l’enigma persiano, il dilemma cinese e il settimo sigillo (parte prima)


L’enigma persiano non può essere sciolto certo ricorrendo solo a una lettura energetica, o comunque economica, mi ricorda Gabriele nel suo commento al mio precedente post su Iran/Arabia Saudita. Questo pezzo sia dunque anche una replica (più articolata diquella già pubblicata) al suo stimolante intervento

Il blog è dedicato alla geopolitica dell’energia, ma questo definisce più il focus di interesse che la lente e le sue curvature: so bene che la geopolitica non può limitarsi a un approccio economico, o strategico-militare.

L’economia è un buon paradigma, e del resto si rappresenta come una forma di elementare, pragmatica psicologia, ma presuppone l’affermarsi di un homo oeconomicus, offre una nitida radiografia delle motivazioni almeno nelle (delle) società occidentali, ma l’Iran non ne fa parte.

Eppure economia è anche altro, la sorda materialità dell’esistenza, o legge di necessità, con cui pure  sogni e incubi della ragione devono fare i conti: Hitler – cui Ahmadi-Nejad è insistentemente paragonato – sogna di conquistare l’Eurasia, riorganizzare la vita (e soprattutto la morte) dall’Atlantico al Pacifico, stabilire un Reich millenario e cancellare dalla faccia della terra un intero popolo, una intera civiltà (l’Occidente stesso, a ben vedere, che senza e contro l’anima ebraica non è neanche concepibile); in questa follìa coinvolge prima una intera grande nazione e poi altri popoli dell’europa centro-orientale, ma quando perde le vie del petrolio le sue industrie rimangono a secco, fermi i panzer. Nondimeno la siccità energetica è solo un anello intermedio, per quanto elevato, della catena causale che porta al disastro il terzo Reich – i semi della sconfitta germinano in altre e più libere decisioni umane. (Ben diversa è la vicenda della guerra giapponese: le mosse di Tokio appaiono fin quasi dall’inizio guidate dall’esigenza di garantirsi l’accesso a materie prime indispensabili, ma soprattutto al petrolio. Al punto che oggi alcuni studiosi contemplano – tra gli altri, per fortuna – uno “scenario giapponese” per potenze industriali alle prese con il picco del petrolio..)

Abbiamo appunto una grande nazione che va verso la catastrofe, contro ogni tentativo di spiegazione economica delle scelte, “contro” e non “per” il petrolio. Ma quanto somiglia la Persia di oggi alla Germania degli anni’30, o – più tecnicamente – quanto è totalitario l’Iran? Perché il presidente può essere effettivamente animato da furori apocalittici nel suo perseguire la soglia nucleare, ma quanto Iran, e quanto establishment, è o può essere preso in questa febbre? Pure nella deriva da dittatura sudamericana il paese rimane una realtà strutturata in forti poteri intermedi, e non certo riassorbita in un partito totalitario, in una chiesa monolitica: le milizie, i pasdaran che appoggiano il presidente rappresentano un potere esorbitante, ma anche e soprattutto in quanto controllano buona parte dell’economia, delle imprese, più che per essere l’avanguardia di una nazione in armi, pronta alla mobilitazione e al sacrificio finale; il clero è spaccato, e sembra maggioritariamente diffidente della militarizzazione del regime; ampie masse popolari sono con il regime, è vero, ma è un consenso molto poco totalitario e ben più fragile di quanto si creda: si tratta proprio delle classi più povere e dipendenti dalle politiche assistenziali, la dura crisi economica e la scarsa sostenibilità di quelle misure aveva già eroso la base elettorale del presidente rispetto al successo del 2005. Non solo: il consumo di idrocarburi è massicciamente sovvenzionato dal bilancio pubblico, a costi elevatissimi per lo Stato, ma senza questa “correzione” ai prezzi di mercato la situazione diverrebbe insostenibile per una parte di quei ceti popolari, con conseguenze distruttive sull’elettorato di Ahmadi-Nejad.

Rimane sorprendente come un gruppo di potere, se non un solo uomo, ricchissimo e in controllo di quasi tutte le principali leve di potere e dei media, possa incarnare agli occhi di masse di diseredati quell’”uno di noi” che combatte al loro fianco, contro oligarchie plutocratiche e parassitarie (il fronte moderato guidato da Rafsanjani nel 2005, da Moussawi nel 2009, e ormai assimilato dal regime a un’unica opposizione cospiratrice fino ai radicali di Karrubi).

Si deve poi aggiungere che le forze armate non sono riducibili semplicemente a milizia politico-religiosa, sono altro da pasdaran e basiji, e che l’Iran moderno mantiene un retaggio imperiale, nella complessa struttura etnica in cui si articola.

Riconosco però che lo scenario di un possibile attacco nucleare a Israele che si delinea dalle tue ipotesi non è così evanescente, mescola il fanatismo di parte dell’elite e delle masse alla fredda consapevolezza di un nuovo ordine mondiale – “uno scenario futuro ipotetico che vede Israele isolato e gli Usa limitati dalla Cina potrebbe dare nuovo vigore a visioni escatologiche”. Questo nuovo equilibrio non è proprio all’orizzonte, ma non si può escluderlo dal futuro possibile, e naturalmente l’arsenale nucleare è un investimento geopolitico di lungo periodo. Si deve immaginare una costellazione di forze in cui non semplicemente la Cina sia diventata una superpotenza globale almeno pari agli Usa (e questa è la profezia più facile e condivisibile), ma si siano stabiliti rapporti conflittuali tra i due grandi poteri, come ai tempi della guerra fredda. L’Iran poi dovrebbe essere parte così integrata del Blocco Cinese da meritare una sorta di “garanzia cubana”. O israeliana, appunto.. e ciò rende il gioco a somma zero: in ogni caso su ciascuno dei due contendenti mediorientali, varrebbe un interdetto nucleare da parte dei rispettivi Lord protettori. In altri termini, è ben possibile che in un futuro prossimo l’Iran diventi politicamente “intoccabile” (in virtù cioè di una certa costellazione geopolitica), come oggi lo è Israele grazie alla garanzia Usa. E’ ben difficile immaginare che però cada quella vitale garanzia su Tel Aviv: chi volesse bombardare lo stato ebraico con armi nucleari dovrebbe comunque mettere in conto la propria apocalisse, se non la guerra mondiale.

Questa ricostruzione è indebolita da una riflessione.

In una bellissima intervista di due anni fa a Oil Tabloid (bimestrale dell’Eni) il grande scrittore israeliano Abraham Yehoshua, tra molte acute considerazioni di ordine storico e sociale, e memorie personali, sviluppava una interessante lettura geopolitica del petrolio, della dote petrolifera nel contesto mediorientale. La presenza di enormi risorse di idrocarburi nei paesi arabi (in particolare del Golfo e in Iraq, ma anche in Egitto e Maghreb) e islamici (Iran), rappresenterebbe una manna economica, ma anche un formidabile tallone d’achille strategico: le riserve, e ancor più l’infrastruttura del downstream, sono particolarmente vulnerabili a un eventuale attacco militare, costituiscono un naturale deterrente rispetto a iniziative militari su Israele (che non soffre reciprocità), quasi un ostaggio strategico che avrebbe di per sé inibito politiche aggressive da parte degli arabi. 

E’ una ipotesi solida, e utile. Viene da chiedersi, pensando all’impasse iraniana, se questo paradigma non operi, rovesciato, a favore di Teheran, quando la questione verte sulla deterrenza nucleare. L’atomica è la più potente, e la meno controllabile delle armi, il suo impatto è enorme, durevole e scarsamente circoscrivibile.. è, appunto, lo strumento dell’Armageddon, la rottura del Settimo Sigillo: oltre ad uccidere milioni di esseri umani, di fatto si renderebbero inaccessibili per molti decenni, o per sempre,  giacimenti di idrocarburi che ammontano a una quota esorbitante delle riserve mondiali. L’Iran, il Golfo non sono la Russia, la concentrazione territoriale di quelle risorse è elevatissima.. solamente il complesso gasifero (offshore) di South Pars/north Field tra Iran e Qatar (almeno un 19-20%) vale quasi una intera Russia (24%). Rispetto al deterrente nucleare le posizioni si rovesciano: il tallone d’achille è occidentale (e mondiale), l’ostaggio in mano ai persiani.

 A maggior ragione dunque Teheran dovrebbe essere fermata (o fermarsi) ben al di qua della soglia nucleare: il suo superamento, combinato alla dotazione petrolifera, la porrebbe in posizione di vantaggio anche nel gioco della reciproca deterrenza: ironicamente, e crudelmente, Israele si troverebbe ancora più esposta della Persia alla minaccia atomica.

5 pensieri su “l’enigma persiano, il dilemma cinese e il settimo sigillo (parte prima)

  1. http://google.com

    I personally believe this specific post , “lenigma persiano,
    il dilemma cinese e il settimo sigillo (parte prima) la terza colonna”, exceptionally engaging and also it was in fact a remarkable read.
    Regards,Ben

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  2. andrea Autore articolo

    Questa è anche la mia opinione, più o meno. Della capacità deterrente dell’arsenale israeliano, in particolare del second strike, si era detto un paio di post fa. La questione sui limiti della deterrenza, relativamente a territori ad altissima densità di risorse energetiche, è un tallone d’achille della superpotenza garante e vale in generale, per più scenari (ad es di conflitto tra un Iran nucleare e un vicino arabo o centroasiatico). Naturalmente non vale rispetto al deterrente israeliano. Quanto alla utilità del totem atomico come drappo rosso propagandistico, ad uso interno ed esterno, è indubbia. Può darsi però che non sia l’unica nè la principale motivazione del regime, che esistano altre rappresentazioni più immediatamente geopolitiche della soglia nucleare..

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    1. Kiatto

      “Rimane sorprendente come un gruppo di potere, se non un solo uomo, ricchissimo e in controllo di quasi tutte le principali leve di potere e dei media, possa incarnare agli occhi di masse di diseredati quell’”uno di noi” che combatte al loro fianco”….

      Stiamo forse parlando della massa di gedeoni che popola la principale penisola del Mediterraneo?

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  3. Arturo

    Credo che, petrolio o non petrolio, se l’Iran lanciasse un attacco a Israele sarebbe ridotto a un deserto radioattivo, gli israeliano fanno parte del club del “second strike”, grazie ai tre sottomarini classe Dolphin.
    Per cui l’Iran non attaccherà in ogni caso Israele, utile solo come spaurachhio per compattare il popolo attorno a una leadership fallimentare.

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