica. Roubini e i pessimisti però potrebbero avere ragione, perché anche l’investimento utile deve assecondare la limitatezza delle risorse e le direttive di sviluppo di una società in trasformazione: si devono rispettare delle priorità, e quelle della Cina odierna sono in gran parte dettate dalle problematiche dell’urbanizzazione e di una necessaria crescita dei consumi. Dunque meno industria pesante e infrastrutture per l’export (altamente energivoro, ha esternalità enormi su ambiente e salute e crea poca occupazione), e più reti idriche e fognarie, elettriche, e ferrovie ad alta velocità, metropolitane (in grado non solo di agevolare la logistica e ridurre costi di distribuzione, facilitare la mobilità del lavoro, ma anche di generare tempo libero per maggiori consumi e migliore qualità della vita), ma anche le infrastrutture “soft” del nascente Stato Sociale: istruzione, servizio sanitario, previdenza sociale, cultura e impianti sportivi.
_ la bolla di credito offerto da privati e banche “informali”: la contrazione del credito “ufficiale”, voluta dalla dirigenza cinese e perseguita attraverso successivi rialzi nei tassi di interesse e direttive al sistema bancario, ha razionato la liquidità soprattutto ad amministrazioni locali e piccole e medie imprese, in particolare nel settore dello sviluppo immobiliare. Questo ha favorito l’affermarsi, in particolare nell’ultimo anno, di un ricco sottobosco di finanza informale, prestiti da privati e da istituti non riconosciuti, a tassi estremamente elevati: una manna per risparmiatori costretti ad accettare rendimenti reali quasi nulli o negativi, al tasso ufficiale. Si è così pompata una vasta massa di credito irregolare, sommerso, quasi sempre privo di garanzie. Viene da chiedersi: a) quali conseguenze potrebbe avere sulla stabilità finanziaria e sull’economia un crack , una vasta insolvenza. b) quale genere di business possa generare ritorni così elevati da giustificare e soddisfare tassi debitorii così stellari: in qualche modo la bolla del credito informale rimanda ad altre bolle speculative.. probabilmente nell’immobiliare.
_ Il settore immobiliare è diventato negli ultimi due anni, forse più dello stesso investimento infrastrutturale, il primo dei sospetti. E’ comunque una industria di vastissime dimensioni, il cui andamento è considerato decisivo per gli sviluppi dell’economia cinese e mondiale, dato l’impatto enorme che ha sul consumo di materie prime: aggregando all’edilizia l’indotto (cioè la componente di investimento infrastrutturale ad essa collegato, la produzione di impianti domestici e almeno parte dell’automobilistico) si arriva a 2/3 del consumo interno di acciaio (ovvero di quel 50% del consumo globale cui ammonta la Cina). L’immobiliare è dunque insieme uno dei motori del pericoloso boom nell’investimento industriale verificatosi a partire dal 2009, e la fonte di una possibile, rovinosa bolla speculativa. Anche qua il dibattito è in corso tra gli analisti, tra quelli che
vedono in una serie di parametri un andamento completamente fuori mercato di prezzi e volumi, e l’imminenza di una drastica correzione, con conseguenze destabilizzanti sull’intera economia, e chi sostiene che quei coefficienti non possono essere pesati rispetto al mercato cinese – una realtà che ha un dinamismo economico e demografico incomparabile alle economie del G8 – nei modi consueti. Grattacieli, centri direzionali, interi quartieri e città ora deserti saranno popolati in futuro, secondo gli ottimisti.
Non è facile ricostruire le effettive dinamiche di quel mercato, in Cina, per la carenza di dati attendibili da parte delle autorità centrali e locali, nondimeno a Giugno si è rilevata una caduta dei prezzi nelle nove città più grandi ( -4.9% in un anno), e l’Economist ha tentato di recuperare e sintetizzare i dati grezzi disponibili in un indice comprensivo di settanta città: ne emerge un drastico rallentamento nella corsa dei prezzi, ma comunque un trend in moderato rialzo. In pratica la stretta creditizia del governo starebbe funzionando, inducendo un rallentamento e poi uno stop, forse una graduale correzione nei prossimi mesi e anni. In realtà, per l’immobiliare, i primi effetti di una inversione non si misurano sui prezzi, ma sui volumi e sull’andamento del debito: sperando in una ripresa del mercato molti operatori preferiscono rimanerne fuori (contrazione nel volume degli scambi), attingendo a linee di credito (ufficiale o informale) per pagare i conti. Questo sembra essere proprio quel che è accaduto in questi mesi: l’eventualità di un traumatico redde rationem con crolli dei prezzi, insolvenze a valanga, e seri danni alla stabilità delle banche, non può essere esclusa.
Dove ha fatto rotta in questi anni, a partire dal 2008 della Grande Crisi finanziaria, il Timoniere? Proviamo a ricostruire la storia.
fra pochi giorni.
Poker cinese sull’Euro
•luglio 28, 2011 • 2 commentila partita
dell’Euro, la mano cinese
Eppur non si muove – nonostante tutto l’euro regge sui mercati. Mentre la
contraddizione al cuore del sistema, il suo essere primo e unico caso di moneta
che non esprime una sovranità politica, le sta producendo una sorta di collasso
al rallentatore, non si è verificato alcun tracollo nei cambi – in particolare
verso il dollaro. E’ vero, il biglietto verde si trova in una condizione
apparentemente simile, di controintuitiva tenuta a fronte di politiche (da
parte della Fed) e non-politiche (l’impasse tra Congresso e Casa Bianca su
tetto del debito e manovra di rientro dal medesimo) che ne minano la solidità.
Eppure c’è qualcos’altro, dopotutto l’euro fronteggia una minaccia esistenziale
(nessuno si chiede ragionevolmente se il dollaro continuerà a esistere fra tre
o quattro anni). Proprio per questa intima fragilità, anzi inconsistenza, della
costruzione politica dietro la moneta, il cambio incorpora una forte componente
speculativa, aspettative su una crisi politica – prima che finanziaria –
dell’unione. Da qualche tempo nella partita di poker sull’euro è entrato un
nuovo giocatore, la Cina. Un giocatore il cui peso altera significativamente le
aspettative: i flussi valutari sono imponenti, ma sono soprattutto
le vaste riserve in valuta del paese a dissuadere la speculazione da attacchi
in grande stile. Erede di una millenaria sapienza taoista, il Socio Cinese sa
come giocare una partita di poker, che le battaglie si vincono prima di (o senza)
essere combattute, ma anche che non è saggio, nel lungo periodo, andare contro
il mercato. Questo semplicemente riflette, e prepara, il possibile collasso
(geo)politico dell’Unione dietro la moneta, e se dovesse verificarsi il default
greco o una rottura aperta e insanabile nella cittadella politica, l’asse
Berlino-Parigi, dal varco nella muraglia
le orde speculative dilagherebbero incontrastate, Pechino dovrebbe ritirarsi
dalla difesa, e con gran danno.
L’interesse di
Pechino
Perché la Cina si assume il rischio di questa operazione? Facciamo qualche
ipotesi:
_ l’eurozona è il primo mercato di
sbocco dell’export cinese, ormai anche più importante degli stessi Usa, una sua
destabilizzazione finanziaria ed economica sicuramente si ripercuoterebbe
negativamente sulla “fabbrica del mondo”.
_ è in corso da alcuni anni una graduale
diversificazione delle riserve cinesi dal dollaro e dai treasury bonds (i
titoli del Tesoro Usa) e l’euro, è l’alternativa naturale. Esistono
naturalmente valute più solide in questa fase storica, ma real brasiliano, franco
svizzero o dollaro australiano non offrono mercati finanziari abbastanza
liquidi e sviluppati per le esigenze di un “operatore” come la Cina.
_ c’è una questione di respiro più
strategico: il sistema finanziario globale è entrato da alcuni anni in una fase
di transizione, al termine della quale il dollaro non avrà più la centralità
“tolemaica”che ha nel firmamento attuale. Il renminbi appare destinato a
sostituirlo, nel lungo periodo (se pure non con quel grado di egemonia), ma è
un processo che richiederà alcuni decenni. Attualmente è l’euro l’unico
concorrente serio del dollaro come valuta di riserva e come moneta di scambio
nel commercio internazionale. La sua esistenza offre a Pechino (e non solo) non
semplicemente un “porto sicuro” per investire le proprie riserve in alternativa
ai titoli denominati in dollari, ma anche una sponda fondamentale per mettere
in questione (gradualmente, siamo cinesi) la pericolante (e pericolosa)
centralità del dollaro, prefigurare e cominciare a costruire una architettura
finanziaria globale per la transizione. Se veramente il gruppo dirigente cinese
pensa a un paniere di valute di riferimento per traghettare il sistema globale
dalla crisi strutturale del dollaro a un nuovo ordine (del) Pacifico, è chiaro
che il fallimento del progetto euro renderebbe impercorribile questa rotta.
La moneta unica europea inoltre rappresenta
una soluzione, un partner ottimale, con la sua vastissima base economica,
mercati finanziari sviluppati alle spalle e un potere politico più
inconsistente che soft, apparentemente molto meno risoluto di Washington nel
far valere proprie ragioni e interessi. E comunque la simbiosi cinese, il patto di mutua distruzione assicurata che
lega economicamente e finanziariamente Cina e Usa, se si è rivelato in parte
deleterio per questi, ora appare sempre più pericoloso o almeno inaffidabile
anche a Pechino. Gli anni a venire, inoltre, sembrano destinati a rivelare o
infiammare diverse dorsali di conflitto tra le due superpotenze, primariamente
sulla competizione per le risorse energetiche.
I “no”dell’Unione
Europea
In realtà la dirigenza cinese ha scoperto alcuni anni fa che pure il
rissoso club europeo, la UE, può dire i suoi niet. Forse perché viene da
Venere, come piace pensare ai neocon americani, l’UE non si oppone frontalmente
come fa Washington, piuttosto si nega, ma con conseguenze non meno pesanti.
Alcuni anni fa l’intesa con la Cina si costruiva non nelle sale operative dei
mercati finanziari, ma al massimo livello, quello politico dei grandi accordi
strategici. Il punto più alto fu nel 2003, con la firma del partenariato
strategico e la cooperazione sul progetto Galileo (il sistema di navigazione
satellitare europeo di nuova generazione), un programma di sviluppo industriale
di altissimo profilo tecnologico e politico, con il coinvolgimento dei settori
della sicurezza e della difesa. Negli anni successivi i rapporti si andarono
progressivamente deteriorando, per il peggioramento del deficit commerciale
europeo con la Cina, e una serie di pratiche commerciali scorrette ritenute alla
sua origine – ma anche per passaggi simbolici importanti, come la mancata
revoca dell’embargo UE alle forniture di armi a Pechino (risalente a Tienanmen, giugno 1989). Nel 2008 si arrivò
così alla esclusione della Cina (il più grande partner non europeo) dal bando
di gara per la “fase due” del Galileo, causa la mancata adozione da parte
cinese di un importante trattato WTO (Organizzazione Mondiale per il Commercio)
sugli appalti pubblici. Conflitti sulla (mancata) tutela della proprietà
intellettuale e sulla concorrenza che Pechino si prepara a lanciare proprio sul
terreno della navigazione satellitare – con un proprio sistema in gestazione -
erano all’origine della rottura, ma è ben possibile che – come sostenuto da
Pechino – abbia giocato un ruolo la diffidenza Usa riguardo all’accesso dei
partner cinesi alle parti strategicamente sensibili del sistema.
Il Dragone per parte sua recrimina pure sul mancato riconoscimento da parte
di Bruxelles dello status di economia di mercato (MES), e sulle connesse misure
europee di protezione antidumping.
Una partita aperta
Queste sono tutte partite aperte tra Cina e UE (ed Eurolandia in
particolare), ma i rapporti di forza sono cambiati, e ora Pechino segue una sua
strada di integrazione economica con l’Europa, più unilaterale. Non si tratta
solo di entrare come azionista dell’euro, nel suo bacino di debito pubblico:
anche fondi sovrani e grandi società (e privati) cinesi investono nelle imprese
europee – per diversificare ma anche per accedere a riserve di know-how e
tecnologia – e nelle grandi infrastrutture (soprattutto porti mediterranei e
del Nord), a supporto del proprio export. La Cina inoltre è cresciuta, ora è
anche un vasto e importante mercato, assolutamente decisivo per l’industria
tedesca, anche questo è chiaramente un canale forte di presa
politica sul continente.
Bruxelles però, come si è visto, ha ancora molto in serbo da offrire per una
Grande Entente con la Cina, che la
coinvolga sulle grandi questioni globali di medio-lungo periodo – e l’economia
cinese ha le sue contraddizioni e debolezze finanziarie, con cui deve pur fare
i conti, mentre gioca le sue riserve in valuta nelle grandi partite
geopolitiche.
nel corso di un anno l’euro si è apprezzato sul dollaro usa
di un 9%, sulla sterlina di un 3-4%, di un 5% sul renminbi cinese. Si calcola
che dall’estate scorsa Pechino abbia investito in attività denominate in euro, ovvero
titoli di debito sovrano o a questo connessi, per un valore di almeno 200
miliardi di dollari. La banca centrale cinese è accreditata di riserve
complessive per un valore di circa 3100 miliardi di dollari, di queste un
quarto è in titoli di debito pubblico europei (un 8% dello stock di debito
complessivo). In particolare la Cina detiene il 12% del debito spagnolo, 12%
del debito greco, 13% del debito italiano.
Se gli Usa rompono il salvadanaio
•luglio 25, 2011 • 3 commenti
23 June 2011 Paris — International
Energy Agency (IEA) Executive Director Nobuo Tanaka announced today that the 28
IEA member countries have agreed to release 60 million barrels of oil in the
coming month in response to the ongoing disruption of oil supplies from Libya.
La decisione è tecnicamente dell’Iea, di fatto fortemente voluta dagli Usa
e da questi in gran parte sostenuta (il 50% delle riserve coinvolte). Il
comunicato dell’organizzazione spiega che si tratta di una soluzione-ponte in
attesa che le promesse saudite di attingere ai propri margini di capacità
inutilizzata possano concretizzarsi. Effettivamente una interruzione nelle forniture
petrolifere da parte di un importante esportatore (Libia) è in atto, dunque la
decisione Iea è formalmente ineccepibile: alle riserve non si può attingere semplicemente
per calmierare il prezzo del barile. Nondimeno Continua a leggere ‘Se gli Usa rompono il salvadanaio’
Africa 2011 – le città la guerra l’energia
•maggio 8, 2011 • Lascia un commento
Qualcosa di potente si sta muovendo sotto la pelle dell’Africa. Mentre la scena, dall’Egitto alla Nigeria, dalla Costa d’Avorio al Sudan, è attraversata da nuovi tumulti per il pane e da tensioni di guerra civile, da spaventosi attentati terroristici, si possono osservare movimenti più profondi e possenti, destinati a cambiare volto al continente dimenticato, integrandolo finalmente nelle grandi correnti dell’economia globale.
In questa soglia di decennio vediamo chiaramente due tendenze nuove, sull’energia (che da semplice riserva dell’Occidente si fa expertise e industria capace di produrre valore aggiunto, competere con le multinazionali, e alimentare il decollo economico e sociale del continente) e sulla demografia, con la potente spinta all’urbanizzazione – e una vecchia malattia, la guerra endemica. Continua a leggere ‘Africa 2011 – le città la guerra l’energia’
L’antidottrina Obama
•maggio 5, 2011 • Lascia un commentoI would prefer not to
Gli Usa dal paradigma Achab
alla dottrina Bartleby
Non c’è una dottrina Obama. E non ci sarà (presumibilmente). La grande
stampa anglosassone parla di Reticent America (Financial Times), e
almeno dal discorso di accettazione del Nobel si aspettava uno statement più
netto sulle linee portanti di politica estera. Non si tratta neanche del
wilsoniano “parla piano, porta con te un grosso bastone”, quanto di un
rovesciamento, almeno parziale, delle logiche stesse della deterrenza, nel
nuovo contesto strategico. Una dottrina di politica estera e di sicurezza
nazionale è utile per esercitare un controllo implicito, non guerreggiato,
attraverso la dissuasione. Continua a leggere ‘L’antidottrina Obama’
Un altro Cigno Nero (seconda parte)
•febbraio 12, 2011 • 5 commenti
La crisi dei prezzi alimentari (in realtà tutte le commodities stanno attraversando una fase fortemente rialzista da circa un anno) incorpora anche una complessa componente finanziaria.
All’inizio di novembre, subito dopo le elezioni di mid term, la Fed vara la seconda fase di quantitative easing (allentamento quantitativo, QE2), operazioni di mercato aperto con cui la banca centrale acquista titoli e immette ampia liquidità nel sistema finanziario, 6-700 mld di dollari. L’allentamento porterebbe di per sé a un deprezzamento del dollaro, ma di fatto questo avviene più che altro sui mercati delle commodities (dove il biglietto verde domina incontrastato, come mezzo di pagamento), perché molte economie – soprattutto le emergenti ed export driven, come la stessa Cina – mantengono per scelta l’ancoraggio al dollaro, preferendo immettere a loro volta vaste quantità delle rispettive valute sui mercati (e così generando un focolaio di inflazione), anziché lasciare fluttuare liberamente il cambio. L’effetto netto è dunque, per questi paesi, un aumento di prezzo reale nell’import di beni fungibili.
Paesi che non adottano questa politica si trovano a subire un drastico apprezzamento del cambio, e un duro colpo alla competitività dell’export (è il caso del Brasile). Alcune economie, come la Cina, si proteggono dall’influsso di hot money dagli Usa e relativa pressione inflazionista, grazie a un solido controllo dei movimenti di capitale, ma la muraglia regge fino a un certo punto: anche nell’impero di mezzo si manifestano forti aumenti dei prezzi, soprattutto nel nevralgico settore alimentare, e nell’immobiliare. Continua a leggere ‘Un altro Cigno Nero (seconda parte)’
Un altro Cigno Nero (prima parte)
•febbraio 11, 2011 • 3 commenti
In queste ore l’Egitto è in fiamme. Ma prima è caduto il regime in Tunisia, ci sono stati e continuano moti e suicidi dimostrativi in Algeria, dimostrazioni in Yemen, tensioni in Libia, Libano e Siria, dopo i violenti disordini nel Mozambico, a settembre. Naturalmente la crisi egiziana riflette tensioni e contraddizioni proprie di quel paese, ignorate o represse per decenni, e quelle decideranno (assieme a cruciali relazioni internazionali) l’esito di questa fase insurrezionale – tra guerra civile, rivoluzione democratica o islamica, o jacquerie e repressione. Presenta inoltre profili geopolitici particolarmente nevralgici:
_ si tratta del più grande, importante paese arabo (a parte, forse, la superpotenza energetica saudita)
_ è un alleato-chiave degli Usa nel mondo arabo e islamico, storicamente moderato e amico di Israele
_ una discreta potenza energetica (nel gas naturale)
_ controlla la giugulare dei traffici commerciali globali, Suez, e la via del Mar Rosso (cruciale per la proiezione strategica degli Usa). Le stesse operazioni in Iraq e Afghanistan ne dipendono per la logistica. Continua a leggere ‘Un altro Cigno Nero (prima parte)’
Iraq – memorie del sottosuolo (parte terza)
•dicembre 25, 2010 • 11 commentiDove Pinocchio semina le sue monete d’oro nel campo dei miracoli (petroliferi), rischia lo strangolamento e viene – forse – salvato da Mangiafuoco.
L’altra opzione (ma in realtà è connessa alla prima) è quantitativa: la Turchia ha un fabbisogno di circa 800mila b/d, se il Kurdistan iracheno fosse in grado di coprirlo, per Ankara la tentazione di trattare direttamente con Erbil e bypassare il governo federale potrebbe farsi forte.
La Turchia è comunque un socio inevitabile, di quell’aggiramento, perché gli idrocarburi non potrebbero che transitare sul suo territorio.
Ma più che una geopolitica si è rivelata una petromitologia, un realismo ingenuo. A partire dall’inizio del 2009 le fortune di questa strategia di “liberazione nazionale” incontrano una serie di rovesci, maturano nella società irachena e nelle liaison petrolifere una serie di tendenze che minano e fanno saltare uno dopo l’altro i capisaldi di quel progetto, formano un movimento a tenaglia sul Kurdistan iracheno.
La caduta di tensione del movimento confederalista e la perdita di coesione nell’asse con gli sciiti si manifesta con evidenza nelle elezioni politiche del marzo 2010, ma già nel gennaio del 2009 nella provincia di Ninive, territorio conteso e di fatto occupato dai peshmerga, gli arabo-sunniti portano a una schiacciante vittoria il partito al Hadba e la sua piattaforma politica esplicitamente revanchista e ostile ai Curdi. Nell’agosto dell’anno precedente, sempre in un territorio conteso, quello di Khanaquin, si era sfiorato il confronto militare tra forze del KRG e contingenti dell’esercito iracheno – la mediazione americana, supportata da una decisiva presenza militare sul campo, aveva evitato lo scontro. Kirkuk rimane un’altra pericolosissima faglia. Continua a leggere ‘Iraq – memorie del sottosuolo (parte terza)’
Iraq, memorie del sottosuolo (parte seconda)
•dicembre 16, 2010 • 10 commentidove gli Sciiti esitano e i Curdi sperano
E dunque it’s the oil, stupid.
Eppure è stata una Beresina, se non una Waterloo, la presa americana delle risorse petrolifere della mesopotamia non c’è stata, non è riuscita. Si poteva anche ammettere il caos, il sangue nelle strade, il massacro continuo del regolamento di conti tra Sciiti e Sunniti, il fallimento totale della ricostruzione (ad oggi la continuità dell’erogazione di corrente nelle città è altamente problematica, per usare un understament), ma imponenti risorse militari sono sempre state destinate al controllo dell’infrastruttura petrolifera (giacimenti, oleodotti, terminal e porti). Continua a leggere ‘Iraq, memorie del sottosuolo (parte seconda)’
Iraq, memorie del sottosuolo (parte prima)
•dicembre 13, 2010 • 8 commentiDecember 1st, 2010 Featured Trades: (IRAQI OIL), (SLB), (HAL), (BHI), (WFT)
Di cosa parliamo quando parliamo dell’Iraq? Come sempre avviene per stati di incerta sovranità, teatri di conflitto aperto e sotterraneo, si tratta effettivamente più di rapporti di forza tra potenze, vicine e lontane. Di un Grande Gioco. Continua a leggere ‘Iraq, memorie del sottosuolo (parte prima)’
l’enigma persiano, il dilemma cinese e il settimo sigillo (parte seconda)
•agosto 8, 2010 • 2 commentiScalando i gradi della possibile risposta all’Iran si deve fare i conti con l’ipotesi di un attacco convenzionale. Sui possibili scenari strategici e politici di questa possibilità si sono versati e si versano fiumi di inchiostro.. qua ci basta dire che questa minaccia da parte americana appare una pistola scarica, gli Usa non possono letteralmente permettersi una nuova grande campagna militare: quando gliela finanzierebbe Pechino (di fatto il garante di prima e di ultima istanza del bilancio federale)? E d’altra parte è noto che l’infrastruttura nucleare persiana è articolata, diffusa sul territorio, mimetizzata e sepolta a grandi profondità fortificate, quando non integrata nel tessuto metropolitano di grandi città: un semplice attacco aereo anche prolungato, non fermerebbe il programma atomico. Potrebbe però rallentarlo per un po’, e il tempo guadagnato potrebbe rivelarsi decisivo (ricordare il bombardamento del sito iracheno di Osirak.. neanche quello di per sé risolutivo, eppure a posteriori di fatto lo fu). Ma bombardare decine di siti nucleari comporta incognite enormi Continua a leggere ‘l’enigma persiano, il dilemma cinese e il settimo sigillo (parte seconda)’
l’enigma persiano, il dilemma cinese e il settimo sigillo (parte prima)
•agosto 7, 2010 • 3 commenti
L’enigma persiano non può essere sciolto certo ricorrendo solo a una lettura energetica, o comunque economica, mi ricorda Gabriele nel suo commento al mio precedente post su Iran/Arabia Saudita. Questo pezzo sia dunque anche una replica (più articolata diquella già pubblicata) al suo stimolante intervento
Il blog è dedicato alla geopolitica dell’energia, ma questo definisce più il focus di interesse che la lente e le sue curvature: so bene che la geopolitica non può limitarsi a un approccio economico, o strategico-militare.
L’economia è un buon paradigma, e del resto Continua a leggere ‘l’enigma persiano, il dilemma cinese e il settimo sigillo (parte prima)’
qualche ipotesi sull’Iran (e sull’Arabia Saudita, e su Israele)
•luglio 29, 2010 • 2 commenti
i post su Iran/Arabia Saudita hanno avuto una certa attenzione, come era anche immaginabile per un tema molto caldo, sotto i riflettori da diversi anni e che manda bagliori di guerra, se non di apocalisse nucleare. Tento di dare qualche risposta ai lettori, in particolare alle questioni poste da Giuseppe Ragonese. Anche qua, come potete vedere, cherchez l’energie…
Precisiamo: l’Iran è una superpotenza energetica (in petrolio e gas), non un paese che ha bisogno di aiuti internazionali. E naturalmente questo vale a maggior ragione per i sauditi. Di per sè Teheran dispone, o potrebbe disporre, di risorse e strumenti per condizionare gli assetti mondiali, e del resto già la sua scelta di isolamento ha un impatto potente sugli equilibri geopolitici (l’adesione alle sanzioni di potenze come Cina e Russia, che hanno importanti interessi in Persia, non sarà nè gratuita nè scontata nel tempo). Considerato che nei piani di Obama non era contemplato un semplice appeasement Continua a leggere ‘qualche ipotesi sull’Iran (e sull’Arabia Saudita, e su Israele)’
Moises Naim (e siamo in due)
•luglio 18, 2010 • 6 commenti
Naim, direttore di Foreign Policy e uno dei più noti opinionisti del villaggio globale, scrive oggi sul Sole24Ore
«I nostri militari si svegliano, sognano, respirano, mangiano e dormono pensando alla minaccia iraniana. Non esiste altra minaccia convenzionale che meriti la programmazione, l’allenamento e l’armamento dei nostri militari. Non vi sono altri paesi nella regione che rappresentino per noi una minaccia: solo l’Iran. Per questo siamo molto interessati a impedire che l’Iran possa contare sulla tecnologia nucleare»
[...] Si tratta delle dichiarazioni di Yousef al-Otaiba, ambasciatore degli Emirati negli Stati Uniti. Al-Otaiba non è un diplomatico qualsiasi. Prima della sua nomina a Washington è stato per sette anni direttore degli Affari internazionali nella corte dell’emiro di Abu Dhabi e principale consigliere del generale Sheikh Mohamed bin Zayed al-Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi e vicecomandante supremo delle forze armate degli Emirati Arabi Uniti.
Senza dubbio al-Otaiba esprime più esplicitamente di altri la sua posizione nei confronti dell’Iran, ma la stessa è condivisa da numerose nazioni arabe. Pochi mesi fa un alto funzionario del governo saudita mi ha confermato a Riad che, per il proprio paese, la possibilità di un Iran con bombe atomiche rappresenta una minaccia incombente. E sensazioni simili si colgono facilmente nei circoli governativi di Egitto, Giordania e altri paesi del Medio Oriente.
e ancora
Ma la debolezza più marcata delle argomentazioni di Teheran risiede nel fatto che sarebbero gli altri paesi arabi a non riuscire a tollerare passivamente la presenza di un Iran nucleare. Il paradosso di questa situazione è che, nel corso dei decenni, il mondo arabo sunnita è stato disposto a convivere con Israele nel suo ruolo di potenza nucleare senza per questo essere stimolato a possedere esso stesso la bomba atomica. Diventa piuttosto una minaccia inaccettabile il fatto che siano i correligionari sciiti dell’Iran ad avere armi nucleari.
Il pericolo quindi non consiste solo nel possesso iraniano della bomba atomica, ma nel rischio di innescare una corsa nucleare in una delle regioni politicamente e militarmente più instabili del pianeta.
E’ il Rinascimento, bellezza
Rinascimento nel Deserto
•luglio 15, 2010 • 6 commenti
no non è la nuova fiction raiset per l’estate, non ci sono bionde duchesse rapite nè avventurosi pirati.. ma qualche emiro lo si trova. E poi si tratta di un vero colossal, mica vivai di starlette per utilizzatori finali: è che da un po’ di tempo, quando si parla di nucleare, del (fantomatico) revival dell’energia atomica, si trova sempre il modo di infilarci la retorica del “Rinascimento”. Astuta soluzione di marketing per venderci il fatto che negli Stati Uniti non si costruisce un reattore da più di trent’ anni, mentre in Europa una simile stasi data dal 1986, e sembra che non usciremo dal medioevo atomico per un bel pezzo (forse mai), viste le enormi difficoltà e imprevisti e revisioni dell’impresa di Olkiluoto, in Finlandia.
Di film dunque se ne stanno facendo molti sul nucleare, per intrattenere il pubblico mentre il business procede – ieri sul sole24ore un formidabile dossier sulle meravigliose prospettive del nucleare italiano, sembra che l’atomo sia la pietra filosofale, la soluzione che porta con sè Lavoro, Ricerca, Indotto (l’indotto! l’indotto!), la Crescita del Sud, il Federalismo, la Protezione dell’Ambiente, l’indipendenza energetica e anche una naturale e fluente Riscrescita sul Capo dei Calvi.
ma queste son commedie italiane. nel deserto si prepara un gran colossal, si mobilitano le majors americane. Come riferisce Oil, sito dell’Eni:
Washington – Le aziende americane Shaw Group e Exelon Nuclear Partners e la giapponese Toshiba hanno siglato un accordo per portare avanti progetti di centrali nucleari in Arabia Saudita. Lo afferma un comunicato congiunto pubblicato dal sito Business Newswire. Toshiba e Shaw si occuperanno del design e della costruzione degli impianti, mentre Exelon dei servizi correlati ai progetti. L’Arabia Saudita, così come molti altri stati del Golfo, ha iniziato i passi per la costruzione di centrali atomiche per far fronte alla crescita della popolazione e dell’economia. Nel business si sono ad esempio già lanciati gli Emirati Arabi Uniti, che hanno firmato un contratto da 20,4 miliardi di dollari con una compagnia sud coreana per la costruzione di 4 centrali. Attualmente l’Arabia Saudita utilizza il 75 per cento del petrolio prodotto per la produzione di elettricità, e sta pianificando di spendere 400 miliardi di dollari entro il 2013 per diversificare le fonti di energia.
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la Mappa del Rischio (Deepwater Horizon – quarta parte)
•luglio 12, 2010 • 5 commenti
In realtà la settimana scorsa per Bp si è chiusa con un buon rialzo dei corsi azionari: +8%.
Ecco, questo è l’odore del sangue, e si comincia a intravedere qualche pinna a pelo d’acqua. Lo sentono i mercati, che subodorano una prossima scalata da parte di un grande concorrente – Total ha negato di avere simili propositi, per bocca del suo amministratore delegato, giovedì scorso, ma si guarda soprattutto a Exxon-Mobil, e viene fuori l’ipotesi Russia (Bp ha in corso una importante joint venture col terzo operatore petrolifero del paese, la TNK-BP).
Considerato che, come ricorda puntigliosamente il britannico thisismoney, le responsabilità del disastro difficilmente possono essere circoscritte a BP (comunque verrà chiamata a rispondere anche Transocean, la società che gestisce le piattaforme, la statunitense Anadarko, ovvero la compagnia petrolifera contitolare di Macondo, e l’ineffabile Halliburton, che ha realizzato le strutture in cemento del pozzo), e confidando che i relief well ci mettano una pezza ad agosto, Bp potrebbe comunque salvarsi, magari cedendo una parte delle sue attività (altra ipotesi al vaglio dei mercati, e a cui pare la società stia effettivamente lavorando).
Ma ormai i pericoli per Bp vengono primariamente dal campo finanziario, che può bloccare la società in una sorta di scacco matto della liquidità (per effetto delle pesanti revisioni nel rating l’accesso al credito appare ora proibitivo), o addirittura travolgerla in un gorgo di aspettative circolari, o “riflessive”. Pare che oltre una certa quota nella caduta dei corsi azionari si instauri una sorta di circuito delle aspettative, in cui gli operatori sul mercato dei CDS (i titoli di controassicurazione del debito aziendale) guardano alle quotazioni sul mercato azionario per formare il prezzo, e viceversa – una fuga di specchi tra i due mercati finanziari, normalmente autonomi, che porta rapidamente al crack azionario e finanziario. Continua a leggere ‘la Mappa del Rischio (Deepwater Horizon – quarta parte)’
i relief well (pozzi di alleggerimento)
•luglio 3, 2010 • 3 commenti
ecco una animazione che spiega come dovrebbero funzionare i pozzi di alleggerimento che Bp sta scavando da un paio di mesi, forse l’ultima speranza per bloccare l’emorragia nera. i relief well dovranno intercettare il pozzo di Macondo per pompare inizialmente grandi quantità di fango pesante, necessario a contenere l’impatto della violenta pressione, e poi cemento, per sigillare definitivamente la perdita. sensori elettromagnetici guidano la trivella al punto di approccio migliore per un taglio diagonale, questo è il passaggio più delicato.
due cose possono andare storte:
_ il relief well può mancare l’intercettamento, e si farebbero ulteriori tentativi
_ il pozzo può intercettare una sacca di gas, col rischio di una nuova esplosione nel relief well
se non dovesse funzionare rimangono tre possibilità, a quanto sembra:
_ esplosione nucleare mirata (opzione Simmons)
_ tentare nuovamente di intercettare il flusso dallo sbocco sul fondo del mare, e convogliarlo attraverso tubature su piattaforme a qualche miglio di distanza
_non fare nulla e aspettare che si esaurisca il giacimento (quattro annetti dovrebbero bastare)


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