Iraq, memorie del sottosuolo (parte seconda)


dove gli Sciiti esitano e i Curdi sperano

 

 

E dunque it’s the oil, stupid.

Eppure è stata una Beresina, se non una Waterloo, la presa americana delle risorse petrolifere della mesopotamia non c’è stata, non è riuscita. Si poteva anche ammettere il caos, il sangue nelle strade, il massacro continuo del regolamento di conti tra Sciiti e Sunniti, il fallimento totale della ricostruzione (ad oggi la continuità dell’erogazione di corrente nelle città è altamente problematica, per usare un understament), ma imponenti risorse militari sono sempre state destinate al controllo dell’infrastruttura petrolifera (giacimenti, oleodotti, terminal e porti).

Perché allora si è fallito completamente, nella prima fase, l’obbiettivo di recuperare, sotto controllo Usa, pozzi e oleodotti a una operatività ai livelli prebellici del 1990 e al dicembre 2009 si era ancora sotto di 100mila barili al giorno rispetto al dato del 2002?

Essenzialmente per tre motivi:

 

 

_ si è commesso rispetto all’industria petrolifera lo stesso errore esiziale compiuto rispetto alle forze armate e di polizia, si è scelto di smantellare tutto, disperdere migliaia di tecnici, ingegneri, funzionari e le loro competenze. Un patrimonio di expertise accumulato negli anni doveva essere sostituito e ricostituito, ma soprattutto si è generato un focolaio importante di quella resistenza plurale che ha bersagliato per anni ogni sforzo (non solo americano) di ripresa. Una resistenza non necessariamente armata, ma estremamente efficace, grazie allo stile autoritario del proconsole Bremer e alla solidarietà dei lavoratori “superstiti”. A Bassora si ricorda ancora il grande sciopero che paralizzò il porto, e con esso l’80% dell’export petrolifero, quando si diffuse la notizia del prossimo passaggio di gestione da un’azienda di stato irachena a una sussidiaria di Halliburton.

 

 

_ quando imprese internazionali hanno preso direttamente in carico la realizzazione di riparazioni e opere di ingegneria la gestione si è rivelata caotica e fallimentare, presumibilmente corrotta: anziché riparare le strutture di norma si procedeva alla sostituzione con componenti di produzione estera, che puntualmente si rivelavano incompatibili con le tecnologie implementate. Piccoli progetti diventavano opera faraoniche di ricostruzione ex novo, destinate a rimanere incompiute. La scelta di utilizzare regolarmente manodopera estera sollevava la più dura opposizione dei lavoratori locali e anche sabotaggi e attacchi armati agli impianti.

 

 

_ l’opera di recupero delle strutture era così vissuta dalle comunità locali non come ricostruzione, bensì come spoliazione coloniale. Questo anche a causa della consuetudine, invalsa nell’era Saddam, per cui le comunità locali percepivano direttamente dagli impianti una piccola quota del reddito generato, o della produzione stessa. Gran parte delle resistenze locali veniva (viene) dalla perdita di queste servitù.

 

 

Naturalmente alla guerriglia e sabotaggio di comunità e lavoratori si sommavano gli atti di insurrezione politica diretti a colpire una direttiva nevralgica dell’occupazione militare americana. Nei primi due anni si contano almeno duecento attacchi alle strutture, diventati ben seicento nel 2007.

Alla sconfitta militare, sul campo, si aggiungeva quella politica a Baghdad. Nel 2004, in epoca post-Bremer, gli americani tentavano di coinvolgere il governo iracheno: il premier Allawi sottoscriveva l’impegno ad attuare il piano Usa per l’industria petrolifera in cambio della remissione di un quarto del debito accumulato da Saddam verso i paesi europei. La situazione sul campo rimase ingovernabile. Nel 2007 si sottopose il piano petrolifero al Parlamento della neonata democrazia – doveva essere il nucleo della Legge quadro di regolazione del settore, ma nonostante trattative, nuove elezioni e diverse revisioni, il progetto di legge rimane lontano dall’approvazione.  A più di sei anni dall’invasione, nel 2009 i livelli produttivi non toccavano quelli del 2002, né si erano verificati progressi nella capacità produttiva o nelle esportazioni.

 

In realtà, avendo presenti i recenti sviluppi (nell’ultimo anno e mezzo) si può dire che la ingovernabilità della questione petrolifera, e dei territori coinvolti, derivava soprattutto dal mancato scioglimento di nodi politici al centro, relativi alla forma di Stato che il nuovo Iraq doveva assumere. Dove il nodo gordiano tra federalismo o confederazione era stato tagliato, semplicemente prendendosi la sovranità senza aspettare decisioni dal centro, vale a dire a nord, nel Kurdistan iracheno di Erbil, la politica petrolifera era effettiva e non incontrava sostanziali resistenze sul campo. In realtà l’indecisione è sempre stata degli sciiti, i Sunniti essendo compattamente per un forte governo centrale e i Curdi, specularmente, per un assetto confederale che mantenesse al centro solo l’involucro di una sovranità. Poiché tutti i gruppi sciiti sono comunque legati o connessi a Teheran, si deve pur ritenere che questa oscillazione coinvolga il potente vicino, il suo trincerato gruppo dirigente. Ed è ben comprensibile – agli sciiti fanno capo almeno due, forse tre linee di interesse, e altrettante ipotesi di soluzione istituzionale: 

 

_ le spinte semi-secessioniste di distretti petroliferi del sud – segnatamente le città Bassora, Dhi Qar e Maysan – desiderosi di appropriarsi direttamente della gestione delle risorse, e dunque di poteri amministrativi e di autogoverno nella forma di quasi-città stato.

 

 

_ la pulsione a una regione sciita nel sud, sul modello del KRG (Kurdistan Regional Government) a nord.

 

 

_ la tentazione nazionalista, a restaurare un centro politico forte a Baghdad, da cui governare l’intero paese in qualità di azionista di maggioranza (la comunità sciita è la più vasta, anche se concentrata in gran parte nel sud e storicamente estromessa dal potere, a favore dei sunniti).

 

 

Ad oggi questa indeterminazione non è stata sciolta, ma, in una sorta di gioco di bambole russe, il partito Sciita “confederalista” (semplificando un po’ i termini della situazione) ISCI ha rigettato i progetti di città-stato petrolifere, e i due partiti Sciiti “centralisti”, Dawa e sostenitori di Moqtada al-Sadr, sotto la guida del premier al Maliki, hanno interdetto all’ISCI ogni progetto di confederazione o regione sciita. Benchè la costituzione approvata contempli in effetti un ordinamento confederale. Alle contraddizioni del fronte sciita (di cui lo stesso Maliki e il suo partito fanno in qualche modo parte) si fa riferimento per sostenere la limitata importanza del fattore etno-settario nel determinare gli equilibri (o gli squilibri) nel quadro iracheno.

 

A Maliki si deve anche l’attuazione di un vasto progetto di recupero del potere statuale (di controllo del territorio e delle sue risorse, anzitutto) e di ricomposizione de facto al centro di quella sovranità.

 

Questo processo si incrocia con la vicenda curda, una storia nella storia.

Nella percezione dei Curdi iracheni, e del KRG, l’appropriazione delle risorse di idrocarburi (una quota importante, ma ben minoritaria delle riserve complessive del paese) era solo un cardine del progetto di transizione a una vera ed effettiva indipendenza nazionale, se pure non formale, nel quadro di un ordinamento confederale dello stato iracheno. Sembra anzi che la sostanziale dissoluzione di un potere centrale fosse il reale obbiettivo dei Curdi, percepito come la vera assicurazione sulla vita del Kurdistan iracheno. In questo quadro il KRG e i deputati curdi a Baghdad sostenevano, assieme ai deputati dell’ISCI (sciita), l’iniziativa per incorporare nel testo della costituzione del 2005 le linee di un assetto confederale e di una suddivisione (tripartizione) de facto del paese su linee etno-settarie, oltre alla proposta di un riordinamento generale del sistema fiscale che privasse il centro di quasi ogni controllo sulla gestione della finanza pubblica. Sul primo fronte si ottenne una vittoria più formale che sostanziale: l’assetto contemplato nel testo è effettivamente confederale, ma nei fatti l’attuazione è stata sistematicamente sabotata o interdetta nell’azione politica delle forze prevalenti negli anni successivi (il Dawa party di Al Maliki e i seguaci di Al Sadr), impegnate anche in un continuo lavorìo politico-parlamentare per la revisione dello stesso testo (ad oggi senza risultati). La riforma confederalista del sistema fiscale non è mai stata approvata.

 

La politica petrolifera racconta un’altra storia, più complessa. In assenza di una legislazione federale sugli idrocarburi, perennemente bloccata a Baghdad dai reciproci interdetti tra partiti, correnti e componenti etno-settarie, a Erbil si decise di procedere autonomamente, a cominciare dalla promulgazione – nel 2007 – di una legge nazionale (curda) in materia. Al contempo si assumeva il controllo di fatto delle risorse nella regione curda e di quelle nei territori contesi (in particolare Kirkuk, nel cui sottosuolo giace una quota enorme dell’intera “dotazione” irachena).

La strategia petrolifera di Erbil è molto diversa da quella prevalente al centro, con il governo Al-Maliki. Si decise di operare con le compagnie estere attraverso contratti production-sharing (PSC), che garantiscono alle società una partecipazione diretta negli introiti e soprattutto il controllo diretto sulle riserve da esse scoperte. Una politica che, aldilà della questione di (il)legittimità (per aver operato fuori dal quadro di una legislazione federale tuttora a venire), ha sollevato aspre critiche nel merito da parte di Baghdad, accuse di svendere parte del patrimonio nazionale di risorse energetiche. I risultati sono stati comunque modesti. Se da un lato si è riusciti a concludere diversi contratti, peraltro in condizioni di scarsa o nulla trasparenza, nei fatti al 2008 si produceva petrolio solo da un campo (gestito dalla norvegese DNO) e in quantità modestissima, e soprattutto senza disporre di canali midstream per il transito e la commercializzazione del prodotto: l’utilizzo dell’oleodotto Kirkuk-Baiji-Ceyan rimaneva interdetto a causa del contenzioso con Baghdad.

L’insuccesso più grave, tuttavia, consisteva nella incapacità di attrarre le medie e grandi compagnie internazionali, obbiettivo cruciale della politica petrolifera di Erbil. La “prudente attesa” da parte delle Ioc era ed è motivata da un quadro di profonda incertezza:

 

 

_ scarsità o assenza di infrastrutture (o inaccessibilità di quelle esistenti, vedi punto 4)

 

_ carenza di un sistema di servizi finanziari

 

_ rischio geologico

 

_ persistente indeterminazione del quadro giuridico e politico, in assenza di una legge federale di settore e di una intesa tra KRG e governo di Baghdad

 

 

Nel maggio 2009 si era pervenuti a un compromesso tra i due governi: i Curdi erano autorizzati a estrarre da due campi (Taq Taq e Tawke) e ad utilizzare l’oleodotto che attraversa il territorio KRG. In realtà, mentre il compromesso era stato accettato dal governo centrale solo come soluzione temporanea, senza alcun entusiasmo e in attesa di una risistemazione complessiva del settore, agli occhi del KRG esso era viziato da almeno due o tre gravi limiti:

 

 

_ al governo curdo era negato il (riconoscimento del) controllo sulle risorse di idrocarburi, e perfino sul flusso finanziario generato, da depositarsi direttamente nel Fondo per lo Sviluppo dell’Iraq, sotto controllo federale. Non fu neanche stabilito alcun nuovo accordo di export: a tutti gli effetti si esportava petrolio iracheno attraverso un oleodotto iracheno, nel quadro di precedenti accordi tra Iraq e Turchia.

 

_ Baghdad non riconosceva i contratti stipulati dal KRG con le compagnie petrolifere (DNO, Addax Petroleum e Genel Enerji) impegnate nei due campi di estrazione, la copertura dei costi da esse sostenuti rimaneva una questione tra queste e il governo curdo.

 

Benchè quantitativamente molto promettente (100mila b/d iniziali, da portare a 450mila entro la fine del 2010 e a 1 milione b/d nel giro di quattro anni) il compromesso non superò il 2009.

 

La situazione attuale è uno stallo attraversato da tensioni esplosive, rimangono aperte faglie importanti tra Erbil e il governo federale, ma quali erano e sono le linee strategiche della politica petrolifera, le aspettative e le rappresentazioni intorno al petrolio, da parte curda?

La gestione delle risorse è sempre stata guidata da una visione intimamente geopolitica, dal bisogno storico di garantire alla comunità curda d’Iraq una garanzia, una assicurazione – internazionale – sulla vita.

Si può dire che esistesse un obbiettivo quantitativo e uno qualitativo.

Le grandi società internazionali devono essere attratte nello sfruttamento delle risorse petrolifere perché le medie e piccole (spesso più coraggiose nell’assumersi il rischio geopolitico e tecnologico) non dispongono delle risorse finanziarie e industriali necessarie per sviluppare una completa filiera degli idrocarburi, o almeno fino al midstream delle condutture (oleodotti e gasdotti), e così bypassare il veto di Bagdad sull’infrastruttura esistente. Ma c’è un altro aspetto, più politico: coinvolgere le grandi compagnie significa, agli occhi della classe dirigente del KRG, ancorare i destini del paese a un Grande Gioco di interessi che trascende il livello regionale (iracheno), e così potente da poter condizionare Bagdad nelle sue mosse, e garantire una sorta di protezione sovranazionale ai Curdi, in caso di traumatica rottura delle trattative politiche. Questo perché le grandi Ioc sono supportate da grandi paesi, e alcune potenze mondiali: Russia, Francia, Stati Uniti, Cina, India, Inghilterra, Turchia.. Quasi un rovesciamento hegeliano, forse un’astuzia della ragione, ripone – agli occhi della leadership curda – la salvezza del Kurdistan iracheno in quella che per l’Iraq stesso è stata la fonte dell’apocalisse.

10 pensieri su “Iraq, memorie del sottosuolo (parte seconda)

  1. Lorenzo Nannetti

    Ottima ricostruzione, complimenti! Soprattutto sulla questione curda, poco conosciuta ai non esperti!

    Per il resto pongo un dubbio: parli di disfatta militare USA sul campo: in che senso? O meglio, immagino il senso che vuoi dare, ma ti chiedo: sicuro di conoscere quali erano gli obiettivi militari? Noi siamo spesso coperti nelle nostre valutazioni dal numero delle perdite e dalle difficoltà (indubbie!) occorse, eppure di fatto gli obiettivi militari sono stati raggiunti, anche se, ripeto, dopo molto più tempo di quanto si pensasse e solo dopo l’implementazione del piano Petraeus. Di fatti gli USA stanno smantellando le basi e non perché “cacciati” da una situazione insostenibile.
    Dunque su cosa basi la definizione di sconfitta sul campo?

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    1. Lorenzo Nannetti

      Anche se forse colgo ora che probabilmente ti riferivi alla situazione in quel momento che descrivi, e allora la situazione era effettivamente ancora in dubbio (ma proprio per questo ancora non definita né in un senso né nell’altro, dunque perché parlare di sconfitta/vittoria sul campo?)

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    2. andrea Autore articolo

      Grazie, Lorenzo. La questione della “sconfitta sul campo” è riferita alla presa americana sul sottosuolo, sulle risorse energetiche del paese. In questa valutazione, dici bene, non deve farci velo l’andamento della situazione generale, l’aspetto puramente militare. Quella (im)presa è fallita. Se pure prudentemente riferisco quel fallimento al primo tempo della vicenda, il secondo tempo – quello che si è aperto con le prime aste petrolifere coronate da successo, nell’estate 2009 – ha finora confermato quell’esito. Lo ha in qualche modo sigillato.

      Nella prima fase parlo di vera e propria sconfitta sul campo, anche in senso militare, perché non si è riusciti a creare sul terreno una situazione amichevole che consentisse alle grandi società petrolifere internazionali di dispiegare investimenti e attività industriale.
      Nella seconda fase sono effettivamente entrate in gioco anche le Ioc (Shell ed Exxon… Bp è entrata, ma solo come junior partner della CNPC, una Noc cinese) ma a condizioni di resa quasi incondizionata, costrette dall’iniziativa cinese ad accettare forme e termini contrattuali tranquillamente snobbati nei mesi precedenti.
      Sono termini che limitano drasticamente la redditività dell’investimento ma soprattutto non garantiscono alle compagnie una reale presa, un controllo effettivo sulle riserve e sulle politiche estrattive, perché nelle aste vengono offerti solo contratti di servizio – le compagnie investono e progettano nello sviluppo produttivo di campi esistenti, vengono ripagate dell’investimento sostenuto, e ricevono poi semplicemente un compenso (due dollari) per ogni barile di espansione produttiva. In questo quadro l’Iraq o, eventualmente l’Opec, potrebbero contingentare o espandere l’offerta di greggio iracheno in piena autonomia.

      Riassumendo, nella prima fase non è stato proprio possibile, da parte delle compagnie internazionali, operare sull’Iraq. Nella seconda fase la sconfitta consiste di almeno tre aspetti:

      _ si è dovuti intervenire, come Ioc, di rimessa rispetto all’iniziativa cinese, a condizioni punitive

      _ si sono dovute accettare forme contrattuali che lasciano nelle mani del governo (e/o dell’Opec) il controllo delle risorse e della gestione

      _ anche quantitativamente il panorama del “sottosuolo” iracheno rimane dominato dalle Noc (national oil companies) di paesi in via disviluppo o comunque non occidentali, dopo le aste del petrolio e del gas del 2009-2010

      E’ pur vero che la serie di nuovi contratti di servizio conclusi con le aste del 2009-10 dovrebbe aver sbloccato finalmente lo sviluppo del “sottosuolo” iracheno, e promette un incremento stellare dell’output in pochi anni, e questo era pur sempre un obbiettivo di fondo degli Stati Uniti.
      Di tutto questo comunque si parlerà nella quarta parte.

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  2. indygena

    …per una volta il rovesciamento della ragione avrebbe connotati positivi,visto che quella degli americani sembra essere leggermente offuscata,considerando i numerosi errori strategici compiuti.Auspicabile, quindi ,che l’apocalisse ormai scatenata, dia almeno la possibilità al Kurdistan,martoriato per il prezioso sottosuolo, già dai tempi del defunto dittatore,di godere, anche se condizionata,della propria autonomia.Ma lo scomodo e incombente vicino iraniano mica rimarrà solo a guardare?

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    1. andrea Autore articolo

      l’Incombente (è la parola giusta, in effetti) ha sicuramente una influenza forte, anche determinante, sugli affari interni iracheni, a livello politico e al livello territoriale (cioè del conflitto o dell’equilibrio in atto sul campo, tra le tre componenti etno-settarie, e naturalmente all’interno di quella sciita), ma non una presa vera e propria. l’aspetto essenziale che cerco di mettere in luce nel dossier è che comunque quell’influsso incontra sul campo una consistenza specificamente irachena, con cui deve pur fare i conti.. a meno di supporre che le varie opzioni che la comunità sciita ha dispiegato sul territorio in questi anni (dalle autonomie delle città petrolifere del sud alla confederazione alla federazione “stretta”) siano state tutte carte che Teheran ha distribuito per sè. In qualche misura il pur potentissimo vicino credo sia stato anche spettatore attento del caos, e ora stia un po’ tirando le somme e cominciando a dare le carte vere. Pare si stia insediando il Nuovo Grande Compromesso, e a noi italiani deve pur dare una sensazione di famiglia, perchè l’equilibrio passa per una delicata e rigorosa spartizione/lottizzazione delle cariche, dalla presidenza della Repubblica in giù. Pare ci sia posto anche per una sostanziosa autonomia curda, e dunque per riaprire i rubinetti dell’export petrolifero, ma non per quell’assetto confederale sognato a suo tempo.

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    1. andrea Autore articolo

      grazie! è vero cerco questa volta di dare un taglio anche un po’ narrativo.. o drammatico in senso stretto, perchè drammatico è l’incrociarsi delle direttive del caos iracheno in via di coagulo e della speranza curda di liberazione e riconoscimento.

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  3. marco

    E’ interessante vedere come va ricostituendosi la sovranità irakena. Paradossalmente il rifiuto dell’occupazione americana rimette in moto la sussidiarietà necessaria al federalismo

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    1. andrea Autore articolo

      sì, il pendolo iracheno ora sembra decisamente andare verso la ricnposizione della sovranità. sotto molti aspetti è una buon anotizia, il collasso dell’Iraq sarebbe una mostruosa voragine geopolitica, senza più gli americani a controllare il campo. però è una direttiva storica che prende a tenaglia il kurdistan iracheno e le sue speranze. forse si può trovare un equilibrio che lasci tutti un po’ scontenti ma vivi : )

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