Un altro Cigno Nero (seconda parte)

La crisi dei prezzi alimentari (in realtà tutte le commodities stanno attraversando una fase fortemente rialzista da circa un anno) incorpora anche una complessa componente finanziaria.

 

All’inizio di novembre, subito dopo le elezioni di mid term, la Fed vara la seconda fase di quantitative easing (allentamento quantitativo, QE2), operazioni di mercato aperto con cui la banca centrale acquista titoli e immette ampia liquidità nel sistema finanziario, 6-700 mld di dollari. L’allentamento porterebbe di per sé a un deprezzamento del dollaro, ma di fatto questo avviene più che altro sui mercati delle commodities (dove il biglietto verde domina incontrastato, come mezzo di pagamento), perché molte economie – soprattutto le emergenti ed export driven, come la stessa Cina – mantengono per scelta l’ancoraggio al dollaro, preferendo immettere a loro volta vaste quantità delle rispettive valute sui mercati (e così generando un focolaio di inflazione), anziché lasciare fluttuare liberamente il cambio. L’effetto netto è dunque, per questi paesi, un aumento di prezzo reale nell’import di beni fungibili.

Paesi che non adottano questa politica si trovano a subire un drastico apprezzamento del cambio, e un duro colpo alla competitività dell’export (è il caso del Brasile). Alcune economie, come la Cina, si proteggono dall’influsso di hot money dagli Usa e relativa pressione inflazionista, grazie a un solido controllo dei movimenti di capitale, ma la muraglia regge fino a un certo punto: anche nell’impero di mezzo si manifestano forti aumenti dei prezzi, soprattutto nel nevralgico settore alimentare, e nell’immobiliare. 

All’inflazione (alimentare) interna ai singoli paesi, si accoppia il rialzo sui mercati globali delle commodities. Questo è ancora più forte, perché, se negli strumenti finanziari classici e più complessi (azioni, hedge fund), sui mercati immobiliari e sui sistemi bancari si è cominciata a introdurre qualche forma di regolamentazione (con la riforma dei mercati voluta dal presidente Obama nel 2010, e con il passaggio delle banche ai parametri di Basilea3), future ed hedge fund su petrolio, metalli e agroalimentari, rimangono in gran parte terreno vergine e particolarmente ospitale per la speculazione, per accogliere la nuova liquidità generata dalla Fed. Un altro fattore di inflazione energetica (e dunque alimentare, attraverso i canali di cui si è detto) sembra essere legato a un lento declino del dollaro e alla incerta transizione sistemica: in una fase storica che offre poche certezze in ambito valutario, dopo la grande crisi di credibilità del 2008, che ha abbattuto colossi della finanza Usa e ridotto a spazzatura interi mercati finanziari, e le crisi del debito sovrano che minano l’euro, e nelle more della piena ascesa cinese (e del renminbi come valuta di riserva internazionale), il petrolio sarebbe chiamato a svolgere una sorta di supplenza, la funzione ulteriore di “valuta” di riserva, e questo spiegherebbe un nocciolo duro di movimenti finanziari su di esso. Dopotutto il petrolio avrebbe più titoli per esercitare anche questa funzione di safe heaven finanziario rispetto all’oro, che non ha un vero valore industriale.

 

Nel corso dell’autunno le quotazioni al mercato di Chicago (la Wall Street delle commodities) macinano record su record.

A questo punto le economie più dipendenti dall’estero per il fabbisogno alimentare si trovano tra due fuochi: alla corsa dei prezzi interni sostenuti da dinamiche strutturali – dal rialzo del petrolio e dalle scelte di politica espansiva della Fed – corrisponde un mercato internazionale in parte razionato dai blocchi all’export, e in forte tensione per gli acquisti preventivi di alcuni paesi e il flusso di hot money speculativo – una valvola di sfogo difettosa o bloccata.

 

 

La situazione sembra destinata addirittura a peggiorare, il Food Price Index della Fao (relativo ai prezzi internazionali di cinquantacinque beni alimentari) ha toccato questa settimana i massimi di sempre, superando di slancio il picco del giugno 2008, l’anno nero dei prezzi alimentari (e delle crisi sociali e rivolte del pane). Se il 2010 è stato un anno pessimo per l’agricoltura – tra incendi russi, torrenziali monsoni indiani, gelate in Sudamerica e Usa – il 2011 non si annuncia migliore, con inondazioni e cicloni nel Queensland (Australia), raccolti devastati in Indonesia, fenomeni che rientrano nel sistema della Niña. Le quotazioni petrolifere hanno accelerato la corsa al rialzo, in un feedback perverso ma inevitabile con i timori di una destabilizzazione geopolitica, e sul versante finanziario non accenna a placarsi la tempesta perfetta della liquidità. Un segnale ancora più inquietante viene dalle stime del Grain Council americano, che vede un import di cereali da parte cinese in crescita esponenziale per il 2011-12, acquisti pari a 9 milioni di tonnellate (rispetto agli 1.3 del 2010-11) – un dato senza precedenti per quel paese, ma soprattutto il possibile inizio di un trend rialzista destinato a portare le importazioni cinesi a livelli ben superiori (si parla di 25 milioni di tonnellate per il 2015) nel giro di pochi anni.

Torniamo a sottolineare che la Crisi egiziana merita attenzione alle proprie specifiche dinamiche, sia per quanto riguarda le origini che, soprattutto, la vasta e varia portata delle sue implicazioni geopolitiche, sul teatro africano e sullo scacchiere mediorientale – nondimeno essa rientra in qualche misura nella più vasta destabilizzazione globale (della crisi) dei prezzi alimentari e dell’energia. Lo si può agevolmente dedurre dalla varietà di misure intraprese dai governi di diverse regioni del mondo per prevenire gravi deficit dell’offerta e crisi sociali, dalle misure anti-export e a favore delle importazioni di New Delhi, al Messico che ricorre agli hedge fund sul mercato di Chicago per premunirsi contro il rialzo dei cereali, alla Corea del Sud che progetta una trading company di stato per coprire parte del fabbisogno di frumento da qui al 2020.

Eppure esiste un vasto ventaglio di contromisure, di breve e medio periodo, utili a invertire la rotta sul mercato degli alimentari.

 

La questione dell’export: alcuni paesi, in particolare Russia e Ucraina, si dimostrano particolarmente inaffidabili, bloccando completamente le esportazioni nei momenti più critici, e così gettando benzina sul fuoco dei timori, degli accaparramenti preventivi e della speculazione sui futures. Eppure, secondo alcuni osservatori, il mercato stesso potrebbe incaricarsi di punire e dissuadere certi comportamenti, la Russia con questa mossa forse si è giocata i mercati strategici del Medioriente e dell’Africa, ora gravitanti sull’offerta Usa. Perché ciò avvenga, però, il mercato internazionale (e americano in particolare) deve produrre un surplus che offra agli importatori possibilità di scelta. Il presidente della Banca Mondiale propone, fra altro, sistemi di aiuto a esborso rapido per prevenire il pericoloso automatismo shock all’offerta/blocco dell’export.

Forse, se si realizzerà che l’agroalimentare sta diventando un mercato critico e di forte impatto geopolitico, si potrà pervenire alla fondazione di una Opec del settore, in possesso di un elevato potere di controllo su flussi e prezzi, ma anche attore strategico responsabile.

 

Il deficit alimentare è un problema in particolare per l’Africa, e sempre più lo sarà almeno nei prossimi quattro decenni.  E’ l’unica regione dove negli ultimi quaranta anni si è assistito a una caduta della produzione per abitante, mentre le importazioni aumentavano di sei volte. Il continente nero è anche quello dove però esistono i migliori margini, dove non è avvenuta la Rivoluzione Verde che a partire dagli anni’70 ha moltiplicato raccolti e produttività dell’Asia meridionale e orientale, e dove gli aiuti internazionali e i bilanci dei governi hanno praticamente dimenticato per decenni di investire nel settore agricolo. Questo può avere un potente rilancio se si concentrano risorse a favore di un utilizzo intensivo dei suoli, avvalendosi di fertilizzanti e sviluppando varietà di colture più adeguate a clima e disponibilità idriche dei territori, ma anche puntando su tecniche più intensive di lavoro, per la gestione delle acque e il trattamento di suoli e humus.  Soprattutto è strategico mettere mano a misure e risorse per sviluppare i mercati locali, attraverso la costruzione di infrastrutture, la disseminazione di know-how, il sostegno alla formazione di cooperative per la gestione post-raccolto (stoccaggio e trasporto), il ricorso al microcredito e a forme originali di copertura finanziaria/assicurativa del rischio (meteorologico, dei prezzi energetici..), le riforme a favore della piccola proprietà.

 

la prima parte dell’analisi:

 

http://hyeron.wordpress.com/2011/02/11/un-altro-cigno-nero/

 

glossarietto economico-finanziario

 

Commodities: sono i beni fungibili, non solo materie prime (in particolare metalli, preziosi e industriali), anche petrolio, cotone, agro-alimentari.

 

Export-driven (o export-led): sono le economie trainate dall’export, più che dal mercato interno. Giappone, Cina, Germania, ma anche Olanda, Brasile – diversamente da Usa o India – appartengono a questa categoria. Sono dunque paesi strettamente integrati all’economia internazionale, e per i quali l’andamento del cambio riveste una importanza particolarmente strategica.

 

Futures: sono contratti a termine standardizzati per poter essere negoziati facilmente in Borsa. Il contratto futures è un contratto uniforme a termine su strumenti finanziari, con il quale le parti si obbligano a scambiarsi alla scadenza un certo quantitativo di determinate attività finanziarie (o anche di commodities), ad un prezzo stabilito.

 

Hedge fund: sono le armi non convenzionali nell’arsenale della finanza: applicano strategie d’investimento particolarmente sofisticate e rischiose, sono molto meno regolamentati dei fondi d’investimento convenzionali, e implicano rischi difficilmente rilevabili tramite i coefficienti di rischio tradizionali. Per questo l’accesso è di norma riservato a una clientela molto ristretta e propensa al rischio, con una soglia di investimento minimo estremamente elevata. Eppure la caratteristica di questi fondi è di essere strumenti finanziari che puntano a rendimenti assoluti, cioè non correlati all’andamento dei mercati in cui operano: nascono con lo scopo di offrire una copertura dal rischio (hedge: copertura, protezione).

 

 

Quantitative Easing: questo invece è lo strumento di politica monetaria non-convenzionale a disposizione delle banche centrali, in particolare della Fed, che – nelle parole del suo governatore Bernanke – ha così presentato, e preannunciato, la campagna d’autunno, il QE2 (così chiamato perché fa seguito a una prima tornata di operazioni nell’emergenza della crisi 2009, e forse perché la Bank of England si era già avventurata in questi territori).

In realtà non è nulla di particolarmente nuovo, anche se nella prassi degli ultimi decenni si è preferito operare attraverso il tasso di sconto, o la riserva obbligatoria. Si tratta di operazioni di mercato aperto condotte dalla banca centrale, che acquista titoli finanziari sul mercato secondario (non direttamente dal governo che emette debito), così aumentando la base monetaria, la liquidità del sistema, e provocando un rialzo nei prezzi degli strumenti acquisiti (ovvero un calo dei tassi di interesse). La questione interessante è sulle finalità politiche dell’intervento: in una situazione di trappola della liquidità e tassi di interesse reali prossimi a zero evidentemente non interessa incidere sui tassi a breve, mentre – in una fase di crisi di fiducia, di grandi fallimenti finanziari – l’obbiettivo può essere allentare le tensioni sui mercati del credito aumentando la liquidità disponibile e sostenendo le quotazioni. Possono esservi però altri obbiettivi, più o meno confessati, o confessabili: finanziare il debito pubblico a tassi (artificiosamente) bassi, deprezzare  il cambio, reflazionare i mercati finanziari e in particolare quello azionario, o aumentare il tasso di inflazione (prevenire la deflazione).. il reale obbiettivo determinerà tempi, modi e lo stesso ammontare finale del QE, ma intanto, come si vede, alcuni di questi obbiettivi hanno implicazioni dirette sulle relazioni (e i mercati) internazionali, altri ne hanno di indirette. Per fare un esempio non troppo intuitivo, nei paesi che si devono confrontare con un boom del deficit e del debito pubblico il bilancio della difesa è nel mirino dei tagli più draconiani, e questo vale soprattutto per economie dove quel settore assorbe storicamente una quota molto elevata delle risorse (Usa, ma anche GB). Il QE può soccorrere, dare respiro anzitutto al budget della difesa.

Altro aspetto cruciale è “l’esorbitante privilegio”.. il fatto cioè che i vincoli macroeconomici di queste politiche siano molto più laschi per un paese che controlla la valuta di riserva globale:  parte di questa liquidità verrà assorbita dalle banche centrali di dollarolandia (i paesi con valuta linkata al dollaro) e dai mercati. Ma questa è (anche) un’altra storia

~ di andrea su febbraio 12, 2011.

5 Risposte to “Un altro Cigno Nero (seconda parte)”

  1. La disponibilità dei generi alimentari è destinata a diventare insufficiente per la popolazione mondiale, che è invece, destinata ad aumentare vorticosamente nei prossimi decenni.I Paesi in espansione stanno incominciando a comprare grossi appezzamenti di terreno nel continente africano per destinarli all’agricoltura.Sembra quasi una beffa l’idea che l’Africa da sempre affamata debba in futuro sfamare i nuovi colonialisti agricoli.

  2. riguardo le politiche alimentari e di miglior gestione del suolo mi permetto di suggerire l’interessantissimo esempio del distretto di Tanlili in Burkina Faso

  3. rimane un mistero come si possa rendere un glossario adorabile!

  4. Già è nata, un paio di anni fa, una specie di Opec bianca (Orec, la chiamarono), in Thailandia, per stabilizzare il prezzo del riso, accrescerne la produzione e soprattutto fermare una speculazione che consente guadagni enormi sulla pelle di milioni di persone.
    Anche il governo del pianeta avrà una matrice funzionalista?

  5. In questo momento tutti gli occhi puntati sull’Egypt ! C’è troppa posta in gioco e i” giochi” sembrano poco chiari e molto complessi .

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