L’antidottrina Obama

I would prefer not to

Gli Usa dal paradigma Achab

alla dottrina Bartleby

Non c’è una dottrina Obama. E non ci sarà (presumibilmente). La grande
stampa anglosassone  parla di Reticent America (Financial Times), e
almeno dal discorso di accettazione del Nobel si aspettava uno statement più
netto sulle linee portanti di politica estera. Non si tratta neanche del
wilsoniano “parla piano, porta con te un grosso bastone”, quanto di un
rovesciamento, almeno parziale, delle logiche stesse della deterrenza, nel
nuovo contesto strategico. Una dottrina di politica estera e di sicurezza
nazionale è utile per esercitare un controllo implicito, non guerreggiato,
attraverso la dissuasione.

In alcuni casi  è, in effetti, più che un enunciato, una vera
e propria mappa di dissuasione: chi supera le linee di faglia ne subirà le
conseguenze.  Sono quasi sempre, prima di essere dichiarate, dottrine
implicite, immanenti agli interessi vitali della superpotenza, ben chiari da
tempo alle sue controparti geopolitiche – enunciarle segnala una fase di stress
particolare e serve a tagliare i ponti dietro di sé. E’ il caso della dottrina
Carter, enunciata il 23 Gennaio 1980 nel discorso sullo Stato dell’Unione:

Let our position be absolutely clear: An attempt by any outside force to gain control of the Persian Gulf region will be regarded as an assault on the vital interests of the United States of America, and such an assault will be repelled by any means necessary, including military force.

 

L’invasione sovietica dell’Afghanistan è avvenuta poche settimane prima, da
pochi mesi l’Iran è in mano alla Rivoluzione Islamica di Khomeini. Il passaggio
chiave, scritto dallo stesso Zbigniew Brzezinski (Consigliere per
la Sicurezza Nazionale di Carter), appare rivolto però ai sovietici (an attempt by any outside force ).

Il punto è proprio nelle ultime parole (will
be repelled by any means necessary, including military force
): se l’arteria

del Golfo Persico è chiaramente da molti anni assolutamente vitale per
l’Occidente, si tratta di chiarire che, nel ventaglio di possibili forme di contrasto
(pressioni diplomatiche, embargo, blocco commerciale, operazioni di
intelligence, finanziamento e istruzione di forze per la guerriglia..),
Washington è pronta a intervenire direttamente e in forze. Negli anni
successivi Reagan aggiunse un importante corollario alla dottrina Carter: lo scudo protettivo veniva centrato sulla protezione dell’Arabia Saudita e rivolto a minacce anche interne (Iran, nelle intenzioni – di fatto e storicamente l’Iraq) alla stabilità e sicurezza del Golfo.

Definita la mappa di dissuasione, chi viola le linee di faglia lo fa a
proprio rischio e pericolo, ma chiama anche la superpotenza al conflitto
aperto, a mostrare le carte: Carter fu criticato, per aver lanciato
un monito che il dispiegamento strategico Usa non poteva all’epoca supportare.

Al presente il Dissuasore è dissuaso, dal proporre al mondo una dottrina
Usa delle/nelle relazioni internazionali, da almeno tre ordini di ragioni.

a)    Nell’epoca della guerra asimmetrica e della superpotenza
insostenibile (overstretching strategico, crisi del bilancio federale,
declinante egemonia del dollaro) il paradigma della deterrenza è molto diverso
da quello prevalente fino a quindici-venti anni fa, quando a confrontarsi erano
fondamentalmente due superpotenze. E’ facile intuire che quella logica –
lavorare il nemico ai fianchi, essendo improponibile un attacco frontale,
occupare le caselle grigie, esterne, ma prossime alle front lines – sia
capovolta, soprattutto dopo gli “esperimenti” di Iraq e Afghanistan: toccare,
attraversare le linee di faglia, aggredirne i punti nodali, per cercare di
coinvolgere la superpotenza indebitata e sovraestesa nel maggior numero di
ingestibili conflitti.

Il conflitto si rivela ingestibile essenzialmente
per due motivi. il terrorismo, o guerriglia, sviluppa un conflitto asimmetrico,
in cui la schiacciante (e costosissima) superiorità numerica e tecnologica
americana non schiaccia un bel nulla, perché il nemico – come spiega John
Arquilla, visionario e inascoltato consigliere strategico di Rumsfeld – non si
presenta in forma di quadrate legioni da aggirare e sfondare sul fianco, ma di
micidiale, pervasivo pulviscolo di sabotatori/attentatori, confuso nel tessuto
stesso delle società occupate. Una “polvere” capace però di operare in diversi
momenti con straordinaria coordinazione. Nella nuova arte della guerra non si
tratta più di aggirare-insaccare-annientare ma di riconoscere, collegare,
localizzare, operando attraverso uno sciame di piccole unità operative autonome ma collegate in una complessa rete di feed-back continuo, una rete “sensoriale” – un’attività in cui la guerra si confonde con l’intelligence e il principio di competenza prevale su quello di gerarchia.

Le teorie di Arquilla sono state di fatto applicate da Mc Chrystal e Petraeus nel teatro iracheno, con un buon successo, anche se non è facile distinguere la componente di efficacia operativa connessa alle nuove forme di  organizzazione dall’impatto di sviluppi squisitamente politici, sia interni (la scelta della componente sunnita di partecipare ai nuovi equilibri e pesare nel nuovo governo) che esterni (il ruolo di Teheran nel prevalere di indirizzi moderati e collaborativi nella componente sciita).

Nel conflitto afghano, o meglio afpakistano, gli esiti appaiono invece molto più confusi, aldilà dello spettacolare successo della individuazione/eliminazione (in territorio pakistano) di Bin Laden.

Il secondo motivo è che questo tipo di conflitti, dopo una prima fase di apparente campagna tradizionale e una rapidissima vittoria delle forze americane, coinvolge la forza occupante in improbabili compiti di nation building. Quanto all’Afghanistan è stato detto che il paese non può essere preso.. semplicemente perché non esiste. Non esiste cioè come società strutturata, ed economia.

In queste condizioni di incertezza, o, ad essere ottimisti, di complessa transizione organizzativa e strategica, la deterrenza è molto limitata.

A una gran parte delle minacce alla sicurezza degli Stati Uniti e globale non si può opporre una mappa di dissuasione: la destabilizzazione di paesi alleati, la caduta in guerra civile di nazioni situate in regioni nevralgiche o la loro infiltrazione da parte di organizzazioni terroristiche o di forze di intelligence nemiche, e -  soprattutto – la appropriazione di frammenti dell’infrastruttura di difesa nucleare ad opera di organizzazioni terroristiche, il trapelare di know how nucleare da parte di paesi e strutture nazionali inaffidabili. Il dispiegamento strategico globale, per come è configurato (nelle forme concepite per uno scontro tra stati o alleanze di stati) non dissuade, non previene, ma al contrario rende “visibile” e vulnerabile una superpotenza che ha tutto l’interesse a controllare i teatri di crisi (attuale o potenziale) in forma coperta, mimetizzata.

b)    Esistono naturalmente controparti tradizionali della
potenza statunitense, ma le relazioni stabilite con queste sono molto più
complesse di quelle di mera contrapposizione vigenti all’epoca del confronto
Usa-Urss.

La Russia è un rivale geopolitico, talvolta anche aggressivo, nel Caucaso (Georgia, agosto 2008) e in Asia Centrale. Nello stesso quadrante geopolitico, è anche un paese la cui collaborazione è importante, per il contrasto al terrorismo jihadista, e nel garantire arterie fondamentali per la logistica del fronte afgano – tralasciando il consenso moscovita sulle misure di embargo all’Iran, e la cooperazione nella non proliferazione nucleare.

La Cina è sicuramente il contendente per eccellenza, e anche il successore annunciato, ma è anche una società e una economia con cui gli Usa hanno stabilito una relazione simbiotica – dall’import agli investimenti diretti, dalla garanzia di un credito pressochè illimitato per disavanzi e squilibri dell’economia statunitense al ruolo dei fondi sovrani, dal trasferimento di tecnologia alla solidità del dollaro come valuta di riserva.

Anche nel nuovo mondo multipolare alcune grandi questioni della sicurezza nazionale – ascesa/simbiosi cinese, egemonia del dollaro, competizione per le risorse energetiche – riservano un ruolo importante al dispiegamento strategico globale e alle relative dottrine esplicite o implicite: la protezione/controllo delle rotte di approvvigionamento energetico, la prevenzione di aggressioni ai più importanti paesi fornitori. Eppure nel confronto con la Cina e i paesi Bric la dottrina delle relazioni internazionali oggi la esprimono più Bernanke e Geithner  che il Dipartimento di Stato o il Pentagono.

Pechino non dispone, ora e nel futuro prossimo, di risorse militari tali da poter ambire a sostituire gli Stati Uniti nel ruolo di Garante Strategico Globale, anche in settori geograficamente prossimi al proprio territorio o cruciali per il funzionamento dell’economia (gli stretti attraverso cui transita la gran parte degli approvvigionamenti petroliferi, o lo stesso fornitore saudita). In realtà anche a livello economico e finanziario l’interazione è così stretta che non si può pensare un utilizzo delle leve e decisioni in termini di confronto, unilaterali, perché il danno inferto alla controparte avrebbe quasi automaticamente un potente feedback negativo sui propri equilibri macro: anche qua è tempo più di concertazione e fine tuning che di assertive dottrine (talvolta molto sbrigative: “it’s our currency, your problem”).

Esiste un ambito in cui la competizione è più nitida e semplice, gli interessi delle rispettive (super)potenze distinti e contrapposti, ed è la corsa alle materie prime, in particolare alle risorse energetiche. Non è né prefigura (ancora) un confronto di tipo militare.

Guardiamo a uno dei più importanti scacchi geopolitici subiti dagli Usa in epoca recente, lo stallo iracheno.     In una prima fase una pervasiva e tenace guerra asimmetrica (del tipo “a rete” di cui abbiamo detto) condotta da forze autoctone e infiltrate, spesso con l’appoggio esplicito delle popolazioni locali, ha impedito alle forze di occupazione un pieno controllo del territorio e in particolare dei siti petroliferi, dissuaso le compagnie petrolifere occidentali dall’investire  nelle risorse nazionali.

Successivamente, grazie a un notevole miglioramento della situazione sul campo, reso possibile in parte dall’implementazione delle nuove forme organizzative e operative delle forze di occupazione, in parte da una tacita intesa con l’Iran che ha favorito i moderati del campo sciita, sono entrate le compagnie petrolifere. Cinesi, soprattutto.

Il nuovo governo di Baghdad aveva posto condizioni così sfavorevoli per le concessioni petrolifere che le società occidentali si erano tenute alla larga dalle aste, fino a quando l’ingresso in massa di compagnie nazionali cinesi non le ha costrette a rientrare nel gioco, accettando le medesime condizioni, pur di non rimanere estromesse a tempo indeterminato da un mercato tra i più promettenti del pianeta. Le ex-sette sorelle hanno potuto recuperare solo un controllo molto parziale sul petrolio iracheno, per la forte concorrenza di NOC cinesi e asiatiche (ma anche africane, e russe) e soprattutto per il tipo di contratti offerti dal governo (contratti di servizio, che non cedono la titolarità delle riserve alla compagnia).

In breve lo scacco è stato determinato dal convergere di guerra asimmetrica, concorrenza commerciale cinese, nazionalismo delle risorse da parte di un paese produttore.

Qualcosa che non si può trattare direttamente
o indirettamente con portaerei e divisioni corazzate.

~ di andrea su maggio 5, 2011.

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