Archivio mensile:luglio 2011

Poker cinese sull’Euro

la partita
dell’Euro, la mano cinese

Eppur non si muove – nonostante tutto l’euro regge sui mercati. Mentre la
contraddizione al cuore del sistema, il suo essere primo e unico caso di moneta
che non esprime una sovranità politica, le sta producendo una sorta di collasso
al rallentatore, non si è verificato alcun tracollo nei cambi – in particolare
verso il dollaro. E’ vero, il biglietto verde si trova in una condizione
apparentemente simile, di controintuitiva tenuta a fronte di politiche (da
parte della Fed) e non-politiche (l’impasse tra Congresso e Casa Bianca su
tetto del debito e manovra di rientro dal medesimo) che ne minano la solidità.
Eppure c’è qualcos’altro, dopotutto l’euro fronteggia una minaccia esistenziale
(nessuno si chiede ragionevolmente se il dollaro continuerà a esistere fra tre
o quattro anni). Proprio per questa intima fragilità, anzi inconsistenza, della
costruzione politica dietro la moneta, il cambio incorpora una forte componente
speculativa, aspettative su una crisi politica – prima che finanziaria –
dell’unione. Da qualche tempo nella partita di poker sull’euro è entrato un
nuovo giocatore, la Cina. Un giocatore il cui peso altera significativamente le
aspettative: i flussi valutari sono imponenti, ma sono soprattutto
le vaste riserve in valuta del paese a dissuadere la speculazione da attacchi
in grande stile. Erede di una millenaria sapienza taoista, il Socio Cinese sa
come giocare una partita di poker, che le battaglie si vincono prima di (o senza)
essere combattute, ma anche che non è saggio, nel lungo periodo, andare contro
il mercato. Questo semplicemente riflette, e prepara, il possibile collasso
(geo)politico dell’Unione dietro la moneta, e se dovesse verificarsi il default
greco o una rottura aperta e insanabile nella cittadella politica, l’asse
Berlino-Parigi,  dal varco nella muraglia
le orde speculative dilagherebbero incontrastate, Pechino dovrebbe ritirarsi
dalla difesa, e con gran danno.

L’interesse di
Pechino

Perché la Cina si assume il rischio di questa operazione? Facciamo qualche
ipotesi:

_ l’eurozona è il primo mercato di
sbocco dell’export cinese, ormai anche più importante degli stessi Usa, una sua
destabilizzazione finanziaria ed economica sicuramente si ripercuoterebbe
negativamente sulla “fabbrica del mondo”.

_ è in corso da alcuni anni una graduale
diversificazione delle riserve cinesi dal dollaro e dai treasury bonds (i
titoli del Tesoro Usa) e l’euro, è l’alternativa naturale. Esistono
naturalmente valute più solide in questa fase storica, ma real brasiliano, franco
svizzero o dollaro australiano non offrono mercati finanziari abbastanza
liquidi e sviluppati per le esigenze di un “operatore” come la Cina.

_ c’è una questione di respiro più
strategico: il sistema finanziario globale è entrato da alcuni anni in una fase
di transizione, al termine della quale il dollaro non avrà più la centralità
“tolemaica”che ha nel firmamento attuale. Il renminbi appare destinato a
sostituirlo, nel lungo periodo (se pure non con quel grado di egemonia), ma è
un processo che richiederà alcuni decenni. Attualmente è l’euro l’unico
concorrente serio del dollaro come valuta di riserva e come moneta di scambio
nel commercio internazionale. La sua esistenza offre a Pechino (e non solo) non
semplicemente un “porto sicuro” per investire le proprie riserve in alternativa
ai titoli denominati in dollari, ma anche una sponda fondamentale per mettere
in questione (gradualmente, siamo cinesi) la pericolante (e pericolosa)
centralità del dollaro, prefigurare e cominciare a costruire una architettura
finanziaria globale per la transizione. Se veramente il gruppo dirigente cinese
pensa a un paniere di valute di riferimento per traghettare il sistema globale
dalla crisi strutturale del dollaro a un nuovo ordine (del) Pacifico, è chiaro
che il fallimento del progetto euro renderebbe impercorribile questa rotta.

La moneta unica europea inoltre rappresenta
una soluzione, un partner ottimale, con la sua vastissima base economica,
mercati finanziari sviluppati alle spalle e un potere politico più
inconsistente che soft, apparentemente molto meno risoluto di Washington nel
far valere proprie ragioni e interessi. E comunque la simbiosi cinese, il patto di mutua distruzione assicurata che
lega economicamente e finanziariamente Cina e Usa, se si è rivelato in parte
deleterio per questi, ora appare sempre più pericoloso o almeno inaffidabile
anche a Pechino. Gli anni a venire, inoltre, sembrano destinati a rivelare o
infiammare diverse dorsali di conflitto tra le due superpotenze, primariamente
sulla competizione per le risorse energetiche.

I “no”dell’Unione
Europea

In realtà la dirigenza cinese ha scoperto alcuni anni fa che pure il
rissoso club europeo, la UE, può dire i suoi niet. Forse perché viene da
Venere, come piace pensare ai neocon americani, l’UE non si oppone frontalmente
come fa Washington, piuttosto si nega, ma con conseguenze non meno pesanti.
Alcuni anni fa l’intesa con la Cina si costruiva non nelle sale operative dei
mercati finanziari, ma al massimo livello, quello politico dei grandi accordi
strategici. Il punto più alto fu nel 2003, con la firma del partenariato
strategico e la cooperazione sul progetto Galileo (il sistema di navigazione
satellitare europeo di nuova generazione), un programma di sviluppo industriale
di altissimo profilo tecnologico e politico, con il coinvolgimento dei settori
della sicurezza e della difesa. Negli anni successivi i rapporti si andarono
progressivamente deteriorando, per il peggioramento del deficit commerciale
europeo con la Cina, e una serie di pratiche commerciali scorrette ritenute alla
sua origine – ma anche per passaggi simbolici importanti, come la mancata
revoca dell’embargo UE alle forniture di armi a Pechino (risalente a  Tienanmen, giugno 1989). Nel 2008 si arrivò
così alla esclusione della Cina (il più grande partner non europeo) dal bando
di gara per la “fase due” del Galileo, causa la mancata adozione da parte
cinese di un importante trattato WTO (Organizzazione Mondiale per il Commercio)
sugli appalti pubblici. Conflitti sulla (mancata) tutela della proprietà
intellettuale e sulla concorrenza che Pechino si prepara a lanciare proprio sul
terreno della navigazione satellitare – con un proprio sistema in gestazione –
erano all’origine della rottura, ma è ben possibile che – come sostenuto da
Pechino – abbia giocato un ruolo la diffidenza Usa riguardo all’accesso dei
partner cinesi alle parti strategicamente sensibili del sistema.

Il Dragone per parte sua recrimina pure sul mancato riconoscimento da parte
di Bruxelles dello status di economia di mercato (MES), e sulle connesse misure
europee di protezione antidumping.

Una partita aperta

Queste sono tutte partite aperte tra Cina e UE (ed Eurolandia in
particolare), ma i rapporti di forza sono cambiati, e ora Pechino segue una sua
strada di integrazione economica con l’Europa, più unilaterale. Non si tratta
solo di entrare come azionista dell’euro, nel suo bacino di debito pubblico:
anche fondi sovrani e grandi società (e privati) cinesi investono nelle imprese
europee – per diversificare ma anche per accedere a riserve di know-how e
tecnologia – e nelle grandi infrastrutture (soprattutto porti mediterranei e
del Nord), a supporto del proprio export. La Cina inoltre è cresciuta, ora è
anche un vasto e importante mercato, assolutamente decisivo per l’industria
tedesca,  anche  questo è chiaramente un canale forte di presa
politica sul continente.

Bruxelles però, come si è visto, ha ancora molto in serbo da offrire per una
Grande Entente con la Cina, che la
coinvolga sulle grandi questioni globali di medio-lungo periodo – e l’economia
cinese ha le sue contraddizioni e debolezze finanziarie, con cui deve pur fare
i conti, mentre gioca le sue riserve in valuta nelle grandi partite
geopolitiche.

 

 

nel corso di un anno l’euro si è apprezzato sul dollaro usa
di un 9%, sulla sterlina di un 3-4%, di un 5% sul renminbi cinese. Si calcola
che dall’estate scorsa Pechino abbia investito in attività denominate in euro, ovvero
titoli di debito sovrano o a questo connessi, per un valore di almeno 200
miliardi di dollari. La banca centrale cinese è accreditata di riserve
complessive per un valore di circa 3100 miliardi di dollari, di queste un
quarto è in titoli di debito pubblico europei (un 8% dello stock di debito
complessivo). In particolare la Cina detiene il 12% del debito spagnolo, 12%
del debito greco, 13% del debito italiano.

Se gli Usa rompono il salvadanaio

 

23 June 2011 Paris — International
Energy Agency (IEA) Executive Director Nobuo Tanaka announced today that the 28
IEA member countries have agreed to release 60 million barrels of oil in the
coming month in response to the ongoing disruption of oil supplies from Libya.

La decisione è tecnicamente dell’Iea, di fatto fortemente voluta dagli Usa
e da questi in gran parte sostenuta (il 50% delle riserve coinvolte). Il
comunicato dell’organizzazione spiega che si tratta di una soluzione-ponte in
attesa che le promesse saudite di attingere ai propri margini di capacità
inutilizzata possano concretizzarsi. Effettivamente una interruzione nelle forniture
petrolifere da parte di un importante esportatore (Libia) è in atto, dunque la
decisione Iea è formalmente ineccepibile: alle riserve non si può attingere semplicemente
per calmierare il prezzo del barile. Nondimeno Continua a leggere