la Mappa del Rischio (Deepwater Horizon – quarta parte)


In realtà la settimana scorsa per Bp si è chiusa con un buon rialzo dei corsi azionari: +8%.

Ecco, questo è l’odore del sangue, e si comincia a intravedere qualche pinna a pelo d’acqua. Lo sentono i mercati, che subodorano una prossima scalata da parte di un grande concorrente – Total ha negato di avere simili propositi, per bocca del suo amministratore delegato, giovedì scorso, ma si guarda soprattutto a Exxon-Mobil, e viene fuori l’ipotesi Russia (Bp ha in corso una importante joint venture col terzo operatore petrolifero del paese, la TNK-BP).

Considerato che, come ricorda puntigliosamente il britannico thisismoney, le responsabilità del disastro difficilmente possono essere circoscritte a BP (comunque verrà chiamata a rispondere anche Transocean, la società che gestisce le piattaforme, la statunitense Anadarko, ovvero la compagnia petrolifera contitolare di Macondo, e l’ineffabile Halliburton, che ha realizzato le strutture in cemento del pozzo), e confidando che i relief well ci mettano una pezza ad agosto, Bp potrebbe comunque salvarsi, magari cedendo una parte delle sue attività (altra ipotesi al vaglio dei mercati, e a cui pare la società stia effettivamente lavorando).

Ma ormai i pericoli per Bp vengono primariamente dal campo finanziario, che può bloccare la società in una sorta di scacco matto della liquidità (per effetto delle pesanti revisioni nel rating l’accesso al credito appare ora proibitivo), o addirittura travolgerla in un gorgo di aspettative circolari, o “riflessive”. Pare che oltre una certa quota nella caduta dei corsi azionari si instauri una sorta di circuito delle aspettative, in cui gli operatori sul mercato dei CDS (i titoli di controassicurazione del debito aziendale) guardano alle quotazioni sul mercato azionario per formare il prezzo, e viceversa – una fuga di specchi tra i due mercati finanziari, normalmente autonomi, che porta rapidamente al crack azionario e finanziario. 

Ma, dopotutto, a questo punto di Bp ci interessa relativamente. Ci importa capire quali faglie geopolitiche si muovono sotto la superficie tormentata del Grande Gioco petrolifero, sotto la “divisione del lavoro” in campo energetico che si è andata definendo a livello globale nel corso del’ultimo  decennio. Il catalogo è questo: esiste anzitutto una ripartizione delle riserve che vede le NOC (compagnie nazionali) dei paesi grandi produttori controllare saldamente la stragrande maggioranza delle risorse accertate, un ribaltamento totale dei rapporti di forza che esistevano fino agli anni’80. Attualmente le NOC possiedono circa l’85% delle riserve mondiali. Soprattutto, si tratta delle risorse più accessibili, le più antiche, mentre nel 10-15% delle società private si trova un carnet di giacimenti “di frontiera”: offshore profondo, Artico, sabbie bituminose, petrolio degli strati scistosi, e shale gas (che però costituisce a un capitolo a parte, e sembra destinato cambiare l’orizonte energetico nei prossimi anni).

Le multinazionali  integrate dunque controllano una piccola parte del petrolio a venire, ma rimangono strategiche, si sono specializzate mettendo a frutto una superiore dotazione di expertise (il capitale umano, la competenza sviluppata negli anni in contesti geologici diversissimi tra loro, in tutto il pianeta), di know how tecnologico, e una vasta disponibilità di capitali.

La ripartizione del lavoro disegna anche una mappa delle preferenze, quelle relative al rischio: le Ioc evitano, per quanto possibile, il rischio (geo)politico – i paesi retti da regimi inaffidabili, o in cui prevale un nazionalismo delle risorse, quelli a rischio di instabilità interna e/o di conflitto internazionale – e il rischio geologico (territori dove la probabilità di trovare quantità importanti di idrocarburi è considerata troppo esigua), e preferiscono assumersi rischio ingegneristico, confrontarsi con ambienti naturali estremi, che richiedono enormi investimenti, l’implementazioene su vasta scala di costosissime tecnologie di frontiera, imponenti e complesse opere di ingegneria, e possono portare a imprevisti e onerosi rallentamenti nei lavori. Ma il rischio può andare ben oltre..

Un’altra componente è quella delle piccole e medie compagnie indipendenti, le E&P (imprese di  esploraziome e produzione), di cui si era detto nella terza parte. Le E&P sono più innovative, tendono ad assumere rischio geologico, e a scoprire o a rendere economicamente accessibili altre risorse, grazie alla sperimentazione di nuove tecniche.

E’ stato così per il Jubilee, la West African Oil Frontier tra Ghana e Sierra Leone, situata in una regione in realtà già esplorata in passato, dove si è deciso di procedere secondo una diversa rappresentazione della geologia dell’area, e con tecnologie nuove; lo shale gas nordamericano era considerato fino a pochissimi anni fa economicamente inaccessibile, finchè non si è deciso di introdurre innovazioni tecniche cruciali, la fratturazione idraulica, la trivellazione orizzontale. Una E&P non potrebbe permettersi di sostenere il rischio inegneristico, di investire in piattaforme da mezzo milione di dollari al giorno per sfruttare direttamente le risorse di giacimenti offshore: capitalizza le scoperte, cede i diritti sui campi petroliferi a qualche Ioc, o magari viene da questa direttamente rilevata, a un multiplo della capitalizzazione iniziale. In questo modo il settore privato in senso esteso (IOC + E&P) comunque copre due dei settori di rischio (geologico e ingegneristico) su tre.

A sua volta, la nuova mappa delle preferenze (di rischio) segna un  tornante geopolitico, un assestamento epocale nella tettonica degli equilibri mondiali: le grandi società occidentali dell’energia si ritraggono intimidite dai teatri politicamente più difficili.. dissolto (quasi) ogni potere contrattuale derivante dal controllo delle tecnologie e dell’expertise (competenze e ingegnerìe utili a sfruttare le “facili” risorse di gran parte dei paesi esportatori sono molto più agevolmente accessibili che ai tempi delle sette sorelle, inevitabilmente decenni di sfruttamento hanno comportato qualche benefica perdita di know-how, oltre che di petrolio e gas: anche tralasciando i casi di eccellenza come la brasiliana Petrobras, in Africa nera  è un gemmare di nuove società indipendenti autoctone), perduta l’egemonia dell’Occidente e il suo ruolo di garante economico e finanziario, screditato il FMI e le sue ricattatorie ricette di astratta ortodossia e concreta dipendenza, scoperto il grande bluff del dollaro e della crescita a credito nordamericana, alle companies non resta che inseguire il miraggio di un superomismo tecnologico, facile a rivelarsi via crucis.

Non si tratta solo della nazionalizzazione delle risorse da parte dei grandi esportatori “in via di sviluppo” (eufemismo stridente: il petrolio non porta sviluppo, storicamente), anche dove si apre a operatori esteri – nella forma diretta o della joint venture – sempre più spesso le Grandi Sorelle sono surclassate da società cinesi, brasiliane, russe, indiane, coreane – capaci di assumersi e gestire rischio geopolitico in contesti particolarmente instabili o inquieti, con i Cinesi particolarmente attivi in Africa (Sudan, Nigeria, Angola), in Iraq, in Venezuela e in Asia centrale, e addirittura Sonangol (la NOC angolana) che miete successi in Iraq. E’ l’altro volto del declino occidentale, l’emergere di nuove potenze, la irresistibile gravitazione esercitata dalla sete di idrocarburi e dalla spropositata disponibilità di capitali dell’industria cinese – ma anche, a volte, la pericolosa seduzione del nucleare civile, asso nella manica di Mosca e Pechino.

Nello stesso giorno di fine Giugno si poteva leggere di: un importante passo di Gazprom Neft per lo sfruttamento di giacimenti nel Golfo di Guinea; la nazionalizzazione di strutture petrolifere di proprietà Usa ad opera del governo venezuelano; l’acquisto di una importante partecipazione nell’industria del petrolio canadese (sabbie bituminose) da parte di un fondo sovrano cinese.

Anche il primato ingegneristico (tecnologico e finanziario) è fragile: ora è una grande compagnia nazionale, Petrobras, a investire centinaia di miliardi di dollari e uno know-how di altissimo livello nella gigantesca sfida tecnologica dei giacimenti pre-salt, situati migliaia di metri sotto fondali oceanici profondi, oltre spessi strati di durissimo sale. E la Cina sta facendo le sue mosse, anche se per ora molto coperte, in vista di un futuro accesso alle risorse dell’Artico.

Naturalmente il quadro generale è più complesso di queste tendenze di fondo, facilmente contraddette in specifici contesti, e le IOC mantengono alcuni atout, specie dove la controparte è costituita da stati particolarmente deboli (Africa subsahariana), e dove le NOC rimangono essenzialmente industrie estrattive e necessitano della cooperazione delle grandi società integrate per sviluppare il downstream petrolifero (raffinazione). La cooperazione è pure gradita e ricercata, anche dalle arrembanti società cinesi, dove si tratta di condividere ingenti impegni finanziari, rischio politico, expertise e tecnologie di punta.

E Bp rappresenta proprio una preziosa eccezione a quei trend di declino geopolitico: la compagnia assume un valore strategico che va ben aldilà del suo know-how degli ambienti estremi (offshore profondo, artico, petrolio degli strati scistosi), risiede nella capacità politica di accreditarsi e operare su vasta scala in teatri ad alto rischio di inaffidabilità e/o instabilità: l’Iraq, ma soprattutto Azerbaijan e la stessa Russia (se pure con gravi infortunii, in passato), con la grande joint venture TNK-Bp.

Proprio Bp può essere considerata uno degli ultimi bastioni occidentali sul fronte dell’oro nero (dunque dell’energia). Altri capisaldi e vantaggi competitivi sono:

_ il rapporto privilegiato degli Usa con l’Arabia Saudita (progressivamente corroso dall’importanza dell’export energetico verso la Cina, già ora il primo cliente dei sauditi, dopo generazioni)

_ il controllo dell’Iraq, che si accinge a scalare posizioni importanti nella graduatoria dei paesi esportatori, forse a superare la stessa Arabia Saudita nel giro di dieci anni (in realtà le compagnie cinesi si sono aggiudicate vaste concessioni; e permane irrisolto, potenzialmente esplosivo, il nodo curdo)

_ il Mare del Nord, soprattutto nella componente del gas norvegese (non ancora in declino)

_ il controllo dell’Artico, in condominio coi russi (ma la posizione statunitense è giuridicamente precaria, mentre i Cinesi preparano le loro teste di ponte, in vista della prossima offensiva geopolitica)

_ le sabbie bituminose del Canada

_ il gas non convenzionale (soprattutto lo shale gas statunitense, ma anche le riserve australiane)

 

(continua…)

5 pensieri su “la Mappa del Rischio (Deepwater Horizon – quarta parte)

  1. saturno_v

    Hyeron

    Mi fa piacere avere scoperto l’esistenza di un blog di questo livello in Italiano….ci siamo scambiati 2 messaggi sul blog di Rampini a Repubblica (sono saturno_v, parlavamo della deflazione)
    Il problema di quel blog e’ che se la prendono molto comoda prima di moderare i messaggi, con il risultato che uno scambio di “fluido e scorrevole” e’ impossibile.

    Che ne dici di scrivere un pezzo sul ritorno allo standard aurifero e sviluppo sostenibile? (un collegamento in cui credo fermamente)

    Saluti da Seattle

    Rispondi
    1. andrea Autore articolo

      Ti ringrazio. in effetti in Italia l’interesse verso le questioni internazionali è ben limitato, un po’ per cronica chiusura mentale, un po’ perchè tutti presi dall’eccezionalismo italiano (che è in sè regressivo, dunque a maggior ragione dovrebbe spingerci a osservare altri paesi e problemi). D’altra parte la geopolitca è di solito declinata sul versante strategico-militare, dunque un sito italiano che ne sviluppa soprattutto gli aspetti più economici (e demografici, tempo permettendo) non è oggetto inflazionato nel panorama del web.

      al momento sto focalizzando sulle qustioni del dollaro e del sistema finaziario, soprattutto in relazione ai mercati dell’energia, ma il tuo suggerimento è estremamente interessante. Contattami per mail (a.caternolo@hotmail.it), se hai tempo e ti interessa potremmo sviluppare assieme qualcosa su questo e altro.

      Rispondi
  2. Marco

    Da quanto descrivi con acribia, emergerebbe l’urgenza di una profonda trasformazione degli stati nazionali verso la formazione di grandi unità politiche continentali che potrebbero organizzare meglio la gestione del patrimonio energetico e valutare il modo di organizzare le energie alternative.
    Ma il bipolarismo è finito, il tentativo imperiale degli USA è fallito, gli stati nazionale si stanno sfibrando, i soggetti tradizionali sono in crisi irreversibile e i blocchi continentali tardano a formarsi.

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  3. monica

    hyeron,la tua analisi precisa e dettagliata non fa che accrescere la sensazione che tutta la questione energetica mondiale sia in una fase di inevitabile movimento.Sembra di capire che si creeranno diversi equilibri e questi provocheranno col tempo sicuri cambiamenti dell’ordine geopolitico dei nostri giorni.Salta agli occhi la grinta della Cina.Saremo tutti assoggettati al nuovo impero cinese?Paura! Difficilissima e ardua una previsione.Noi come occidentali dovremmo concentrarci sullo sviluppo di energie alternative e sviluppare metodi scientifici all’avanguardia per la salvaguardia dell’ambiente.Abbiamo(l’umanità)contribuito alla più grande estinzione di specie viventi -dopo quella dei dinosauri-quindi se è vero che l’uomo rappresenta l’intelligenza sul pianeta Terra è d’obbligo un’inversione di tendenza prima che il danno sia irreparabile e film catastrofici saranno poca cosa rispetto allo scenario che potranno trovarsi davanti le future generazioni tra qualche trentina d’anni. Ma nonostante tutto dobbiamo continuare a confidare nell’intelligenza umana ?

    Rispondi
    1. hyeron Autore articolo

      Naturalmente dovrebbe essere così, ma questo lo auspicano tutti, anche gli esperti di questioni petrolifere, le riviste specializzate del settore, gli investitori e la stessa Bp, che ha convertito il suo logo in B(eyond) P(etroleum) alcuni anni fa. Lo stesso Obama è arrivato alla Casa Bianca sull’onda di un consenso – anzi: di una mobilitazione – di massa, grazie a una campagna che aveva il suo punto più qualificante nella riconversione dell’economia alla sostenibilità, al green business. E d’altra parte il versante crudamente geopolitico della questione, liberarsi delle dipendenza energetica da fornitori potenti e infidi, aveva già conquistato il petroliere Bush. Eppure è da quaranta anni che i presidenti promettono (uno dopo l’altro, come i dieci piccoli indiani) di liberare l’America da quella dipendenza, e di alleggerirla drasticamente entro il mandato. Al termine di ogni mandato l’import petrolifero è aumentato, i progressi nell’efficienza energetica sono modesti, almeno in confronto ai risultati europei e giapponesi (ma ormai anche cinesi). E quando Obama porta le sue proposte in Congresso è solo per vedersele mutilare dalle lobby degli stati carboniferi (ancora più fossili e tenaci del conglomerato di interessi petrolifero). La refrattarietà americana paralizza o zavorra pesantemente tutto l’Occidente: trattandosi di internalizzare i costi della dipendenza e dell’inquinamento nel funzionamento dell’industria, e di investire, certi passi devono esere concordati a livello globale, per non generare handicap competitivi. Ma questo si spiega, più che con il peso di certe lobbies nel sistema parlamentare Usa, con la natura imperiale della potenza americana, o – se si preferisce utilizzare terminologie più neutre – con la sua posizione pivotale, di fulcro globale.
      Paradossalmente ora ci si aspetta che sia la Cina a guidare la rivoluzione energetica, in particolare nell’auto elettrica. e tutti gli altri a seguire, si spera.

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