squilibri e motori della transizione cinese
Immaginate un vasto fiume tranquillo, il fragore lontano delle cascate. In queste acque procede una grande nave, come un transatlantico. La prua è rivolta a valle, ma è in corso la manovra per invertire la rotta. Per la gigantesca stazza della nave, e la complessa potenza delle macchine, l’operazione è estremamente lenta e delicata. Non v’è alcun dubbio che la potenza dei motori avrebbe facilmente ragione della corrente avversa, una volta correttamente orientata: l’incertezza è tutta nella difficoltà della manovra, l’inerzia della grande nave è tale che una troppo brusca virata farebbe perdere il controllo del timone, causare il naufragio che si vuole evitare. La manovra procede con estrema lentezza, il ruggito della cascata aumenta.
Questa è forse la condizione della Cina, vasta nave, del suo sistema finanziario reale (ben più intricato di quello ufficiale) – complesso motore che rischia di portare il paese attraverso gravi squilibri fino all’erompere di una o più bolle speculative.
Noi scendiamo in sala macchine, a vedere come stanno le cose.
Quando si parla di squilibri nell’economia cinese si pensa quasi sempre al tasso di cambio (sulla cui gestione si concentrano rimostranze e pressioni occidentali, soprattutto di Washington), o al tasso d’inflazione (oggetto delle preoccupazioni cinesi). E’ in corso da alcuni anni (ma con particolare intensità da questa primavera) tra gli addetti ai lavori un serrato dibattito sulla presenza nel tessuto economico cinese di importanti bolle speculative, ovvero di altre e più profonde distorsioni strutturali nella allocazione delle risorse – di questi scompensi i profili di cambio e prezzi sarebbero in parte causa, in parte sensore.
I focolai sembrano molteplici:
_ recentemente hanno suscitato una certa inquietudine report ufficiali e analisi delle banche d’affari sulla finanza delle amministrazioni locali. Se il National Audit Office (NAO) cinese parla di circa 10.700miliardi di renminbi (rmb), pari a un sostenibile 27% del Pil, gli analisti di Standard Chartered – banca d’affari focalizzata in particolare sull’estremo oriente – “vedono” un ammontare decisamente superiore (altri 4mila mld di “credito informale”). Non si tratta tanto del valore, assoluto o in rapporto al Pil, quanto dell’opacità e fragilità del sistema finanziario su cui il debito insiste. Il tasso di interesse praticato dalle banche sul credito “periferico” è stimato a un 6% medio, molto superiore al tasso ufficiale del 2%, che vige per il debito del governo centrale. Considerato il profilo delle scadenze la pressione sulle amministrazioni locali è già opprimente (un 21% delle entrate solo per pagare gli interessi, quest’anno), ma destinata ad arrivare a livelli drammatici nei prossimi due-tre anni. In realtà già Shanghai e lo Yunnan hanno fatto presente di avere capacità di onorare solo il pagamento degli interessi. Un aspetto particolarmente preoccupante è che proprio il credito informale, di cui il NAO non tiene conto, appare il più inaffidabile e privo di collaterale. A questo si aggiunge che la stretta in corso sul credito, parte essenziale della manovra del governo volta a prevenire/assorbire bolle speculative e inflazione, colpisce in particolare province, città e imprese medio-piccole. Quasi sicuramente il bilancio nazionale dovrà farsi carico di una parte importante del debito periferico, se non vuole correre il rischio di insolvenze generalizzate in grado di minare la credibilità del sistema bancario.
_ il credito alle grandi opere infrastrutturali (ferrovie, autostrade, aeroporti, interi quartieri e città..) e all’industria pesante opera al di fuori di ogni regola di mercato, potendo attingere al vasto bacino del risparmio a tassi amministrati, estremamente e artificiosamente bassi. E’ soprattutto in questo snodo che si vede chiaramente la presa politica sull’economia, il ruolo demiurgico del partito comunista nel plasmare e orientare la formidabile crescita cinese, e dopotutto deve essere stato fatto un buon lavoro se i risultati sono quelli che tutti sappiamo: è sicuro che si deve all’esistenza e alle prospettive di sviluppo di vaste e moderne reti infrastrutturali se la Cina ha attratto in questi decenni tanta parte dei flussi globali di investimento diretto, ed è diventata “la fabbrica del mondo”, ma alcuni economisti puntano il dito su autostrade deserte, aeroporti nuovi di zecca e rimasti intatti, intere città fantasma e impianti siderurgici inutilizzati. Sarebbero questi chiari segnali di un eccesso di investimento che porterà tra breve a una catastrofica crisi da sovracapacità produttiva. Questo il parere dell’autorevolissimo “corvaccio” Nouriel Roubini, esperto in cigni neri e grande vaticinatore del tracollo subprime negli Usa.
In realtà ricerche specifiche in materia, condotte tra vari settori e regioni, non segnalano alcuna evidenza di un declino nel tasso di rendimento del capitale, tipico parametro utilizzato per misurare l’efficienza di un investimento. Lo stock di capitale per persona o per ora-lavoro è ben al di sotto dei livelli prevalenti nelle maggiori economie sviluppate, e carenze infrastrutturali permangono in vasti territori, dagli acquedotti alla rete elettrica. Roubini e i pessimisti però potrebbero avere ragione, perché anche l’investimento utile deve assecondare la limitatezza delle risorse e le direttive di sviluppo di una società in trasformazione: si devono rispettare delle priorità, e quelle della Cina odierna sono in gran parte dettate dalle problematiche dell’urbanizzazione e di una necessaria crescita dei consumi. Dunque meno industria pesante e infrastrutture per l’export (altamente energivoro, ha esternalità enormi su ambiente e salute e crea poca occupazione), e più reti idriche e fognarie, elettriche, e ferrovie ad alta velocità, metropolitane (in grado non solo di agevolare la logistica e ridurre costi di distribuzione, facilitare la mobilità del lavoro, ma anche di generare tempo libero per maggiori consumi e migliore qualità della vita), ma anche le infrastrutture “soft” del nascente Stato Sociale: istruzione, servizio sanitario, previdenza sociale, cultura e impianti sportivi.
_ la bolla di credito offerto da privati e banche “informali”: la contrazione del credito “ufficiale”, voluta dalla dirigenza cinese e perseguita attraverso successivi rialzi nei tassi di interesse e direttive al sistema bancario, ha razionato la liquidità soprattutto ad amministrazioni locali e piccole e medie imprese, in particolare nel settore dello sviluppo immobiliare. Questo ha favorito l’affermarsi, in particolare nell’ultimo anno, di un ricco sottobosco di finanza informale, prestiti da privati e da istituti non riconosciuti, a tassi estremamente elevati: una manna per risparmiatori costretti ad accettare rendimenti reali quasi nulli o negativi, al tasso ufficiale. Si è così pompata una vasta massa di credito irregolare, sommerso, quasi sempre privo di garanzie. Viene da chiedersi: a) quali conseguenze potrebbe avere sulla stabilità finanziaria e sull’economia un crack , una vasta insolvenza. b) quale genere di business possa generare ritorni così elevati da giustificare e soddisfare tassi debitorii così stellari: in qualche modo la bolla del credito informale rimanda ad altre bolle speculative.. probabilmente nell’immobiliare.
_ Il settore immobiliare è diventato negli ultimi due anni, forse più dello stesso investimento infrastrutturale, il primo dei sospetti. E’ comunque una industria di vastissime dimensioni, il cui andamento è considerato decisivo per gli sviluppi dell’economia cinese e mondiale, dato l’impatto enorme che ha sul consumo di materie prime: aggregando all’edilizia l’indotto (cioè la componente di investimento infrastrutturale ad essa collegato, la produzione di impianti domestici e almeno parte dell’automobilistico) si arriva a 2/3 del consumo interno di acciaio (ovvero di quel 50% del consumo globale cui ammonta la Cina). L’immobiliare è dunque insieme uno dei motori del pericoloso boom nell’investimento industriale verificatosi a partire dal 2009, e la fonte di una possibile, rovinosa bolla speculativa. Anche qua il dibattito è in corso tra gli analisti, tra quelli che
vedono in una serie di parametri un andamento completamente fuori mercato di prezzi e volumi, e l’imminenza di una drastica correzione, con conseguenze destabilizzanti sull’intera economia, e chi sostiene che quei coefficienti non possono essere pesati rispetto al mercato cinese – una realtà che ha un dinamismo economico e demografico incomparabile alle economie del G8 – nei modi consueti. Grattacieli, centri direzionali, interi quartieri e città ora deserti saranno popolati in futuro, secondo gli ottimisti.
Non è facile ricostruire le effettive dinamiche di quel mercato, in Cina, per la carenza di dati attendibili da parte delle autorità centrali e locali, nondimeno a Giugno si è rilevata una caduta dei prezzi nelle nove città più grandi ( -4.9% in un anno), e l’Economist ha tentato di recuperare e sintetizzare i dati grezzi disponibili in un indice comprensivo di settanta città: ne emerge un drastico rallentamento nella corsa dei prezzi, ma comunque un trend in moderato rialzo. In pratica la stretta creditizia del governo starebbe funzionando, inducendo un rallentamento e poi uno stop, forse una graduale correzione nei prossimi mesi e anni. In realtà, per l’immobiliare, i primi effetti di una inversione non si misurano sui prezzi, ma sui volumi e sull’andamento del debito: sperando in una ripresa del mercato molti operatori preferiscono rimanerne fuori (contrazione nel volume degli scambi), attingendo a linee di credito (ufficiale o informale) per pagare i conti. Questo sembra essere proprio quel che è accaduto in questi mesi: l’eventualità di un traumatico redde rationem con crolli dei prezzi, insolvenze a valanga, e seri danni alla stabilità delle banche, non può essere esclusa.
Dove ha fatto rotta in questi anni, a partire dal 2008 della Grande Crisi finanziaria, il Timoniere? Proviamo a ricostruire la storia.
fra pochi giorni.
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~ di andrea su settembre 17, 2011.
Pubblicato in apocalissi
[...] qualcuno vuole capire le ragioni e i rischi profondi insiti nella bolla cinese, consiglio di andare qui e, dal mio punto di vista, anche di leggere almeno il mio commento più lungo, che [...]
La bolla immobiliare cinese I | Quasi (giochi di parole e di efraim) ha detto questo su ottobre 7, 2011 a 10:10 am |
http://www.link2universe.net/category/agenzie-spaziali-2/agenzia-spaziale-cinese/ “Non abbiamo mai fatto niente del genere” ha affermato Ju Jinrong, ingegnere principale del centro di comando. La Stazione Spaziale cinese sarà pronta tra una decina d’anni, assicurano dalla base, mentre osservano soddisfatti ” Il Palazzo Celeste I” che è in orbita da alcuni giorni e procede secondo i programmi.
Efraim, dicendoti che invece io concordo perfettamente sul diverso peso attribuito in base alla zona del mondo di provenienza delle vittime, siano esse provocate da calamità naturali o conseguenti da malriuscite opere (di onnipotenza) umane, volevo solo far notare come tra la popolazione cinese il malcontento potrebbe anche cominciare ad entrare con più vigore nei dibattiti privati e poi chissà… pubblici. A proposito di entrate, è appena stato ammesso nel Partito cinese il primo strariccone e un domani potrà rivestire anche alte cariche istituzionali. Son proprio cambiati i tempi e come recita il titolo di un recente libro dello scrittore Yu Hua “Arricchirsi è glorioso” oggi in Cina.
ma…
aspettiamo lo sviluppo dell’analisi di hyeron per cercare di capire meglio.
http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE78Q02920110927 questa sfrenata corsa verso uno sviluppo sconsiderato, che non guarda in faccia a nessuno, potrà essere rallentata da questi gravi incidenti che cominciano a verificarsi con una certa frequenza?
Lo so che le autorità affossano prontamente ogni traccia per evitare l’espandersi della notizia, ma se venisse almeno ridimensionato il senso di onnipotenza del Celeste impero, sarebbe già un piccolo traguardo per iniziare a guardare con occhi più sensibili ad eventuali catastrofi.
Indygena, dicendomi in disaccordo pure su questo (incidenti atroci sono sempre accaduti in tutto il mondo senza che se ne avesse notizia, a parte di quelli del mondo europeo, statunitense o giapponese – un uragano che fa 2 vittime a New York o 200 in Florida fa molta più notizia di uno che ne fa 20000 o anche 200000 in Bangladesh, o anche in Cina fino a poco tempo fa. In Africa si fa fatica a sapere anche quando le vittime di questo o quello raggiungono i milioni anche facilmente evitabili). Se c’è qualcosa che mi stupisce non è l’entità del numero di morti, che anche nelle nostre metropoli che per loro son borgate e campagne poco popolate abbiamo avuto parecchi incidenti analoghi, o il disprezzo per la vita dei cittadini, che da noi è conclamato ma non ha ancora prodotto incidenti come quello di Fukushima, dal quale il numero di morti finali è probabile – e previsto dalla commissione europea ECCR sui rischi del nucleare – si aggiri su cifre dell’ordine dei 1000 a 1. Quello che mi stupisce è che abbiano metropolitane ad alta velocità: le avessero fatte a New York, avremmo già visto servizi su servizi al riguardo.
Ma penso che se e quando il cambio della guardia fra i padroni del mondo sarà compiuto, anche formalmente, questo gap si sarà totalmente colmato, anche se i ragazzi di oggi fan bene a studiare ancora l’inglese, perché anche il latino è durato molto più dell’impero romano.
Inoltre, sull’altro discorso che abbiamo sviluppato qui e sul mio blog, devo dire che evidentemente non mi sono espresso abbastanza bene per riuscire a farmi capire. Ne ho approfittato per scrivere un altro post che funga da premessa onesta, anche se non c’entra nulla, per il prossimo che ritengo davvero importante e sono certo che possa interessare a tutti. Lo dico qui così non gli faccio pubblicità diretta, indicandone il link. Sul mio blog attualmente si trova come ultimo post “dieci anni d’oppio III” ed è quello che risponde a te. Poi si troverà uno che ritengo di pubblico interesse, in particolare per chi avrà l’opportunità di leggerlo fra i primi, ma sorrido all’idea di esser preso per pazzo e diciamo che, se non approvo, capisco. Però poi non dite che non vi avevo avvertiti!
anzi, le cifre prospettate da quella commissione emanata dal parlamento europeo riguardo ai morti di fukushima fa previsioni dell’ordine dei 2000 a 1, sul mezzo milione di morti per quell’incidente…
Bene, allora su questo siamo assolutamente d’accordo (meno male, si può dire dal mio punto di vista, perché altrimenti non lo si sarebbe forse potuto scoprire). Chissà che non si possa anche essere d’accordo in pro-positivo, sul metodo da adoperare.
P.S. Nel caso non avessi attivato la notifica dei commenti e siccome intendo farne un post in cui ti menziono, senza bisogno di spammare con altri link ché ormai l’indirizzo lo conosci (solo con l’avvertenza che a breve quanto posso pubblicherò un altro post spero sempre in data odierna), approfitto di questo spazio per comunicartelo. Lo trovo corretto perché riguarda o stesso discorso portato avanti in questi commenti ed è intrinsecamente connesso ai nodi più cruciali e immediatamente correlati all’argomento del post a margine del quale è nato questo dialogo.
Se però al titolare del post desse fastidio ma a te interessasse, possiamo sempre parlarne altrove.
Approfitto per aggiungere la parte mancante (scomparsa tra le fauci del Dragone) e rispondere anche a Efraim, dicendo che quella del “consumismo collaborativo” è solo il rilevamento di un modesto comportamento, messo in atto da alcune comunità, non in un villaggio di uno remoto Stato, ma nella centralissima e, ancora, cuore pulsante dell’occidente, New York . Era per fare un semplice esempio, chiaramente dovrebbero ” cambiare le logiche che generano i sistemi sociali” “con la beneaugurante considerazione che gli elementi che costituiscono l’ambiente sociale siamo noi persone” e aggiungerei anche tutti gli altri esseri che respirano. I pensieri che volevo aggiungere: “Guardando al disordine di fine-patriarcato, alla crisi irreversibile di una società che ha preso forma dal dominio maschile, abbiamo il compito elettrizzante, uomini e donne insieme, di costruire un pensiero post-patriarcale. [...] Un ordine che sia stato costruito è logicamente anche modificabile”
Ina Praetous (Penelope a Davos)
” Partecipare al gioco del mondo con nuove pratiche” Anna Harendt
nooo, inviando il commento una parte è stata “mangiata”, ma allora questo Dragone ha poteri davvero inimmaginabili : ) ?
Erano i bellisimi pensieri di Anna Arendt e Ina Patreonus:
Alla luce dei fatti e con la conferma delle analisi si può incominciare a parlare della fine del modello occidentale neo-liberista? Il modello cinese appare in ottima salute, ma sembra covare all’interno del suo corpo gigantesco i germi di patologie che potrebbero scuoterlo con violenza. In molte parti del mondo si è avviata una richiesta di democrazia dagli esiti ancora sconosciuti. Indubbiamente stiamo vivendo una crisi e che cos’è una crisi se non il passaggio da una fase ad un’altra? E se fosse giunta la fine di un sistema economico che esaurita la capacità di generare sogni crei invece solo incubi?
Forse sarà ingenua la richiesta di un cambiamento delle leadership mondiali , ma rimane l’unico modo per pensare ad una non immutabilità delle sole leggi (quelle del mercato, della finanza e dell’economia) che governano il mondo. (Anna Arendt)
. (Ina Praetrorius citata da Marina Terragni)
E continuando sul filone dell’ingenuità mi piace ricordare come negli Usa (dove era nato il sogno, lì sta finendo e forse sarà lì l’origine di nuovi modelli?) siano già in uso delle nuove pratiche di – consumismo collaborativo – ovvero perchè comprare un trapano se poi lo userò solo pochi giorni durante l’anno? – meglio acquistarne uno, insieme ai vicini, da utilizzare in comune -
Ma forse ho sforato l’attinenza di questo dossier … Chiedo scusa, è solo la grande paura di finire nel Ventre del famelico Dragone che mi induce ad aggrappare a tutte le ipotetiche strategie per evitarne il fagocitamento.
Se posso permettermi l’ulteriore intrusione, vorrei assicurare a indygena che, a prescindere da quello che posso pensare io di concreto in proposito (anche se non dal fatto che bisogna avere il coraggio di interrogarsi sulla necessità di soluzioni più organiche, sistemiche nel senso pieno di metodologiche che vadano al di là di quello che chiama “consumismo collaborativo” e che, non per primo, sostengo da almeno un decennio essere parte necessaria di ogni soluzione realistica), logicamente è assolutamente possibile che, anche prima di una crisi incontrollata del sistema vigente, ma a maggior ragione nel suo conclamarsi almeno finché la realtà globale non arrivasse a essere semplificata in modo finora immaginabile (ma lo era anche prevedere bene il meteo anche al di là dell’immediato come oggi avviene) le logiche su cui si muove il mondo possano essere soppiantate da logiche nuove, più capaci di adattarsi all’ambiente sociale (con la benaugurante considerazione che gli elementi che costituiscono l’ambiente sociale siamo noi persone).
Ci tengo a che sia ben chiaro che questa non è un’opinione personale del sottoscritto, ma una verità matematica inconfutabile riguardo le dinamiche di qualunque struttura complessa, quelle studiate dalle discipline omonime (o del kaos) e che hanno alcune caratteristiche ben precise sia che si tratti di gas atmosferici che di ecosistemi o, indubbiamente, società. Essendo laudatamente laureato in logica, pur non essendo un esperto di quel campo, posso dire di sapere non troppo alla lontana di cosa parlo e lo può confermare qualunque manuale. Mi scuso per l’autocitazione, ma mi pare del tutto attinente su qualcosa di al contempo rilevante e molto misconosciuto:
http://www.efraim.it/2011/09/perche-e-possibile-cambiare-mondo/
Mi scuso, ma rileggendo il mio intervento, a parte errori e pecche, noto che si apre con un’asserzione altamente equivocabile: dico che il mio punto di vista sulla questione prende il via da considerazioni ben più fondate, ma non vorrei si pensasse che intendo “più fondate di quelle qui esposte”: intendo più di quelle che posso fare sulla Cina e la bolla immobiliare, di cui so davvero pochissimo e mi pare proprio niente di più di quel che sta scritto qui, senza neanche avere i mezzi per soppesare le dichiarazioni del Fondo Monetario piuttosto che quelle di Fitch etc. Credo che questo mio punto di vista si fondi su idee più fondate e corrispondenti al reale perché calzanti e meglio predittive di quelle fornite dai media, dai governanti e dai banchieri (il che non significa che loro non sappiano molto meglio di me) sulle logiche delle dinamiche di potere in atto, tutto qui.
[...] se a qualcuno un giorno dovesse interessare lo posso tirar fuori e, intanto, lo posto come commento qui) 0 Wikio Wikio Condividi questo: [...]
Storia d’uomo ogni (Ragione, Rispetto, Amore) | Quasi (giochi di parole e di efraim) ha detto questo su settembre 20, 2011 a 12:58 am |
Sono davvero molto curioso di quello che scriverete: nel breve/medio termine la bolla immobiliare cinese è ai miei occhi fra le più problematica delle incognite per capire le modalità di dispiegamento della crisi in atto.
Se può interessare, ecco il mio punto di vista sulla questione, anche se prende il via da considerazioni ben più fondate:
In Cina si è gonfiata pericolosamente una bolla immobiliare (come sottolineante nel vostro articolo, il 30% del consumo di acciaio mondiale è impiegato nell’edilizia cinese, paese che consuma da solo la metà di tutto l’acciaio prodotto dovunque) la cui esplosione potrebbe anche portare alla deflagrazione finale il collasso del sistema capitalistico. Le immagini delle città fantasma in Cina sono impressionanti e i dati al riguardo altrettanto. Solo uno sviluppo impossibile potrebbe mantenere questi tassi di crescita garantendone la solvibilità. Nel lungo periodo, infatti, è evidente che la globalizzazione neoliberista porta al tendenziale “equilibrio” globale: una sostanziale equivalenza della forza lavoro mondiale – sui tassi di costo del lavoro e diritti dei lavoratori piallati su quelli più bassi (cioè proprio quelli cinesi) – e della forza del capitale nella persona dei suoi detentori, i ricchi, o meglio i ricchissimi che resteranno o diverranno tali fra i ricchi (anche cinesi). Anche molti di loro ci faranno compagnia precipitando nella miseria, se a qualcuno può consolare. Il destino che ci attende nella stragrande maggioranza in parte è inevitabile, non solo perché per questioni di sostenibilità reale è impossibile un SUV per ogni notaio e avvocato del mondo e perché gran parte dei lavori più qualificati sono in parte crescente effettuabili da lavoratori a costi di formazione bassissimi (un ingegnere di Harvard non vale di più rispetto a quello di Shangai o Calcutta in proporzione al maggior costo) e sovrabbondanti rispetto alla richiesta, dunque facilmente ricattabili e sfruttabili con remunerazioni corrispondenti. Molta manodopera intellettuale è sempre più in esubero, come quella manuale, anche sostituita dai software ormai quasi abbastanza evoluti da svilupparsi da soli essi stessi. È lo stesso processo per cui la manodopera meno qualificata, quella per cui c’è sempre stato più lavoro, viene sempre più sostituita dalle macchine non solo nei campi, ma anche nella produzione delle macchine (il caso della Foxxcon, lo ribadisco ancora una volta, passerà come emblema alla storia dell’umanità molto più della contingenza del Muro di Berlino, anche se continua a non volerlo notare nessuno, ma poco ma sicuro): i dati in materia, solo a volerli guardare sono così eclatanti che bastano i pochissimi studi in materia: le scosse del terremoto possono non essere avvertite solo da chi soffre di labirintite acuta.
In questo contesto, si capisce che effetto potrà avere la bolla immobiliare cinese: non ci sarà abbastanza gente che si arricchirà lì tanto da poter popolare tutti quei grattacieli a quei prezzi. Questo non vuol dire che lo capisca il mercato, che è miope al punto da seguire il più possibile la trimestrale anche sugli investimenti a lungo termine, la cui logica è così stupida da far sì che, finché sarà in vigore, l’ultimo dei capitalisti sarà lì a impiegare tutto quello che serve al prezzo più basso possibile per guadagnare il più possibile, finché non possiederà tutto. Tutto ciò fino al punto da investire controvalori più grandi del valore della produzione mondiale tutta in pure e semplici fantasie, astrazioni, speculazioni al confronto delle quali quelle dei filosofi più svagati sono corpo e sangue del mondo; purché redditizie sulla carta: in fondo è pur sempre cartamoneta. Sembra impossibile, un’iperbole letteraria, eppure lo si è GIA’ visto: questa bolla finanziaria enorme che si diceva alimentare la crisi del 2008 e che sta dietro a tutte supera di più di cento volte il valore del PIL mondiale, altro che il Debito Pubblico dei paperini di turno! Ovvio che il mercato crei una bolla ovunque sia possibile, anche in Cina, perché no? E chi se ne fotte se scoppierà: son così belle le bolle finanziarie per chi vive per produrre rigonfiamenti trimestrali! Più delle bolle di sapone per un bambino che non se ne stancherebbe mai, almeno per cinque minuti. Poi un bambino passa ad altro, questi ci consacrano la vita! Mica la propria, quella di tutti…
Ma c’è un ma. Il tanto (e giustamente) vituperato governo cinese ha fatto molto per contenere questa bolla, per cercare di mantenerme la superficie abbastanza sostanziosa da non collassare. Quelli hanno letto Marx senza inimicizia da giovani: possono capire benissimo la situazione e lo dimostrerebbero nei fatti solo in un modo: cercando di frenare la bolla immobiliare e del debito interna collaterale, indotta e, anzi, consustanziale a ogni sviluppo capitalistico (che regge solo finché ci si espande ancora, altrove, cioè finché non arriva del tutto la globalizzazione (tanti dicono che la globalizzazione non è un male in sé, mentre lo è quella capitalista, ma dimenticano di aggiungere che, non tanto perché l’aveva scoperto Marx, ma perché è la logica del capitalismo, la globalizzazione comporta il collasso del capitalismo stesso, che regge solo finché c’è espansione – oltre che crescita del PIL, proprio espansione, all’infinito). Dovrebbero fare una stretta sul credito interno, la qual cosa è proprio quello che fanno, a differenza di quanto han fatto i governi statunitensi e occidentali con le conseguenze che vediamo.
Si parla di un bisogno cinese di alzare la domanda interna (vorranno mica continuare a produrre per gli occidentali, che ormai non han più lavoro e annegano nei debiti, per beneficenza?) e stupisce come uno Stato che ha enormi crediti e la gente che muore più o meno di fame non dia ai suoi cittadini i diritti e benefici di cui godono gli insolventi e insolvibili clienti. In realtà la cosa è estremamente logica, dal punto di vista capitalista: mentre i borghesi impoverivano nobiltà e monarchia, non per questo tolleravano insolvenze nei piccoli borghesi cui concedevano prestiti (ai proletari nemmeno li concedevano). Insomma, lo Stato cinese e i suoi capitalisti ha tutti gli interessi, sia per contenere la deflagrazione della crisi del capitalismo al proprio interno, sia con la più assoluta miopia connaturata al liberismo, di contenere la bolla creditizia e immobiliare, anche al costo di veder ridotto lo sviluppo, indispensabile da diversi punti di vista, del proprio mercato interno. Rendere più difficile l’accesso al credito e aumentare l’offerta di edilizia popolare sovvenzionata sono gli unici strumenti disponibili e il governo cinese li ha impugnati con decisione. E fa ancora di più: l’enorme sostegno dato agli USA e ai paesi dell’Europa mediterranea (pare che la Cina, nella persona dello stato e non certo degli speculatori, detenga già fra il 13% e il 14% del nostro debito pubblico, come di altri paesi dell’Europa Mediterranea, inclusa la Grecia; anzi, lì pare anche di più) non è certo fatto per amore del prossimo – nel caso, se qualcuno volesse crederlo, avrebbero tanti poveri cinesi cui dedicarsi – ma proprio per contenere il deflagrare della bolla creditizia interna, in primo luogo quella immobiliare. Da un punto di vista strettamente di economia liberista, non c’è niente di più assurdo (anche se, lo ribadisco, la storia del capitalismo europeo è fatta di grandi doni dei banchieri ai monarchi prima e mentre si preparavano a prenderne il posto), sebbene dal punto di vista politico, anche capitalistico, sia una scelta sensata per chi ha tutta la forza produttiva dalla sua. Bisogna notare, però, che neanche la Germania, non solo perché ha uno stato democratico, quindi più debole per il dover render conto ai cittadini, ha fatto assolutamente niente del genere e si è anzi mossa secondo l’ottica più miope del tornaconto immediato (ho provato a riassumere la questione, ma è troppo lunga. Interessasse a qualcuno, farò un post sul destino dell’euro e sul comportamento tedesco assolutamente inspiegabile se non nell’ottica di una stretta alleanza fra banchieri tedeschi – armati dai francesi – e statunitensi…). Insomma, a differenza di quanto hanno fatto gli Stati Uniti per primi, il governo cinese sembra prendersi cura dell’interesse nazionale anche a discapito di quello immediato dei propri capitalisti, in estremo pericolo se la globalizzazione dovesse implodere in fretta, causa il collasso a catena delle economie in cui i consumatori spendono, trovandosi con un sistema economico e infrastrutturale ancora troppo fragile e acerbo per reggere il passo delle economie sviluppate in disfacimento, ma immensamente più dotate di patrimoni infrastrutturali di rilievo e di capitali (intrinsecamente globalizzati) nello scenario prossimo venturo di risorse energetiche risicate.
Lo so che sembra assurdo, ma la Cina ha bisogno di mantenerci per farci comprare le merci che non vende al proprio popolo. Appare meno incredibile se si capisce che ha bisogno che noi occidentali si muoia di morte lenta per permettere ai suoi capitalisti di divenire abbastanza ricchi, esattamente come lo strozzino che ti concede nuovi prestiti finché non ne ha abbastanza per portarti via tutto. Se riuscissero a mantenerci abbastanza, potrebbero perfino far pagare i nostri figli per avere il privilegio di sopravvivere lavorando nelle miniere del futuro già sulla via di divenire tali nei paesi più accorti, cioè le discariche. Ogni ritardo nella nostra capitolazione, peraltro incentivato dal bisogno di tornaconti a breve termine che fa delle democrazie indirette un amplificatore degli aspetti più funesti del capitalismo, non fa che concedere alla Cina, unico paese che si muove con una politica di interesse nazionale, più strumenti per affrontare l’implosione del sistema al proprio interno e per fronteggiare con pezzi pregiati gli alfieri, i cavalli e le torri impoverite dei paesi occidentali.
Proprio nel settore immobiliare si vedrà prima se e quanto il governo cinese si ricorda Marx (senza ovviamente seguirne gli ideali anche se, favoleggiando, si potrebbe pensare addirittura che, con un colpo ad effetto degno di una cintura buconera della più assoluta arte marziale orientale abbia deciso di far collassare il capitalismo sfruttandone la sua stessa forza bruta). Infatti, tutti gli strumenti suddetti, a quanto pare non bastano a fermare la crescita della bolla immobiliare già ora estremamente problematica e chiaramente insostenibile nel lungo periodo. Infatti, l’unico altro fattore determinante per contenere la dirompenza della bolla, perseguito anch’esso, anche se timidamente, dovrebbe essere l’aumento dei salari e della capacità di assorbimento della produzione del mercato interno, il quale però può concorrere sia alla crescita dell’inflazione (l’economia è comunque capitalistica), sia alla bolla stessa.
In pratica il governo e cinese sembra navigare fra le Scilla e Cariddi del capitalismo sapendo quello che fa e cercando di mantenere una rotta armoniosa, anche a discapito degli interessi immediati dei propri capitalisti stessi: alza i salari ma cerca di mantenere una stretta sul credito, dimostrando una tendenziale lungimiranza che è assolutamente incompatibile con il profitto capitalistico stesso. Solo Sbancor potrebbe indicare il senso in cui si muovono queste dinamiche complessive. Non è facile capire, cioè, quanto lo Stato cinese stia giocando col Mercato come il gatto col topo e quanto, invece, stia cercando di aiutarlo a svezzarsi per crescere rigoglioso e prepotente.
Le mosse del governo cinese sono indubbiamente una intromissione enorme nella regola aurea del laissez-faire capitalistico, ma sembrano insufficienti a fermare la bolla (anche se possono attutirne l’impatto e ritardarne l’esplosione): i prezzi medi delle abitazioni nelle grandi città sono scesi, ma di cinesi in grado di pagare quelle cifre ce n’è pochissimi e saranno sempre di meno, con la contrazione dell’export. I dati complessivi sono pochi, a mio avviso poco affidabili e di difficile interpretazione.
Ma alcune notizie recentissime sono esemplari e una in particolare è sintomatica: un costruttore di Shangai è arrivato a mettere in vendita appartamenti a 27.000 euro al mq, tanto che il governo è intervenuto per costringerlo ad abbassare il prezzo! Attenzione, perché qui la cosa incredibile non è tanto il prezzo (pochi miliardari si possono permettere tutto e vantarsene e lì, oramai, ce n’è quasi quanti in Germania), quanto il fatto che il governo sia intervenuto per abbassare il prezzo richiesto in una compravendita fra privati (senza che si possa definire bisognoso di aiuti pubblici chi può pagare quelle cifre). Dov’è il capitalismo qui?
Non che la mossa del governo non sia sensatissima, doverosa dal punto di vista sintomatico della comunicazione e degli andamenti tendenziali necessari a evitare la crisi sistemica, ma è indice di un dirigismo statalista impensabile in una vera economia di mercato, che peraltro l’episodio stesso dimostra quanto la Cina stia diventando.
Insomma, è l’esempio perfetto per illustrare quello che penso: alla lunga questo sarà certamente il principale campo di battaglia fra le due forme di potere che hanno dominato gli ultimi secoli: lo Stato e il Mercato nelle loro forme più pure e prepotenti. Il Mercato punta decisamente all’autodistruzione sistemica, in modo miope o consapevole che sia (tanto il sistema non crollerà, ma affonderà, e chi sta in Cima avrà solo più spazio per nuotare), mentre qualunque Stato punta alla propria affermazione nei confronti degli altri stati, ma anche dei mercanti e dei subordinati.
In Cina questa dialettica si sta sviluppando ai massimi livelli in entrambi i sensi. La possibilità di una sintesi sarebbe un capitalismo di stato in cui uno stato assolutista e dirigista detta parametri ben precisi e insormontabili all’interno dei quali hanno mano libera gli sfruttatori più spericolati: niente di più atroce. Anche perché nessuno stato può permettersi di perdere competitività rispetto agli altri, finché c’è una globalizzazione senza uno stato globale: il mercato deve essere lasciato libero di produrre sfruttamento della manodopera finché di lei c’è bisogno e massime rendite per i capitali, o deve rassegnarsi a vederli partire per andare in stati più remissivi. Ma al contempo nessun mercato può durare a lungo florido in un contesto in cui non c’è uno stato che lo orienti verso gli sviluppi più produttivi (per il PIL, non per la popolazione, naturalmente): con buona pace dei “geni” della finanza, tutte le loro operazioni sono carta straccia fatta coi giochi del monopoli, se non nella misura in cui i politici permettono e agevolano la loro ricaduta sull’economia reale, che comunque resta l’unica reale, per definizione, l’unica che a chi la possiede dà qualcosa con cui pagare i propri debiti.
Insomma, è molto difficile dire come avverrà questo scontro, ma è prevedibile che sarà molto duro, perché la casta di ricchissimi che si appresta a far valere il fatto che si è impadronita del mondo e già tiene tutti per le palle non può ben tollerare un potere “altro” che ne comprometta le prospettive di rendita immediate. Uno stato totalitario, dal canto suo, non può accettare di veder compromessi i propri interessi “nazionali” di lungo corso per favorire le rendite immediate dei capitalisti di turno. Notevole senz’altro è il fatto che i crescenti poteri capitalistici cinesi non hanno assolutamente potere, almeno per ora ma verosimilmente molto a lungo se non per sempre, vista la cattiva stampa di cui godono in uno stato totalitario, di contrastare la comunicazione filogovernativa.
Di certo sostanzialmente ci andranno di mezzo le popolazioni, mentre ricchi e burocrati, uomini d’azienda o di banca e di partito o di stato diverranno alla lunga sempre più coincidenti. Il potere ha un’unica faccia e, come dicevano gli italiani brava gente, una faccia una razza. Molto difficilmente si avrà in Cina (e, dunque, con effetti a catena nel mondo) uno scenario simile a quello dell’Italia (con qualche “imprenditore” che prende il controllo dello stato), mentre molto più facilmente si andrà verso uno scenario più simile a quello russo. La Russia di Putin, intendo, che fatte le debite tare sulle peculiarità culturali – ché questa Russia, dicono, ha più punti di contatto con quella sovietica e quella zarista di quanti non ne abbia con le democrazie di mercato e, personalmente non stento a crederlo affatto.
L’amicizia fra Putin e Berlusconi, del resto, fa ben intravedere il punto di convergenza cui arriveranno necessariamente le cose, nel mondo, anche se la Cina che abbiamo sempre conosciuto sembra ben lungi da questi punti di riferimento. Per ora. Ma chissà: se qualcuno ha voglia di scherzare sugli effetti del totalitarismo e del mercato congiunti, faccia lui.
Bentornato, Efraim. Aspettavo un tuo intervento, dopo il tuo post di poche settimane fa. Per una risposta articolata ti rinvio naturalmente alla seconda parte dell’analisi, fra pochi giorni, comunque entro la settimana. Vedi bene scrivendo che la dirigenza cinese opera per assorbire il bubbone speculativo, prima che esploda facendo rovinosamente deragliare lo sviluppo (e magari il regime, forse la pace). Nondimeno, sviluppando la ricerca per questo dossier, il ventaglio di dati qualitativi e quantitativi che indicano l’avvitamento speculativo nella finanza cinese si è fatto abbastanza impressionante – dalle grandi imprese industriali che dirottano utili e attività in nuove divisioni finanziarie, al settore delle piccole banche private che si è pervertito alla logica speculativa. Viene da pensare se ormai non si sia già andati così avanti su questa strada che ora possa risultare difficile anche ai potenti motori della Cina contrastare la corrente. In ultima analisi, e aldilà dei dissidio tra (economisti) ottimisti e pessimisti due sono i baluardi fondamentali che rassicurano sulle possibilità di venirne a capo: la formidabile (per entità e resilienza) crescita economica, e il controllo politico del sistema finanziario (anche questo senza eguali in occidente). Solo che la prima è anche, o soprattutto, il termine finale della questione (la crescita deve continuare almeno a certi ritmi, per la tenuta anche sociale del sistema), e il secondo, si vedrà, ha in realtà gravi controndicazioni e ampie lacune. Ne riparliamo dopo la seconda parte.
Aspetto con curiosità.
Non ho proceduto molto con l’analisi in materia ma, per le mie basi teoriche finora ampiamente confortate dai fatti, quello che dici mi pare assolutamente coerente, logico, inevitabile (il capitalismo porta le bolle come la peste i bubboni o, meglio ancora, il cancro le metastasi).
L’unica cosa che mi lascia perplesso è il verbo “rassicurano”: se leggi il mio ultimo post, ma già mi pare di averlo scritto nel commento, è chiaro che concordo sui due fattori e penso che il primo sia ragione sia del materasso che accoglie l’occidente nel suo collasso, sia ragione della inesorabilità del medesimo, mentre nel secondo fattore individuo il terreno di scontro e incontro ultimativo fra Stato e Mercato, in forme tutte da decifrare e in parte determinate da contingenze imponderabili.
Solo che, anche lasciando perdere il punto di vista degli interessi occidentali, che in prima istanza appaiono i più interessanti per ogni occidentale, a me non pare che, nella migliore delle ipotesi, qualunque sintesi delle tesi contrapposte possa produrre altro che un incubo atroce per chiunque abbia in considerazione le sorti del mondo e, se ne ha, dei propri figli. Il fatto che forse il Mercato globale possa non collassare in virtù dell’intervento dirigista di uno stato totalitario me pare una condanna inoppugnabile per ogni speranza di vita degna di chiunque al mondo, a partire dagli occidentali, in particolare se può non rassegnarsi all’incombere di scenari nello specifico imponderabili ma, nel complesso, tragici senza altra speranza che la possibilità di trovare logiche e metodi migliori di quelli vigenti.
Perciò tentano di allargare il fiume, accentuando la mondializzazione dell’economia (magari investendo in Europa e in Usa…)? Se il fiume diventa il mare, le cascate spariscono :).
In politica tutto è possibile…
Già.. se l’economia cinese si espande non solo commercialmente, ma si stabilisce come fulcro monetario, finanziario e poi politico del sistema globale, cioè eredita l’egemonia che fu della superpotenza americana, allora può scaricare “a terra” le scosse, scaricare sul sistema globale i suoi squilibri. Come effettivamente han fatto gli Usa per lungo tempo. Posso dirti che a questo salto di qualità la Cina si sta preparando, e in qualche modo è anzi già in corso: il processo di internazionalizzazione del renminbi sta avendo una potente accelerazione, e la Cina sta già diversificando i suoi mercati di sbocco e diventa a propria voltaun mercato importante per una vasta “area della prosperità orientale”. Tutto questo avrà implicazioni politiche vastissime, nel prosssimo futuro. I tempi però sono diversi: una grave bolla speculativa non concede tutto questo tempo per intervenire. È più una bomba a orologeria, ormai se ne sente distintamente il ticchettìo (non vuol dire che non possa essere disinnescata). Anche su questo approfondiremo, nel seguito dell’analisi.