qualche ipotesi sull’Iran (e sull’Arabia Saudita, e su Israele)


 

i post su Iran/Arabia Saudita hanno avuto una certa attenzione, come era anche immaginabile per un tema molto caldo, sotto i riflettori da diversi anni e che manda bagliori di guerra, se non di apocalisse nucleare. Tento di dare qualche risposta ai lettori, in particolare alle questioni poste da Giuseppe Ragonese.  Anche qua, come potete vedere, cherchez l’energie…

 

Precisiamo: l’Iran è una superpotenza energetica (in petrolio e gas), non un paese che ha bisogno di aiuti internazionali. E naturalmente questo vale a maggior ragione per i sauditi. Di per sè Teheran dispone, o potrebbe disporre, di risorse e strumenti per condizionare gli assetti mondiali, e del resto già la sua scelta di isolamento ha un impatto potente sugli equilibri geopolitici (l’adesione alle sanzioni di potenze come Cina e Russia, che hanno importanti interessi in Persia, non sarà nè gratuita nè scontata nel tempo). Considerato che nei piani di Obama non era contemplato un semplice appeasement verso Teheran, ma la sua piena integrazione nella rete delle interdipendenze energetiche (sbloccare il gas iraniano verso occidente avrebbe messo definitivamente sotto scacco la politica di potenza di Gazprom in Europa) e di politica internazionale, e che nell’isolamento la stessa industria estrattiva deperisce anno dopo anno, per mancanza di capitali d’investimento, la scelta della teocrazia appare suicida. Nondimeno i persiani passano per politici raffinati, sapienti diplomatici e con una visione di lungo periodo. si possono fare alcune ipotesi – non alternative – sulla tenuta del “muro nucleare” iraniano:

   a) proprio la stabile e piena integrazione del paese nella rete di interdipendenze regionali e globali, e nell’economia internazionale, avrebbe probabilmente eroso alle fondamenta il potere della teocrazia, almeno della sua ala militare, che è non a caso la struttura fondamentale mobilitata a sostegno del potere di Ahmadi-Nejad e della stessa Guida Suprema.

   b) l’arsenale nucleare in preparazione è rivolto solo a parole contro Israele. Secondo una lettura conservativa, che al momento preferisco, offrirebbe uno scudo strategico formidabile, che metterebbe (ragionevolemnte) al riparo il paese dalla possibilità di subire un giorno lo stesso trattamento che è stato riservato al vicino Iraq. Dopotutto le riserve petrolifere e di gas iraniane sono paragonabili o superiori a quelle di Baghdad, e la fame di idrocarburi dell’Occidente rimane una pesante incognita geopolitica per il futuro. E Saddam “il giorno prima” era anche un vecchio amico e alleato degli Usa.

Secondo la lettura espansiva, preferita da analisti strategici israeliani (e anche dai sauditi, pare), I missili saranno politicamente rivolti verso i vicini paesi del Golfo e dell’Asia centrale. Il disegno sarebbe estremamente ambizioso, condizionare politicamente gli stati, controllare di fatto la gestione di immense riserve di idrocarburi (fino a un 70% del totale globale). Può sembrare uno scenario da Stranamore, eppure, mettendo assieme una struttura militare convenzionale tra le più potenti della regione, l’arsenale nucleare, e la pesante sovraesposizione imperiale (militare e finaziaria) degli Usa, si aprono prospettive tentatrici a una politica di egemonia non guerreggiata.. e si affaccia di nuovo il fantasma di Saddam, visto da tutt’altra ottica, quello del 2 Agosto, dell’invasione del Kuwait (seguita, ricorderete, a una drammatica sessione Opec, che vide i kuwaitiani opporsi alla mozione irachena per un aumento dei prezzi del greggio, e di censura alla politica estrattiva inflazionaria del Kuwait: ecco, con l’atomica Teheran punterebbe a prevenire simili spiacevoli esiti, a imporsi “pacificamente” come regolatore dei flussi e dei prezzi).

Nella vacanza imperiale di Washington i paesi più ricchi del Golfo non rimarrebbero a guardare, e si preparebebro a sostenere l’impatto della nuova geopolitica iraniana costruendo a propria volta i rispettivi “valli nucleari”. Obbiettivamente la mossa di Riad fa pensare che sia questo lo scenario attuale. Israele sostiene, per bocca dei suoi analisti più raffinati, che il suo timore non è certo quello di un impensabile e suicida strike nucleare su Tel Aviv (Israele dispone di per sé di sottomarini nucleari, tali da consentire il secondo colpo, senza considerare l’automatica reazione americana),  ma di essere terrorizzata da un medio oriente impazzito e nuclearizzato, in cui tra cinque o sette pargoli (poniamo Riad, il Cairo, Ankara, Tripoli, dopo Teheran..) che giocano al nucleare il litigio terminale sarebbe solo questione di tempo.

Poi si deve pure considerare il fatto che in questo contesto i gruppi radicali e terroristici percepirebbero la presenza di un ombrello atomico islamico, al riparo del quale poter moltiplicare le operazioni contro Israele.

c) anche nelle sanzioni l’isolamento è relativo, la sete di idrocarburi è troppo pressante e i clienti non mancheranno: se già la defezione iraniana ha praticamente svuotato il progetto europeo del  Nabucco (il gasdotto euroasiatico per calmierare il potere di Gazprom), sfregiando così il disegno americano di un balance of power energetico sul vecchio continente, decolla, se pure in versione ridotta, il progetto di gasdotto verso il Pakistan. Il progetto originario contemplava una diramazione importante verso il vasto mercato indiano, ma l’attentato di Bombay del novembre 2008 e i forti sospetti sul coinvolgimento dei servizi pakistani hanno raggelato la trattativa – eppure l’India è comunque presente in maniera importante nel gas iraniano: un consorzio indiano condurrà le estrazioni dall’enorme giacimento gasifero di Farzad B (forse  600 mld m3.) – e Teheran per parte sua si sta dotando di una vasta infrastruttura per produrre gas naturale liquido, evidentemente destinato all’export, gasdotti o no (77 milioni di tonnellate di Lng all’anno entro il 2013)..

d) già le guerre di Bush hanno creato una costellazione particolarmente favorevole allo sviluppo di una egemonia regionale (centroasiatica) persiana: l’Iraq come concorrente geopolitico è stato eliminato e sostituito da una compagine debole e in cui la minoranza sciita e filoiraniana ha una presenza determinante nelle stanze del potere e nella società; nel Grande Gioco afgano seguito all’invasione Teheran controlla pedine importanti. la Turchia inoltre  intende porsi a sua volta come superpotenza regionale, ma lo fa puntando a un protagonismo  collaborativo con l’Iran, una crepa nel muro americano verso la Persia. Avendo in mano le carte per destabilizzare pesantemente  le due operazioni di nation building americane, effettivamente teatri di guerra, Teheran può ritenere di avere un deterrente efficace.

2 pensieri su “qualche ipotesi sull’Iran (e sull’Arabia Saudita, e su Israele)

  1. andrea Autore articolo

    Replica sontuosa, Gabriele.. il livello del dibattito decolla nella qualità, oltre che in quantità di interventi.

    rispondo qua in prima istanza, in attesa di sviluppare un discorso più complessivo in un nuovo post.

    Il blog è dedicato alla geopolitica dell’energia, ma questo definisce più il focus di interesse che la lente e le sue curvature: la geopolitica come disciplina non può limitarsi a un approccio economico, o strategico-militare, come ben ricordi.
    L’economia è un buon paradigma, e del resto si rappresenta come una forma di elementare, pragmatica psicologia, ma presuppone l’affermarsi di un homo oeconomicus, offre una nitida radiografia delle motivazioni almeno nelle (delle) società occidentali, ma l’Iran non ne fa parte.
    Eppure economia è anche altro, la sorda materialità dell’esistenza, o legge di necessità, con cui pure sogni e incubi della ragione devono fare i conti: Hitler – cui Ahmadi-Nejad è insistentemente paragonato – sogna di conquistare l’Eurasia, riorganizzare la vita (e soprattutto la morte) dall’Atlantico al Pacifico, stabilire un Reich millenario e cancellare dalla faccia della terra un intero popolo, una intera civiltà (l’Occidente stesso, a ben vedere, che senza e contro l’anima ebraica non è neanche concepibile); in questa follìa coinvolge prima una intera grande nazione e poi altri popoli dell’europa centro-orientale, ma quando perde le vie del petrolio le sue industrie rimangono a secco, fermi i panzer. Nondimeno la siccità energetica è solo un anello intermedio, per quanto elevato e decisivo, della catena causale che porta al disastro il terzo Reich – i semi della sconfitta germinano in altre e più libere decisioni umane (Ben diversa è la vicenda della guerra giapponese: le mosse di Tokio appaiono fin quasi dall’inizio guidate dall’esigenza di garantirsi l’accesso a materie prime indispensabili, ma soprattutto al petrolio. Al punto che oggi alcuni studiosi contemplano – tra gli altri, per fortuna – uno “scenario giapponese” per potenze industriali alle prese con il picco del petrolio.. )
    Abbiamo appunto una grande nazione che va verso la catastrofe, contro ogni tentativo di spiegazione economica delle scelte, “contro” e non “per” il petrolio. Ma quanto somiglia la Persia di oggi alla Germania degli anni’30, o – più tecnicamente – quanto è totalitario l’Iran? Perché il presidente può essere effettivamente animato da furori apocalittici nel suo perseguire la soglia nucleare, ma quanto Iran, e quanto establishment, è o può essere preso in questa febbre? Pure nella deriva da dittatura sudamericana il paese rimane una realtà strutturata in forti poteri intermedi, e non certo riassorbita in un partito totalitario, in una chiesa monolitica: le milizie, i pasdaran che appoggiano il presidente rappresentano un potere esorbitante, ma anche e sorpattutto in quanto controllano buona parte dell’economia, delle imprese, più che per essere l’avanguardia di una nazione in armi, pronta alla mobilitazione e al sacrificio finale; il clero è spaccato, e sembra maggioritariamente diffidente della militarizzazione del regime; ampie masse popolari sono con il regime, è vero, ma è un consenso molto poco totalitario e ben più fragile di quanto si creda: si tratta proprio delle classi più povere e dipendenti dalle politiche assistenziali, la dura crisi economica e la scarsa sostenibilità di quelle misure aveva già eroso la base elettorale del presidente rispetto al successo del 2005. Non solo: il consumo di idrocarburi è massicciamente sovvenzionato dal bilancio pubblico, a costi elevatissimi per lo Stato, ma senza questa “correzione” ai prezzi di mercato la situazione diverrebbe insostenibile per una parte di quei ceti popolari, con conseguenze distruttive sull’elettorato di Ahmadi-Nejad.
    Rimane sorprendente come un gruppo di potere, se non un solo uomo, ricchissimo e in controllo di quasi tutte le principali leve di potere e dei media, possa incarnare agli occhi di masse di diseredati quell’”uno di noi” che combatte al loro fianco, contro oligarchie plutocratiche e parassitarie (il fronte moderato guidato da Rafsanjani nel 2005, da Moussawi nel 2009, e ormai assimilato dal regime a un’unica opposizione cospiratrice fino ai radicali di Karrubi).

    Si deve poi aggiungere che le forze armate non sono riducibili semplicemente a milizia politico-religiosa, sono altro da pasdaran e basiji, e che l’Iran moderno mantiene un retaggio imperiale, nella complessa struttura etnica in cui si articola.

    Riconosco però che lo scenario di un possibile attacco nucleare a Israele che si delinea dalle tue ipotesi non è così evanescente, mescola il fanatismo di parte dell’elite e delle masse alla fredda consapevolezza di un nuovo ordine mondiale – “uno scenario futuro ipotetico che vede Israele isolato e gli Usa limitati dalla Cina potrebbe dare nuovo vigore a visioni escatologiche”. Questo nuovo equilibrio non è proprio all’orizzonte, ma non si può escluderlo dal futuro possibile, e naturalmente l’arsenale nucleare è un investimento geopolitico di lungo periodo. Si deve immaginare una costellazione di forze in cui non semplicemente la Cina sia diventata una superpotenza globale almeno pari agli Usa (e questa è la profezia più facile e condivisibile), ma si siano stabiliti rapporti conflittuali tra i due grandi poteri, come ai tempi della guerra fredda. L’Iran poi dovrebbe essere parte così integrata del Blocco Cinese da meritare una sorta di “garanzia cubana”. O israeliana, appunto.. e ciò rende il gioco a somma zero: in ogni caso su ciascuno dei due contendenti mediorientali, varrebbe un interdetto nucleare da parte dei rispettivi Lord protettori. In altri termini, è ben possibile che in un futuro prossimo l’Iran diventi politicamente “intoccabile” (in virtù cioè di una certa costellazione geopolitica), come oggi lo è Israele grazie alla garanzia Usa. E’ ben difficile immaginare che però cada quella vitale garanzia su Tel Aviv: chi volesse bombardare lo stato ebraico con armi nucleari dovrebbe comunque mettere in conto la propria apocalisse, se non la guerra mondiale.

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  2. Gabriele C.

    Ottima analisi, come sempre. Devo però fare il grillo parlante della situazione e mettere in guardia dall’uso di paradigmi fissi, come quello economico. La geopolitica non è, appunto, solo economia. Quando gli Usa intervennero in Somalia, paese che con tutti gli sforzi possibili immaginabili fu un po’ complicato far rientrare, da parte della stampa internazionale, nei giochi di potere legati al petrolio, da buoni yankees pragmatici pensarono che, visto il costo in vite umane che un impegno diretto comportava, alla fin fine sarebbe bastato sganciare un po’ di dollari a quei “signori della guerra” più malleabili e la situazione si sarebbe tranquillizzata. Non avrebbero fatto della Somalia il paese del latte e del miele, ma insomma, meglio della mattanza quotidiana, è preferibile uno stato tribale. Invece non è andata così. Sembra impossibile che l’uomo operi certe scelte, ma alla fine hanno prevalso le coorti islamiche, massa indistinta ma ordinata di combattenti per la fede, straccioni, senza grandi mezzi, però animati dal fanatismo religioso, elemento che non si ritrova nelle analisi economiche di nessun politologo o filsofo.
    Questo per dire che nel grande alveo delle ipotesi che tu fai, un posticino lo lascerei anche all’ipotesi per noi più incomprensibile, e cioè che, in fondo, un uomo come Ahmadinejad (che, è bene ricordare, nonostante ciò che dice la stampa occidentale, ha l’appoggio della maggioranza della popolazione del suo paese, che non è composta dalle molte migliaia di studenti di Teheran, ma dai molti milioni di pastori, allevatori e contadini dell’Iran profondo) un pensierino alla distruzione di Israele ce lo fa. Anche perché eventi come questo non si verificano dall’oggi al domani (Ahmadinejad si sveglia e spinge il bottone), ma al compimento di vari fattori politico-economici che anche la tua analisi ben individua. Uno scenario futuro ipotetico che vede Israele isolato e gli Usa limitati dalla Cina potrebbe dare nuovo vigore a visioni escatologiche. Per inciso: qualcuno sa come la pensa il figlio di Mubarak? No, perché l’Egitto filo-occidentale del vecchio dittatore ha 80 milioni di abitanti che non se la passano benissimo e delle forze armate gigantesche rimpolpate da armamenti made in Usa. Pensa tu se Israele si ritrovasse nuovamente accerchiato da Egitto, Siria (del debole Assad figlio, manovrato dai gerarchi del Baa’th) e, stavolta, Iran al posto della Giordania con un’America cui si contrappone la Cina il cui Risiko africano sta dando basi di partenza proprio in zona…
    Ricordiamoci che anche l’uso dell’arma nucleare israeliana è concepita per l’Armageddon…

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