Iraq, memorie del sottosuolo (parte prima)


December 1st, 2010 Featured Trades: (IRAQI OIL), (SLB), (HAL), (BHI), (WFT)

Di cosa parliamo quando parliamo dell’Iraq?  Come sempre avviene per stati di incerta sovranità, teatri di conflitto aperto e sotterraneo, si tratta effettivamente più di rapporti di forza tra potenze, vicine e lontane. Di un Grande Gioco.

L’Iraq odierno si trova sicuramente in questa condizione, sotto almeno tre o quattro profili:

 

 

_ La perdurante presenza strategica e politica degli Usa nel paese (e nella regione)

 

_ La potente influenza iraniana nella società e nella classe politica dell’Iraq, fondata sulla vasta componente sciita

 

_ Il difficile, contrastato, fragile controllo del territorio nazionale da parte delle istituzioni e in primis delle forze armate e di polizia irachene

 

_ la balcanizzazione della politica e delle forze armate, lottizzate anzitutto tra le tre componenti etno-religiose fondamentali (sunniti, sciiti, curdi)

 

 

 

Ma si tratta di una ricostruzione fin troppo essenziale, perché in realtà si deve almeno aggiungere: la particolarità della questione curda – una nazione a tutti gli effetti, che vive e si organizza all’interno del nuovo Iraq, rivendicando una speciale autonomia (anzitutto nel controllo delle risorse petrolifere); il ruolo crescente e ambiguo della Turchia, proprio con la gestione (sia militare che politica) del problema curdo, a cavallo dei due paesi; l’influenza e il gioco che in Iraq conduce l’altro potente vicino, l’Arabia Saudita.. poi c’è Israele, che vede (e utilizza) il paese anzitutto come base aerea per preparare e lanciare un eventuale strike sull’infrastruttura nucleare iraniana.

Non si tratta di fattori convergenti.. al contrario, la guerriglia endemica in gran parte del paese ha operato anche come una forte resistenza all’appropriazione/spoliazione da parte americana (o occidentale) del cuore stesso di quella sovranità, il petrolio. Un fenomeno che merita attenzione particolare anche per la sua non riducibilità ad alcuno degli attori esterni, manifesti o occulti, del teatro iracheno – non si è trattato di trame persiane o di manovre turche, semplicemente le comunità locali, i clan, le città e i villaggi hanno opposto un attrito, anche militare, sanguinoso, alla politica petrolifera della prima fase. Detto in altro modo, la stessa caotica, ingovernabile disarticolazione del paese e del potere ha operato come formidabile resistenza a una manovra neo-coloniale, a preservare la possibilità di una sovranità a venire – ed esprime una drammatica consistenza geopolitica dell’Iraq, che costringe i grandi attori sulla scena a fare i conti non solo tra loro. L’Iraq, dunque, insospettabilmente, esiste.

Esiste anche nelle divisioni che attraversano il campo sciita in materia di organizzazione federale (o confederale) dello Stato, e di attribuzione dei poteri e delle competenze nella gestione delle risorse petrolifere; esiste nella vicenda del Kurdistan iracheno; esiste nel processo di recupero di potere sovrano da parte di Baghdad, ad opera (in gran parte) del premier Al Maliki, e nel declino politico ed elettorale delle prospettive confederaliste/secessioniste.

Quel processo di complesso, tormentato recupero di sovranità perduta si esprime sicuramente nel consolidamento delle forze armate e nel controllo politico delle medesime, nella presa militare sul territorio e nella forte riduzione della violenza etno-settaria e del terrorismo internazionale, ma anche e soprattutto nella politica petrolifera. Sicché questo sia pure un racconto a proposito del petrolio.

L’Iraq doveva, e forse potrebbe ancora, essere anzitutto la riserva delle Ioc, dunque dell’Occidente, in primis degli Usa in drammatico declino energetico. Le cose sono andate molto diversamente. Siamo consapevoli, naturalmente, che non tutto, della vicenda irachena, si riconduce alle dinamiche d’interesse petrolifero, eppure l’infuriare di un dibattito sul “movente” sembra fatuo.. “prendere” l’Iraq ha sicuramente implicazioni geopolitiche extraenergetiche, nel disegno originario: dal progetto di un Grande Medioriente democratizzato e filo-americano per effetto domino, all’assicurarsi una chiave di volta strategica (con l’occupazione di un territorio) al cuore dell’Eurasia e confinante con Caucaso, Iran e Arabia Saudita. Ma lo scenario neocon di una rivoluzione democratica dall’Egitto (o dal Marocco) al Qatar era chiaramente una favola. La scommessa d’altra parte era enorme, ed è stata persa, ma la posta petrolifera in palio basta e avanza a spiegarne le ragioni, senza alcun bisogno di cercare ulteriori “premi”.

Le riserve irachene ammontano a 124 mld barili, e situano il paese al secondo posto globale (considerato che la recente revisione iraniana sembra più un messaggio propagandistico, e che le risorse di Venezuela e Canada sono costituite in gran parte di olio non convenzionale, sabbie bituminose che diventano economicamente sfruttabili solo oltre una elevata soglia di prezzo). Il dato proviene da una revisione effettuata pochi mesi fa, ma non comprende i giacimenti della regione petrolifera settentrionale (Kurdistan) ed era comunque atteso, e anzi altre correzioni importanti sono probabilmente imminenti, se si considera che l’industria petrolifera irachena – e in particolare l’esplorazione – è rimasta quasi paralizzata per anni, o decenni, tra guerra persiana e invasioni americane.

Gli Stati Uniti si trovano in un passaggio chiave della loro storia, o almeno della loro egemonia globale, particolarmente per la imminente scarsità di petrolio (ormai riconosciuta dallo stesso Pentagono), e la perdita di controllo politico sui grandi fornitori energetici. Non è difficile vedere il nesso tra Iraq e Deepwater Horizon.

E’ semmai il caso di vedere non oltre al petrolio, ma oltre il petrolio, avere presente che il controllo di un fornitore che promette di superare in pochi anni la stessa Arabia Saudita nei flussi di export, e comunque sicuramente l’Iran, porta con sé un esorbitante potere geopolitico, oltre alla chimera della sicurezza energetica di medio periodo. Secondo recenti ma accreditate ricostruzioni il controllo e la gestione politica dell’export petrolifero saudita (e dunque dei prezzi Opec) servì negli anni’80 a preparare il collasso del sistema sovietico. Sulla entità o la stessa esistenza di capacità di riserva nel sottosuolo saudita è lecito avere forti dubbi, come ricorda lo stesso FT, soprattutto in considerazione dell’impressionante trend nei consumi interni – e  comunque Riad non è più controllabile come un tempo, non dipende più principalmente dal mercato americano, ha scoperto l’amico cinese.

8 pensieri su “Iraq, memorie del sottosuolo (parte prima)

  1. Lorenzo Nannetti

    Bell’articolo, ma non condivido alcune parti. Israele non usa (o non userebbe) l’Iraq come base per attaccare l’Iran perché le questioni logistiche e politiche coinvolte in una tale mossa sono molto sfavorevoli. Del resto non ne ha bisogno visto che esiste almeno un accordo di massima (forse anche qualcosa di più) con l’Arabia Saudita.
    Secondariamente, è vero che gran parte delle lotte settarie sono dovute alla questione dello sfruttamento delle risorse, ma non per (o contro) l’influenza americana. Il problema è ancora una volta settario. Gli USA (e/o gli occidentali in genere) gli accordi li fanno comunque, quello che a livello locale importa è: con chi?
    I Sunniti, che fino ai tempi di Saddam dominavano il paese, di fatto sono ora forte minoranza anche politica e hanno il territorio meno ricco di petrolio e altre risorse. Per questo motivo (oltre allo scioglimento dell’esercito senza aver pensato ai posti di lavoro x gli ex-soldati, etc…) sono stati l’etnia più spinta alla resistenza perché vogliono avere la loro parte di ricavi che, altrimenti, per loro sarebbero eccessivamente scarsi. Gli Sciiti come hai notato sono influenzati dall’Iran e da quelle frange che ora si sono trovati in maggioranza non solo di popolazione ma anche nel parlamento, e vogliono sfruttare l’occasione. I curdi… beh, siamo d’accordo che sono gruppo a sé, in espansione, schiacciati tra aggressività turca a nord e interesse ad espandersi al sud. Ma qui il discorso sarebbe più lungo.

    Rispondi
  2. maria morigi

    Aggiungo che sui Curdi si potrebbe scrivere un’epopea, da qualsiasi punto di confine li si guardi. Attualmente la TV turca li demonizza in modo odioso…ma l’Europa non se ne accorge!

    Rispondi
  3. maria morigi

    Ho letto questa interessante analisi pubblicata da un’amica comune su Facebook. Desidero fare i miei complimenti all’autore per aver collegato una serie di fattori economici e geopolitici, in un quadro che mi sembra assai convincente. Io faccio l’archeologa: mi sono occupata soprattutto di Turchia, Siria, Israele e ho fatto ricerche anche nel sud-est asiatico: ma difficilmente mi fermo al sottosuolo! perchè sono abituata a guardare agli uomini, alle politiche, alle risorse e alle interazioni di sviluppo economico e culturale…cercando per quanto posso di non avere pregiudizi!

    Rispondi
  4. Marco Ferrari

    E’ un’analisi che mi convince per l’approccio multifattoriale e mi colpisce per la metafora dostoevskiana: il sottosuolo del pianeta come fonte di energia vitale, luogo che spiega le complessità, i conflitti e i paradossi della superficie. Da un secolo succede anche per la geopolitica quello che è accaduto per le scienze sociali e della personalità: per capire le dinamiche non basta guardare alla razionalità che emerge, ma seguire le ramificazioni sotterranee.

    Rispondi
    1. andrea Autore articolo

      hai meravigliosamente estratto il senso profondo del titolo, e del mio stesso approccio al sottosuolo della geopolitica. in effetti Freud esplorava proprio le sacche e i movimenti profondi dell’energia sotterranea che genera i sogni e muove i comportamenti di superficie. e l’energia nera ne genera di comportamenti, guerre e sogni.. come quello di liberazione nazionale dei Curdi iracheni, affidato, quasi reificato nell’olio nero.. sì spesso le ragioni sono nel sttosuolo

      Rispondi
  5. indygena

    hyeron ,le tue analisi complete e dettagliate lasciano pochi spazi alle critiche dubitanti.Fa riflettere la fierezza del popolo iracheno e sopratutto sbalordisce la tenacia dei Curdi.(ci auguriamo siano infondati i presentimenti di bagni di sangue per difendere la loro indipendenza e il controllo del loro petrolio.) Mi sorge spontanea un’ipotesi azzardatissima: durante gli anni ’80 il controllo dell’Arabia Saudita da parte degli americani mise fine alla super potenza sovietica.Anni 2000,rapporti e infiltrazioni sempre maggiori della Cina nella zona(e magari fossero solo in questa) analizzata, stanno ponendo le basi per la fine dell’egemonia mondiale americana? Ma d’altra parte, il lento e inarrestabile spostamento dell’asse mondiale,lo suggerivi tu stesso in un precedente pezzo sul blog.Noi occidentali restiamo a bocca aperta di fronte alla capacità di resistenza di questi popoli antichi,martoriati e assuefatti alle disgrazie.Dovremmo averne di loro più rispetto e timore invece di arrogarci sempre il primato di civiltà e democrazia.

    Rispondi
    1. andrea Autore articolo

      ci sono elementi, dalle ultime notizie, per ritenere che l’equilibrio tenga. pare che la visita a Teheran (18 Ottobre) del premier al Maliki abbia sbloccato molte cose, forse tutto. il ministro del petrolio di Baghdad, fierissimo avversario dell’autonomia curda, ora dice che l’export dal Nord (curdo) riprenderà entro pochi mesi, forse già a gennaio. ma la situazione dei territori, e in particolare di Kirkuk, rimane pericolosamente incerta, finchè non si riuscirà a dar voce ai referendum previsti dall’art.140.

      Ma è la stessa entità del boom industriale cinese (l’economia cinese non è certo la prima, ancora, ma il suo settore industriale è sovradimensiionato rispetto alle economie del vecchio G8) che “spiazza” la domanda energetica degli Usa, come si dice in economia. Non è neanche necessario pensare a una trama, una gestione politica del petrolio e della (ormai fantomatica) capacità di riserva: è proprio che il dragone ha una sete spietata e questa deve essere soddisfatta. Dopotutto anche nel nostro interesse: è la fabbrica del mondo, se si fermano per black out le officine siamo perduti tutti. E anche gli americani devono adattarsi, dunque drill, baby, drill … (spill, baby, spill).
      Comunque gli scompensi della simbiosi sinoamericana, e del sistema valutario post – Bretton Woods, costituiscono proprio l’oggetto del prossimo dossier..

      Rispondi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...