il giocattolo nuovo dell’imperatore (una riflessione a tutto campo sul disastro di Deepwater Horizon) – parte seconda


D’altra parte il salvataggio di Bp, comunque dovesse avvenire, impedirebbe ancora una volta quella interna_ lizzazione dei reali costi dell’industria petrolifera che è finora mancata, con grave distorsione per l’economia e danno per la società: finché quei costi saranno a carico del contribuente le fonti fossili godranno di un vantaggio ingiustificato, una remora che ritarderà ancora per molti anni la riconversione dell’economia a nuove fonti energetiche.

Uno dei più autorevoli candidati all’acquisizione-salvataggio di Bp sembra essere il colosso cinese PetroChina. L’ipotesi è tutt’alto che fantasiosa, è stata tracciata dal report di una importante banca d’affari (la Standard Chartered di Londra), valutandone accuratamente pro e contro per la società cinese, e le possibili reazioni delle autorità occidentali (Usa in particolare); è stata ripresa da Bloomberg e dal sito Alphaville di Financial Times, tra gli altri; ha alimentato in questi giorni flussi speculativi sul titolo a Wall Street. E’ uno scenario con cui fare i conti.

Per Pechino sarebbe un ottimo affare: le riserve (petrolio e gas) che Bp porterebbe in dote farebbero di PetroChina una galassia nel firmamento petrolifero, superiore di un buon 75% alla stessa Exxon. Soprattutto, il rendimento per azione aumenterebbe drammaticamente, facendo di una società a bassa crescita un dinamico gigante globale; non si danno sovrapposizioni significative tra gli asset industriali delle due società, dunque un elevato grado di complementarietà, mentre il costo per barile equivalente ammonterebbe a 7$, sicuramente un buon prezzo (in realtà i conti sono stati fatti quando Bp aveva lasciato sul campo “solo” il 40% della capitalizzazione, ora risulterebbero ancora più favorevoli). In pratica, conclude FT, a queste condizioni di capitalizzazione e di non distribuzione di dividendi (vincolati ormai al pagamento dei primi danni), Bp si presenta come una dinamica start up tecnologica, una società ad alta crescita.

Last but not least, e particolare a forte caratura geopolitica, le estrazioni annuali di Bp equivalgono a 1/3 dell’import petrolifero di Pechino.

Bp è comunque un colosso industriale, e nel panorama dell’economia britannica, in cui le strategie di rilancio di medio periodo puntano tutte le carte su un “surge”, una riscossa dell’industria dopo la ritirata storica degli anni ottanta e novanta, anche e soprattutto per favorire un riequilibrio nella bilancia commerciale  (di suo molto appesantita dal crescente deficit energetico, oltre che – congiunturalmente – dalle massicce cure keynesiane del governo Brown e della Banca d’Inghilterra), non è pensabile perdere il gioiello della corona. La società inoltre controlla le risorse, sia pure in declino, del Mare del Nord (la regione di competenza britannica), tuttora vitali per il paese.

Ma non è ancora questo il cuore della questione. Che è sparso per i cinque continenti e i sette mari – si deve guardare ai possedimenti e al patrimonio di know how di Bp. Su cui ora è lecito versare barili di nera ironia, date le enormi difficoltà e i fallimenti incontrati nel fermare la perdita, ma che fanno comunque di Bp la compagnia leader mondiale in esplorazione e sviluppo dell’off-shore profondo. Se per Londra Bp ha una funzione chiave nei progetti di sviluppo e sfruttamento del declinante Mare del Nord – dove si tratta di andare a esplorare proprio le regioni rimaste finora a margine dell’attività, le acque profonde delle Shetland, e di radunare capitali e volontà necessarie per procedere allo sfruttamento finale di giacimenti di medie e piccole dimensioni, meno redditizi per la società  ma vitali per la Gran Bretagna – per gli Stati Uniti la compagnia è una vera dorsale energetica. Si tratta della società che controlla (ed ha la tecnologia per sviluppare) la stragrande maggioranza dei giacimenti del Golfo del Messico, dove si situa una quota importante (e soprattutto crescente) delle riserve statunitensi;

E’ vero che dopo il disastro di Deepwater Horizon alla moratoria di sei mesi nel Golfo seguirà, a livello globale ma soprattutto regionale, una vigorosa stretta nella regolazione delle attività, con costi che saliranno decisamente, mettendo fuori mercato una parte dei progetti (salvo adeguato rialzo nei prezzi del barile, ovviamente). L’offshore profondo rimane però la frontiera degli idrocarburi, e lì si giocheranno nei prossimi anni le prospettive e le priorità delle economie industrializzate.. Se Bp si trova in una difficile posizione di frontiera è perché il mondo nel suo complesso deve fare i conti con quel limes.

Bp è fortemente presente anche in Alaska e in Canada, ha dunque una posizione forte anche rispetto alle prospettive di esplorazione e sviluppo nell’Artico (esperienza accumulata anche in Norvegia e buone prospettive nell’artico russo), il prossimo, pericoloso eldorado degli idrocarburi.

E nel complesso si tratta di una società statunitense non meno che britannica, per la localizzazione dei suoi asset, per i mercati di riferimento (il 40% dei profitti viene dal mercato Usa), per dipendenti (quasi il 40% dei suoi 80mila). Si tratta inoltre di un importante fornitore del Pentagono.

In pratica Pechino si ritroverebbe tra le mani non semplicemente un gioiello industriale, una dote di know-how inestimabile nel settore energetico, e una quantità imponente di riserve, ma soprattutto uno straordinario giocattolo geopolitico, col quale avere in pugno le prospettive energetiche di Usa e Gb, con derivazioni strategiche di vasta portata (importanti presenze in Iraq e Russia). 

La questione appunto è di alta politica internazionale. Nel 2005 il Congresso poteva ancora permettersi di bloccare l’acquisizione della Unocal (compagnia petrolifera californiana) da parte di una società cinese, semplicemente rivendicando un particolare interesse di sicurezza nazionale..  Ora il quadro è diverso, la dipendenza americana dalla Cina per il rifinanziamento del debito pubblico è diventata una questione di sopravvivenza, dopo il crack del 20008 e la pesante esposizione del bilancio federale che ne è derivata, e pochi giorni fa Pechino ha avallato le sanzioni contro l’Iran, paese in cui gli interessi cinesi sono imponenti, sia per le vaste forniture petrolifere di cui lo sviluppo cinese ha una sete disperata, sia per gli importanti investimenti diretti. Entrambe le posizioni sono ora rischio, è stato un passo quello cinese, che ha sollevato tra gli osservatori di tutto il mondo la questione “cosa avrà ottenuto in cambio da Washington?”

Di sicuro un atteggiamento premuroso da parte del fedele alleato saudita, che già ora ha nella Cina il suo principale cliente, dopo decenni di primato Usa. E Poi?

8 pensieri su “il giocattolo nuovo dell’imperatore (una riflessione a tutto campo sul disastro di Deepwater Horizon) – parte seconda

  1. Paola

    Leggevo proprio stamane sul Corriere della Sera, che la Cina renderà più flessibile la sua valuta. Questo in seguito alle forti pressioni di Washington, che chiedeva di aumentare il valore dello yuan in modo da correggere gli squilibri nel commercio internazionale e favorire la ripresa economica. Sembrerebbe quasi che la decisione di Pechino, sia arrivata ad hoc per tranquillizzare Obama.
    La Cina è attualmente in una buona fase economica di ripresa e forse il passaggio della Bp in loro mano non è poi così lontano, per i Cinesi potrebbe essere un ulteriore spinta di crescita e tatticamente parlando una buona mossa a livello di espansione, perchè ammettiamolo in quello sono sempre stati maestri.
    Sinceramente auspico che venga ampliata la ricerca di nuove fonti energetiche quali il gas, poichè il petrolio e la lotta per il suo possesso sono da sempre causa di guerre e lotte tra vari stati.

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    1. hyeron Autore articolo

      E’ una decisione importante, anche se solo preliminare (lo sganciamento dal cambio fisso non è di per sè una rivalutazione.. è l’annuncio che un limitato apprezzamento del cambio sarà consentito) .. e potrebbe preludere al processo di riequilibrio globale più vasto e atteso del nostro tempo, quello che dovrebbe portare l’economia cinese a una maggiore “introversione”, a centrarsi finalmente un po’ più sul mercato interno.

      E’ quello che potrebbe salvare gli Usa (ma anche parte dell’UE) dal collasso annunciato nel medio periodo, di cui la Grande Crisi del 2008-09 è stata solo un primo avviso. In pratica una parziale occidentalizzazione della Cina (almeno a livello economico) per evitare all’occidente l’alternativa del diavolo (cinesizzarsi, che è impossibile; o rassegnarsi a un declino forse ingovernabile).

      La Cina non è in ripresa, semplicemente non ha mai messo di correre (solo un lieve rallentamento nel 2009, un +8.5% Pil, anzichè il consueto balzo a due cifre), mentre Usa e Europa crollavano: la sua rincorsa relativa anzichè rallentare è accelerata, e entro l’estate ci sarà il sorpasso sul Giappone, la seconda potenza mondiale.
      Si può immaginare che ora Pechino decida di focalizzare più sulla qualità della crescita, la sua sostenibilità strutturale (che ha anche a che fare con il mercato interno, le compatibilità energetiche e ambientali, l’allocazione degli investimenti e della spesa pubblica, la distribuzione del reddito..).

      Certo una rivalutazione del renmimbi renderebbe ancora più appetibili e a basso costo le acquisizioni di società occidentali da parte cinese. Ma secondo gran parte degli analisti già ora Bp è ben sottovalutata sul mercato, è evidente che il nodo è politico, non riguarda PetroChina ma Pechino (e Washington). il dragone non ha fretta.

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  2. monica

    Oggi Obama ha detto che il disastro causato dalla BP cambierà il modo di ragionare degli americani come lo ha già fatto la tragedia dell’undici settembre.Il disastro ambientale non ha precedenti e si prospettano i suoi effetti nefasti per chissà ancora quanti anni.Forse la vista dell’immane agonia convincerà a pensare che il petrolio debba essere sostituito.Tanto lo sanno tutti ,anche i cinesi ,che prima o poi finirà.Pensare a nuove fonti energetiche potrebbe non essere più utopico.I cinesi guardano al futuro con l’occhio lungo,stanno appena incominciando a godere del progresso e forse per loro il petrolio è già passato..mi piacerebbe che fosse così,considerando gli orientali con molta intelligenza e tattica di sviluppo ben ponderata .

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    1. hyeron Autore articolo

      io spero di sì, Monica.. fa ben sperare il fatto che ormai queste conslusioni siano condivise non solo da centri studi e anche alcuni industriali britannici, ma dallo stesso Lloyd’s Insurance e da Chatham House (uno dei più autorevoli think tank geopolitici a livello mondiale). La Cina sta puntando molto – e ha vaste disponibilità sia finanziarie che umane ormai – sulla conversione alla sostenibilità, dunque anzitutto alle energie rinnovabili. si è inventata dal nulla una industria del fotovoltaico e in pochissimi anni ha raggiunto il primato mondiale (almeno a livello quantitativo..) battendo anche i tedeschi. Ma la sete energetica del dragone è immensa, per cui accanto alle rinnovabili nel carnet energetico di Pechino ha un peso importante il carbone, l’idroelettrico (pulito, pulitissimo e rinnovabile, ma con la spaventosa devastazione delle Tre Gole), il nucleare, e ovviamente petrolio (caccia grossa in Africa ma anche in Medio oriente, Asia centrale e America Latina..) e Gas (accordi con repubbliche centroasiatiche e perfino con la Russia..).
      il fatto è che ci vorranno decenni di lavoro e investimenti prima che le rinnovabili possano dare un contributo pesante (dell’ordine di decine di punti percentuali) al fabbisogno globale. nel frattempo l’unica è puntare molto sul gas.

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  3. Marco

    Gioiello della Corona o no, la sorte di bp si tinge sempre più di giallo!… Scherzi a parte, non vedo male la cosa: una Cina integrata in questo modo nel sistema mondiale è una garanzia di equilibrio, no? L’importante è che creino ricchezza vera, non drogata come il capitalismo di questi ultimi 35 anni.

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    1. hyeron Autore articolo

      è una interpretazione interessante, anzi suggestiva.. in qualche modo l’ho suggerita anche io, rispondendo a Andrea(poco sotto) che la Cina, con la sua sete di idrocarburi, potrebbe permettersi forse di andare a estrarre petrolio in territori e condizioni particolamente inospitali (le acque profonde, o magari l’artico, dove Bp ha importanti posizioni e know how), e ai maggiori costi derivanti da nuove norme più restrittive sulla sicurezza degli impianti. d’altra parte anche Usa e Gb hanno bisogno di accedere a quelle riserve (è noto che il presidente Obama aveva autorizzato prospezioni e trivelle nel Golfo del Messico, dopo decenni di sospensione, poche settimane prima del disastro di Deepwater H..e che i texani già scalpitano al pensiero che per colpa di quell’incidente possano andare in fumo miliardi di dollari dei progetti petroliferi offshore).. non credo che in effetti molleranno la presa su Bp, e forse la stessa Pechino non ritiene di doversi assumere certe responsabilità.

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  4. Rivista "Strategos"

    Hai capito la furbizia cinese. Non uccidere il tuo nemico, ma attendi che il suo cadavere scorra nel fiume…. La sanno davvero lunga. Preziose informazioni e utilissimo articolo.

    Andrea

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    1. hyeron Autore articolo

      La sensazione è proprio questa, assistendo allo spettacolo di Deepwater Horizon: gli angloamericani (tale è in realtà Bp) hanno combinato un grosso pasticcio e non sanno come rimediare. Pechino non ha gli strumenti tecnici per risolvere la situazione, ma ha le disponibilità finanziarie per approfittarne. all’incrocio di due spinte fondamentali, connaturate all’occidente – la deregolazione, e la sete incessante di idrocarburi – si è prodotto questo disastro. E d’altra parte la prima è strettamente connessa alla seconda: tutelare la sicurezza con norme e standard più stringenti avrà costi che si ripercuoteranno in termini di scarsità della risorsa.
      Ora si correrà ai ripari, ma con l’affanno e senza aver preparato l’economia ad assorbire lo shock, confidando che ci pensi il nuovo Iraq e la solita Arabia Saudita a colmare la differenza (altre riserve di entità paragonabile non si vedono all’orizzonte).
      Naturalmente non è detto che Pechino possa, e neanche che realmente voglia, approfittare di questa occasione storica. Il passaggio di Bp in mano ai cinesi però avrebbe una sua razionalità economica: forse solo la spaventosa sete di idrocarburi dell’industria cinese potrebbe dare alla compagnia la spinta per avventurarsi ancora nelle acque profonde – o addirittura nei mari artici, e nelle sabbie bituminose – in cerca di petrolio, in presenza di nuove regole e costi molto più onerosi..

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