There will be blood (sì, ancora su Deepwater Horizon – terza parte)


Scorrerà sangue, stavolta. Lo hanno capito anche gli operatori finanziari, che continuano a fuggire da Bp, nonostante la capitalizzazione di borsa abbia già perso qualche decina di miliardi di dollari più dei costi stimati a carico della società (circa 103 mld di dollari, il 55% dal 20 aprile). Ma quei costi rimangono in realtà indefiniti, non circoscritti – a nulla serve, in questo senso, la costituzione del fondo da 20 mld di dollari preteso e ottenuto dal presidente Obama. Le “falle” da cui sfugge al controllo ogni tentativo di circoscrivere il carico complessivo sono diverse:

 

_ non si sa quando effettivamente la perdita verrà fermata, perché anche i pozzi di alleggerimento (relief well), attesi operativi per metà agosto, potrebbero fallire

 

 

_ è ancora tutto da verificare l’impatto sulla salute della popolazione negli stati costieri, e sulla catena alimentare: non si tratta solo del pesce e dei molluschi, pare si siano verificate piogge “petrolifere” e raccolti danneggiati (a causa però del Corexit, utilizzato per dissolvere/disperdere il petrolio)

 

_ la macchia potrebbe espandersi molto oltre la sua attuale estensione, e colpire altre aree costiere a grande distanza dall’”epicentro”, se dovesse entrare nel gorgo della Corrente del Golfo

 

_ il delta del Mississippi (le Wetlands) ha per gli stati del Golfo un valore enorme, per le funzioni che garantisce (protezione dagli uragani, sequestro CO2, controllo e purificazione delle acque, riserva biologica), la sua parziale devastazione coprirebbe un valore di per sé molto superiore all’intera capitalizzazione di Bp ante-deepwater Horizon (secondo la stima di sei economisti presentata su Solutions, è nel range di 34-670 mld dollari)

 

_ è da valutare l’impatto della stagione degli uragani, il danno ulteriore che un frullato di petrolio, Corexit (il composto chimico, estremamente inquinante, utilizzato per dissolvere-disperdere il petrolio in superficie) e acqua potrebbe portare alle coste

 

_ rimane sullo sfondo l’ipotesi da fine-di-mondo di utilizzare una esplosione nucleare mirata, per sigillare sotto una cappa di macerie vetrificate tutta la zona del pozzo, cauterizzare la ferita. In tal caso si dovrebbero aggiungere i danni da radioattività all’ecosistema e catena alimentare e la inagibilità alle compagnie petrolifere dell’area interessata alle radiazioni. Paradossalmente l’utilizzo di una soluzione così estrema solleverebbe (in linea teorica) Bp da responsabilità, poiché segnerebbe l’ingresso sulla scena del governo federale e la presa in carico del problema da parte di esso.

 

 

_ Oltre al petrolio è stata liberata una ingente quantità di metano. Il greggio proveniente dal pozzo di Macondo contiene un 40% di gas naturale, rispetto al 5% mediamente riscontrato nei giacimenti. La presenza di una elevatissima concentrazione di gas naturale in vaste aree del golfo comporta una grave minaccia all’ecosistema: si possono sviluppare colonie di batteri che per metabolizzare il metano utilizzano grandi quantità di ossigeno, creano nella colonna d’acqua degli strati anossici inagibili a qualunque forma di vita. E già oceanografi indipendenti hanno osservato strani movimenti della fauna acquatica, presumibilmente in fuga dalle aree prive di ossigeno.

 

 

 

Per inciso, di un vasto lago di acque morte formatosi sui fondali del Golfo aveva parlato il “nostro” Simmons sin dai primi giorni. E il dato sull’entità della perdita continua ad avvicinarsi alle sue profezie: dai 12mila si era passati ai 40 mila barili al giorno ufficiali, poi ai 60.. e ora Bp ammette di poter aspirare dalla perdita fino a 80mila barili, e contempla – nello scenario del caso peggiore – un flusso di 100mila. Simmons nel frattempo ha lasciato la banca d’affari specializzata nel settore energetico da lui stesso fondata – la Simmons & Co. International, che ha tenuto a far sapere come le opinioni espresse dal fondatore non rispecchino il punto di vista dell’istituto – e ora si dedica pienamente al finanziamento di iniziative sull’eolico offshore.

 

 

Chiarito il quadro (si fa per dire) fermiamo l’orologio della sciagura e proviamo ad alzare lo sguardo, a capire perché la partita sulle acque profonde, e su Bp (o meglio sulle IOCs, le grandi compagnie multinazionali, eredi delle Sette Sorelle), è anche e soprattutto di natura geopolitica.

Gli Stati Uniti hanno toccato il loro picco petrolifero nel 1970 (singolarmente quasi nello stesso anno ci fu un altro picco epocale, quello del dollaro, che Nixon sganciò dalla parità aurea – ma questa.. diciamo che è un’altra storia), da allora il declino estrattivo e la parallela crescita della dipendenza petrolifera sono stati continui. Sorprendentemente nel 2009 si è assistito a una drastica inversione di tendenza (+7%), che le agenzie nazionali e internazionali si aspettano di vedere confermata per alcuni anni: si va dallo scenario EIA (Energy Information Administration, del governo federale), che vede una crescita lenta, ma continua fino al 2035, a quello dell’IEA, che fissa il nuovo picco al 2012, e del MMS (il Minerals Management Service – picco nel 2013).

La gran parte, o la quasi totalità,  di questo piccolo miracolo, fino a pochissimi anni fa impensabile, si deve allo sviluppo e sfruttamento delle risorse del Golfo del Messico (GOM), dei suoi giacimenti – prima inaccessibili – delle acque profonde (da cui viene circa un terzo dell’output petrolifero nazionale).. Bp ha ricordato recentemente, alla presentazione della sua Statistical Review of World Full Energy, che – se pure grazie ai contingentamenti stabiliti dall’Opec – nel 2009 gli Usa (ovvero il Golfo) hanno fornito il maggior contributo mondiale nella estrazione di nuovo petrolio. E Bp è l’azienda leader nello sfruttamento della regione, nelle estrazioni dalle acque profonde.

Considerando che Bp controlla la tecnologia e vaste concessioni per lo sfruttamento dell’artico Usa (Alaska), si capisce come la compagnia e il petrolio sotto le acque del Golfo siano parte di un vasto progetto di sicurezza nazionale, di conversione geopolitica, per il recupero nel breve-medio periodo di gradi di autosufficienza energetica. Le risorse del GOM e – in prospettiva – quelle dell’artico, le sabbie bituminose del Canada, più lo shale gas, per ridurre progressivamente le quote di import petrolifero, e anche ridisegnare la mappa dei fornitori, a favore di partner più affidabili politicamente (meno Venezuela e Medio Oriente, più Canada).

 

Ma non si tratta solo degli Usa, le acque profonde sono, assieme all’artico, la nuova frontiera delle compagnie petrolifere internazionali (IOC). Lo ha ricordato in questi giorni Fatih Birol, il chief economist dell’IEA: nei prossimi dieci anni il 90% della nuova estrazione verrà dall’offshore, in massima parte dalle acque profonde. I siti dei nuovi giacimenti sono primariamente localizzati nel Golfo del Messico, in Brasile, nel Mare del Nord (Norvegia, e le Shetland), in Africa (golfo di Guinea e Angola).. tutti i progetti ad essi relativi sono ora a rischio di essere accantonati, o rinviati. Particolare geopoliticamente nevralgico, si tratta delle (quasi) uniche risorse ancora accessibili alle compagnie multinazionali, limitarne drasticamente l’accessibilità potrebbe significare condannare le eredi delle sette sorelle a un rapido inarrestabile declino. Ma le IOC sono per l’Occidente una assicurazione sulla vita, la garanzia di un “controllo amico” su almeno una parte delle riserve mondiali di idrocarburi. Un discorso che vale più in generale per lo sfruttamento delle risorse estreme – oltre all’offshore profondo c’è l’Artico, le sabbie bituminose, lo shale gas, il petrolio degli strati scistosi..

 

Tornando al GOM e all’offshore Usa, paradossalmente, la definizione di standard molto più restrittivi per l’accesso alle risorse “deepwater” potrebbe avere un impatto molto favorevole alle IOC, sgombrando il campo dalle piccole compagnie indipendenti. Si ipotizza di elevare di vari ordini di grandezza la soglia di responsabilità delle compagnie (da 75 milioni di dollari a 10 mld – notare che rispetto al danno provocato da Deepwater Horizon anche la nuova soglia appare quasi irrisoria..) e di stabilire requisiti patrimoniali (e test di liquidità). Di fatto il costo di assicurare le attività raggiungerebbe livelli astronomici e solo le grandissime compagnie, in grado di autoassicurarsi, potrebbero accedere all’offshore profondo. Quello che era un vero e proprio ecosistema industriale, con circa 100 società presenti nel GOM, verrebbe spazzato via dalla nuova legislazione, che lascerebbe passare solo tre operatori: BP, Exxon, Shell.

Vale a dire la società (maggiormente) responsabile del disastro nel Golfo, e le due compagnie che da decenni producono nel Delta del Niger un danno paragonabile a una Exxon Valdez all’anno, tra perdite offshore e onshore, devastazione di risorse marine e contaminazione dell’acqua dolce.

Qualcosa non torna, non vi pare? E d’altra parte di “ecosistema industriale” in grave pericolo ha parlato (mentre va a farsi benedire quello biologico) il governatore della Louisiana, il formidabile Bobby Jindal, nel pronunciare il suo accorato appello contro la moratoria su tutto il Golfo decisa da Obama nelle prime settimane della perdita. Si teme che una interruzione così lunga delle attività di esplorazione e sviluppo possa indurre molti operatori a muovere trivelle e piattaforme verso altri lidi (il Brasile sta per lanciarsi all’assalto dei suoi enormi giacimenti pre-salt, situati al largo di San Paolo e Rio, ed è assetato di impianti). Eppure le Wetlands minacciate dalla marea nera sono in larga parte nel territorio della Louisiana, e lo stesso Jindal a maggio rivendicava il lavoro di lunga lena che ha portato nel corso degli anni a interrompere il processo di degradazione delle preziose aree costiere. Ma pare che l’industria petrolifera valga, col mitico indotto, circa 65 mld di dollari di reddito.

 

In termini aggregati la perdita delle piccole compagnie sarebbe disastrosa per l’obbiettivo dell’indipendenza energetica: l’output dal GOM ne riceverebbe un danno quantitativo (molti meno operatori significa che i pochi superstiti si concentrano anzitutto sui giacimenti più facili e redditizi) e soprattutto qualitativo, perché sono le compagnie indipendenti quelle che assumono rischio geologico e introducono innovazione nel processo, spesso aprendo nuovi orizzonti, come nel Golfo di Guinea o nello shale gas nordamericano – risorse scoperte o rese accessibili grazie alla sperimentazione di piccoli operatori.

(continua…)

13 pensieri su “There will be blood (sì, ancora su Deepwater Horizon – terza parte)

  1. monica

    “Il maledetto buco ” è stato tappato ,hanno urlato i giornali di mezzo mondo.Tutti gli abitanti vicino alla zona del disastro sembrano poco convinti che la fuoriuscita del greggio si stata bloccata.Molti sostengono che vi siano numerose perdite da altri punti.Intanto la quotazione di Bp è schizzata in alto dopo il clamoroso annuncio del successo dell’operazione e sorge spontaneo il dubbio che ci siano dietro manovre poco chiare.Queste sono suggerite anche dalle numerose teorie (forse puramente dietrologiche)che gettano ombre sinistre sull’origine del disastro.Si parla addirittura di un coinvolgimento del vaticano,compiuto attraverso uno dei massimi collaboratori del Papa in carica. Per soddisfare la curiosità basta cliccare su Bp e vaticano.Ci sono molti siti a proposito,ma tutti si basano sulla testimonianza del giornalista J.Fox,che sostiene oltre alle altre dichiarazioni,e non è stato smentito,di aver avuto l’accesso negato alle zone aeree ,e non solo, sovrastanti l’area incriminata.D’altra parte l’intero territorio circostante la Deep Horizon è di proprietà della Bp.Tutti in un modo o nell’altro dipendono dalla multinazionale ed è facile intuire come da parte dei dirigenti della Compagnia sia facile pilotare le notizie che si vogliono vengano diffuse.Si attendono i pozzi di alleggerimento.

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    1. hyeron Autore articolo

      proprio così. ora è ufficiale: c’è almeno un’altra falla sul fondo del mare. potrebbe trattarsi di una perdita nello stesso cap messo a tappare provvisoriamente il pozzo, oppure veramente il fondale sta cedendo, petrolio e gas filtrano attraverso il rivestimento danneggiato del pozzo e poi tra gli strati argillosi. a quel punto la situazione temo diverrebbe ingestibile con gli strumenti tradizionali, forse gli stessi relief wells (che possono tappare il pozzo, non il giacimento) sarebbero fuori gioco. e si profilerebbe più concreta l’ipotesi del tappo nucleare. Ed è vero che Bp ha annunciato la sutura riuscita un po’ troppo precipitosamente (“mission accomplished”)… i tuoi sospetti su oscuri giochetti di borsa sono ben leciti, e immagino ci sarà un’indagine su questo.

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  2. Giorgio

    Gli Stati Uniti hanno un tasso di violenza endemico che alternativamente si scarica o sull’estero (guerre guerreggiate) o all’interno (sfruttamento selvaggio della proprie riserve naturali). Questa violenza fa parte della mentalità competitiva americana (yankee) visibile dappertutto a cominciare dai loro mezzi di comunicazione sociale. A mio giudizio le crisi mondiali per la massima parte nascono in reazione di ciò.
    L’unica nazione abituata da millenni a non reagire, ma a perseguire un ideale di armonia è la Cina. Ciò non significa che i Cinesi siano pietosi, semplicemente seduti sul bordo del fiume stanno operosamente aspettando che il corpo galleggiante del loro nemico passi loro davanti. Come nella arti marziali la Cina sfrutterà la violenza di assalto dell’avversario per ritorcergliela contro.
    La violenza made in U.S.A. proviene in massima parte dalla scissione fede-ragione promossa dalla riforma protestante nelle sue mille varianti riconducibili all’affermazione superba dell’individuo su un ordine universale creduto o riconosciuto. La fede è una variabile del sentimento e la ragione una variabile della volontà.
    Chi si convince di essere salvato sarà santo (sconfiggendo il senso di colpa e indipendentemente dalle sue azioni) e chi riesce ad affermare la sua volontà di potenza sarà nel giusto (annichilendo il pessimismo della ragione, indipendentemente dai dati di fatto).
    Il nostro gioco di carte preferito in Italia è la briscola o la scopa in cui bisogna tenere conto delle carte uscite e se si gioca in coppia anche di quelle del compagno di gioco. Il gioco preferito degli yankees è il poker in cui vince non necessariamente chi ha le carte migliori, ma chi sa convincere gli altri che è così per lui, anche se sta barando.
    La posta in gioco si sta alzando, nessuno in Europa o altrove ha il coraggio di vedere il gioco degli U.S.A. (molti sono quelli compromessi con questo gioco e che grazie a ciò occupano posti di rilievo nelle loro nazioni), ma al punto in cui sono le cose ci sono pochi dubbi che il banco salterà senz’altro.
    Tutte le prossime mosse che ci dovremmo aspettare saranno manovre per guidare in senso favorevole a chi le propone questo collasso mondiale.
    Guai però a dire che il sistema è già fallito. Alla violenza sempre sul punto di esplodere non sembrerà vero ti poter colpire te per primo e così per un po’ calare di tensione.

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  3. rosie

    le responsabilità spesso non sono di un uomo, in modo particolare in questo caso, e non senz’altro di obama che in fin dei conti è sullo scenario della politica da poco tempo. le responsabilità sono di un sistema, in linea generale, e di chi ha permesso che ciò avvenisse, e che avvenisse in quel modo scriteriato.

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  4. monica

    Condivido la sensazione di Marco,questa immane catastrofe sembra l’elemento simbolico che annuncia la fine di un’epoca.Il nero come elemento predominante, il nero inquietante del petrolio che ricopre e soffoca tutto ciò che incontra e il ” primo-nero” Presidente degli Stati Uniti che assume quasi le vesti di vittima sacrificale.Anche se lui non ne ha nessuna colpa,questa disgrazia sicuramente lo ha indebolito e andrà ad unirsi alle feroci critiche che da più parti si stanno muovendo contro il suo operato.Come ne uscirà dalle prossime elezioni di novembre per il controllo del congresso? Se fosse battuto sarà veramente difficile per lui governare, e la sensazione che gli Usa non contino più nulla sul palcoscenico mondiale sarà molto evidente.Io non credo ai complotti internazionali ,ma dopo c’è chi pensa che addirittura possa essere stata voluta appositamente per favorire loschi guadagni ad ancor più loschi individui.Ripeto io sono molto scettica a questo tipo di ipotesi degne di Mephisto ,ma in un mondo in cui le informazioni sono sempre più numerose e aggrovigliate si ha la sensazione di capire di meno invece che di più..Per questo diventa veramente salutare leggere delle analisi approfondite che possano almeno sciogliere qualche dubbio.Il senso di sconforto è tangibile e la paura di nuove e più drammatiche crisi economiche e finanziare è ancora più grande.La sensazione è come se un macigno stesse per abbattersi su tutti noi.Ma forse sono troppo catastrofista ?

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    1. hyeron Autore articolo

      Neanche io credo a queste ipotesi dietrologiche, credo abbia colto più nel segno il cinismo dei russi, ma si fa sempre a tempo ad essere smentiti. certo il timing è formidabile: appena un paio di settimane prima del 20 aprile, con una mossa piuttosto eclatatante, Obama aveva aperto, dopo un bloco pluridecennale, alcune aree offshore all’ esplorazione petrolifera. Per la verità andando a esaminare nel dettaglio il documento presidenziale si scopre che questa apertura era stata molto più prudente e limitata di quanto non sembrasse dagli strombazzamenti dei media, e compensata da altre chiusure precauzionali.
      In realtà, a mio parere, il disastro di Deepwater colpisce al cuore non semplicemente la politica energetica dell’amministrazione democratica, quanto una strategia di riconversione geoopolitica di lungo periodo (di questo ci occupiamo nella quarta parte, molto presto), che sconta la lunga perdita di centralità degli Usa, e del dollaro, negli equilibri mondiali (un’altra emorragia, di potere, con cui fare i conti).

      Ma a quanto pare il crack tecnologico di Bp stronca la presidenza Obama. difficile, forse impossibile imputare al Presidente qualche concreta reponsabilità, e infatti non si vede traccia di accuse vere e proprie – è in effetti una di quelle situazioni in cui il potere democratico funge da capro espiatorio dell’angoscia, i sondaggi rivelano un crack disastroso nel consenso al Presidente.

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    1. hyeron Autore articolo

      per intanto è stata paragonata a Three Miles Island (la piccola Chernobyl nordamericana, che alla fine degli anni ’70 raggelò definitivamente l’industria dell’energia nucleare negli Usa e ispirò il film “Sindrome Cinese”) e alla stessa Chernobyl. Anche con qualche soddifazione di revanche storica, come emerge forse troppo smaccatamente da questo commento su Moscow Times.. che però conclude (con grande magnanimità verso Bp e noi poveri occidentali pasticcioni) che ci sono semplicemente situazioni non prevedibili e amen, è consdieratela come una tssa del progresso, e non date conto ai soliti liberal e anime belle ecologiste, che vi vorrebbero riportare all’età della pietra e magari al cannibalismo.
      La Russia è il più grande produttore di petrolio, e possiede la più vasta industria dell’energia nucleare, e si appresta a dare l’assalto alle risorse nell’Artico.. ma non è il caso di fare i cannibali.

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  5. Marco

    Più ti leggo e più mi sembra che questo cataclisma sia uno degli eventi che verranno ricordati come punto di rottura storico tra due epoche con una soluzione di continuità che sarà sempre più evidente nel tempo. Tutto concorre – leggo in quello che scrivi – a questo esito: i livelli finanziari, economici, biologici, climatici, geopolitici, energetici. Chissà che non acceleri la ricerca di nuove fonti energetiche: questa è anche una tua speranza, vero?

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    1. hyeron Autore articolo

      naturalmente, ma non avverrà per vie dirette, sarà un processo più mediato, più intricato e complesso. il nesso immediato, aldilà degli auspici di parammatica, sempre più simili agli auguri di natale tra lontani parenti, non è del tipo caatastrofe petrolifera –> ricerca e implementazione delle rinnovabili e dell’efficienza –> conversione a un’economia post-carbon.
      Si dovrà prima attraversare il pasaggio intermedio, come in ogni tossicodipendenza grave si sarà prima diposti a venir meno ai propri principi e ai propri interessi di lungo periodo pur di procurarsi “la roba”. Probabilmente ci sarà una accelerazione sul fronte dell’efficienza energetica, questo è già accaduto dopo ogni shock petrolifero, e con grandi risultati, perchè esiste pure uno stimolo economico diretto – di breve periodo – all’efficienza/risparmio.
      L’implementazione delle rinnovabili invece richiede una riconversione dell’economia, delle sue logiche, e nelle curve di utilità espresse dal mercato, cioè da tutti noi, e questo è comunque un passaggio più lento e più mediato.. in questo la sensibilità ecologista può trovare un potente alleato nella visione geopolitica (l’obiettivo è superare una dipendenza politicamentre molto pericolosa, anche in termini di concorrenza con le superpotenze emergenti).
      magari prima si cercherà di migliorare i rapporti con la Russia (non un male di per sè) e/o il Venezuela e la Libia, di accelerare la ristrutturazione delll’industria petrolifera irachena, di farsi amico il Brasile, di ricolonizzare l’Africa nera, di trattare con la Cina..

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      1. rosie

        io purtroppo(metto le mani avanti)non sono una persona esperta di questa cose, ma vorrei comunque lasciare un mio spunto riflessivo, perdonatemi quindi se dico sciocchezze, anzi aiutatemi a capirle.
        riflettendo sulla condizione umana in generale, ritengo che non esiste una rivoluzione copernicana se non quella che l’uomo stesso disegna e determina proprio in senso kuhniano(lo dichiaro sono queste le origini del mio pensiero). in modo particolare le cose che hanno a che fare con l’operato dell’uomo sono da esso controllate e volute. ora, c’è una responsabilità in tutto ciò che accade, escludendo alcune calamità naturali (che cmq fanno parte del percorso della storia dell’umanità, e contro le quali non possiamo farci davvero nulla…se non limitare a volte i danni con le previsioni e la best practice, ma questo no è il caso).
        seguendo le cose umane, alla stregua delle fisiche, regole di azione e reazione, è naturale che eventi di entità importanti abbiano una correlata reazione, ed è nelle logiche di tale reazione che può essere individuata una certa responsabilità.
        il parallelismo con la tossicodipendenza calza perfettamente con la riluttanza ad impostare i cambiamenti necessari. e non c’è niente di peggiore che essere dipendente da qualsiasi cosa.

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        1. hyeron Autore articolo

          naturalmente c’è una responsabilità. c’è una responsabilità tecnica e d’impresa, per il danno, e c’è una responsabilità politica più vasta.. che ricade sulle generazioni, non sulla singola amministrazione, dal momento che, se ci si trova a cercare il petrolio lì, nelle profondità oceaniche, o magari nelle acque dell’Artico – dove un incidente diventa un disastro quasi irreparabile, per le condizioni naturali estreme – è per scelte e strategie di lungo periodo, o magari per lunghe omissioni e rimozioni collettive.
          Ora, il discorso è un po’ più complesso, e infatti lo rinvio alla quarta parte, ma si deve aver presente che nella strategia obamiana era contemplata una ripresa delle estrazioni nazionali di idrocarburi (non solo petrolio dunque, c’è in ballo anche il gas, che necessita di una analisi a sè).

          Si puntava cioè a ridurre nel medio periodo la dipendenza esterna, per scelta geopolitica di fondo: un impero consapevole del suo declino, e in cerca di un suo posto non più come fulcro degli equilibri mondiali, ma come primus inter pares, non aveva (non ha) reali alternative davanti a sè. A Obama si deve (si doveva?) riconoscere anzitutto il merito del realismo, un realismo illuminato e progressivo, non lo pseudorealismo del giorno dopo, ma neanche l’ubriacatura, la mistica imperiale del secondo Bush. Mentre preparava il terreno alla transizione verso il post-carbon, le rinnovabili, il presidente-imperatore stava costruendo il suo vallo di Adriano sul fronte dell’energia.

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