l’enigma persiano, il dilemma cinese e il settimo sigillo (parte seconda)


Scalando i gradi della possibile risposta all’Iran si deve fare i conti con l’ipotesi di un attacco convenzionale. Sui possibili scenari strategici e politici di questa possibilità si sono versati e si versano fiumi di inchiostro.. qua ci basta dire che questa minaccia da parte americana appare una pistola scarica, gli Usa non possono letteralmente permettersi una nuova grande campagna militare: quando gliela finanzierebbe Pechino (di fatto il garante di prima e di ultima istanza del bilancio federale)? E d’altra parte è noto che l’infrastruttura nucleare persiana è articolata, diffusa sul territorio, mimetizzata e sepolta a grandi profondità fortificate, quando non integrata nel tessuto metropolitano di grandi città: un semplice attacco aereo anche prolungato, non fermerebbe il programma atomico. Potrebbe però rallentarlo per un po’, e il tempo guadagnato potrebbe rivelarsi decisivo (ricordare il bombardamento del sito iracheno di Osirak.. neanche quello di per sé risolutivo, eppure a posteriori di fatto lo fu). Ma bombardare decine di siti nucleari comporta incognite enormi, in termini di diffusione nell’atmosfera del materiale radioattivo, e di permanente inaccessibilità al territorio (e alle sue preziose risorse, come si è detto).

Rimangono le sanzioni, l’embargo commerciale e finanziario. Formalmente si sta stringendo, con Cina e Russia che aderiscono, e l’UE che inasprisce unilateralmente le misure, eppure il suo esito è incerto, la tenuta appare labile. Il quadro è in realtà abbastanza complesso, e opaco – apparentemente Teheran ha trovato fuori dall’Occidente molti e potenti amici interessati ad essere presenti, come acquirenti e come investitori, nel suo vasto mercato energetico. Il dispositivo Onu sarebbe inoltre monco, non contemplando misure per quel settore (queste sono state adottate unilateralmente da Usa e Ue), ma solo contro banche e imprese presumibilmente coinvolte nel programma nucleare iraniano, le forniture di armi e le imprese legate ai pasdaran: nulla si può imputare alle società petrolifere di India, Cina e Russia che continuano a operare nel paese. E già si è aperto un sapido battibecco diplomatico tra Washington (“non approfittate delle sanzioni UE per guadagnare posizioni in Iran”) e Pechino (“stiamo ottemperando rigorosamente il dettato Onu”).

Così da un lato Teheran si affretta a garantire ai contendenti russi o cinesi condizioni contrattuali migliori di quelle già stabilite per Repsol o Shell che abbandonano il campo, dall’altro Mosca e Pechino mostrano interesse, o magari firmano proprio in questi giorni importanti accordi di cooperazione energetica.

A uno sguardo più attento però queste prospettive mostrano limiti importanti, appare molto improbabile che la “supplenza orientale” possa colmare il vuoto lasciato dalle compagnie occidentali. Il gap tecnologico delle compagnie nazionali rispetto alle IOC permane, ma soprattutto l’India si è già sfilata dal grande gasdotto dall’Iran al Pakistan, sicuramente per la altissima tensione con Islamabad seguita agli attentati di Bombay, ma forse anche per ragioni più profonde e strutturali.. pare che New Delhi sia orientata a soddisfare le proprie esigenze puntando in gran parte sulle risorse interne, destinate a un notevole sviluppo nei prossimi anni grazie alla scoperta e messa in opera di nuovi giacimenti, all’intensificazione delle estrazioni dai siti esistenti, e allo sviluppo di risorse non convenzionali (shale gas). Prospettive del genere del resto si aprono anche per la Cina, e comunque le compagnie di Cindia stanno investendo massicciamente sul gas non convenzionale nordamericano, e trovano molto allettanti i mercati africani e iracheno. In breve, Cina e India sembrano orientati a mantenere le posizioni in un mercato molto importante, ma molto problematico, come quello iraniano, ma nulla di più. Il trattato moscovita è roboante nei termini, ma delinea una vasta collaborazione di lungo periodo, è ancora da vedere quali e quando saranno le sue implementazioni.

Non si tratta solo delle sanzioni e dei malumori americani, che comunque hanno pure un loro peso: l’industria petrolifera iraniana, con cui comunque le società estere dovrebbero cooperare, appare sempre più come l’Armata Rossa alla vigilia della guerra mondiale, drammaticamente indebolita non solo e non tanto dall’embargo (cioè dal mancato accesso a finaziamenti e tecnologie occidentali), quanto dalle purghe operate dai fedelissimi di Ahmadi-Nejad alla guida delle imprese, che hanno perso gran parte del capitale di expertise accumulato negli anni a favore di nuovi quadri inetti ma fedeli alla linea. Le condizioni contrattuali proposte inoltre sarebbero poco soddisfacenti, mentre l’impatto stesso dell’isolamento internazionale minaccia seriamente la stabilità sociopolitica del paese (e dunque gli investimenti).

Un primo segnale importante del ridimensionamento dei progetti è nella stima relativa allo sviluppo del settore LNG, abbassata a 40 mln di tonnellate annue.

Nel medio periodo le conseguenze per l’Iran possono essere devastanti: l’industria petrolifera e gasiera sconta una trentennale scarsità di capitali e di investimenti, che ha precluso lo sviluppo dei giacimenti, la produzione va avanti da pozzi ormai antichi che corrono verso l’esaurimento a tassi molto alevati (anche per la scadente tecnologia implementata, oltre che per l’età).

Nel breve periodo la situazione appare già critica: per la cronica carenza di capacità di raffinazione e le sconsiderate politiche di sussidio al consumo energetico Teheran dipende dall’import per il 40% dei suoi consumi di derivati, in particolare dalle “flebo” di Cina e Russia. Dovessero rinunciarvi la situazione si farebbe veramente instabile.

L’impressione è che cinesi e russi (questi ultimi in realtà hanno già parzialmente staccato la spina dei rifornimenti, con Lukoil) abbiano il dito sull’interrutore dell’Iran, e del suo programma nucleare, ma la trattativa con Washington sia ancora in corso. Esiste un aspetto energetico della questione, perché le riserve iraniane sono comunque enormi e dificilmente aggirabili, per la “fabbrica del mondo”, soprattuto se Pechino non intende assolutamente cadere nella dipendenza russa. Su un piano più squisitamente geopolitico Teheran deve apparire un boccone troppo grosso per lasciarlo agli americani, già dislocati tra Iraq e Afghanistan, e dunque in condizioni particolarmente favorevoli per approfittare del collasso persiano.

3 pensieri su “l’enigma persiano, il dilemma cinese e il settimo sigillo (parte seconda)

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  2. annunziata

    Mi sembra che ci siano possibilità di nuovi rapporti tra Usa e Iran , oggi.

    Da un lato l ‘ Iran si dice pronto a collaborare anche con gli Usa per la situazione in Afghanistan , dall ‘ altra gli Usa non bocciano affato l ‘ approccio .

    Resta il problema del nucleare .

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  3. rosie

    un pò come nel risiko…ti avvicini per controllare che nessuno prenda il tuo territorio. ma al di là delle minacce agli israeliani, quale potrebbe essere la motivazione esteriore, la goccia che fa traboccare il vaso? forse solo un attaccato diretto ad israele giustificherebbe l’invasione in uno stato sovrano, tirannico ma sovrano, che gli americani stessi di 30 anni fa hanno voluto instaurare. quindi forse bisognerebbe che gli altri giocatori, i piccoli in modo particolare, lavorino in primo luogo sul contorno economico dell’iran, mentre però dall’altra parte bisognerebbe far “ragionare” la parte israeliana.

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