Il future di un’illusione


The kingdom does not disclose data about the level of storage, but there are anecdotal signs of stockpiling, according to western officials. Saudi has been producing 9.8m-10m barrels a day, the highest level in 30 years. Yet, supply to the market – exports and domestic consumption – appears to be a notch below current production, at about 9.4m-9.6m b/d, western officials say. The difference could be heading into storage.

Riyadh stocks crude oil in massive tank farms in the main European trading hub of Rotterdam, near its biggest Asian customers in Japan’s Okinawa and in the Egyptian oil export port of Sidi Kerir. In total, Riyadh has permanent access to about 12m barrels of storage, split among the three locations. In addition, the country could lease storage in the same locations or elsewhere if necessary.

The roughly 12m barrels of storage capacity allow Riyadh, in theory, to manage a 30-days surge in exports of 400,000 b/d releasing stocks without having to boost its production. Because the storage tanks are very close to the main importing countries, the impact of a release would be much larger than the headline number suggests.

 

ft Commodities Note  March 14, 2012

 

 

 

 “This is the first time in several years for [Saudi Arabia] to hit the market with such volume – and in such a short time frame,” says Omar Nokta, a shipping expert at specialist investment bank Dalham Rose & Co.

Last week, Vela, the shipping arm of Saudi Aramco, hired over a few days 11 so-called very large crude oil carriers, each capable of shipping 2m barrels, to deliver to US-based refiners. “In 2011, Vela fixed one VLCC to the US every other month,” Mr Nokta says.

 

ft Commodities Note  March 19, 2012

 

 

 

Ovvero a che gioco sta giocando l’Arabia Saudita?

Quando parliamo di petrolio, e in particolare di prezzo del greggio, stiamo in effetti parlando di scelte saudite, soprattutto quando i margini di mercato sono esigui ed è l’offerta a fare il prezzo. L’Arabia saudita è quel margine, controlla quasi interamente la capacità di riserva OPEC (e in effetti globale), è cioè l’unico produttore in grado di immettere sul mercato un surplus estrattivo in tempi molto brevi. E’ in effetti, assieme alla Fed, la banca centrale del mondo: mentre quella controlla nei flussi monetari le dinamiche del credito, dei tassi d’interesse, del cambio (del dollaro, cioè della valuta utilizzata in gran parte dei traffici commerciali, energetici, finanziari), del valore delle riserve detenute dalle altre banche centrali, e dell’inflazione (non solo negli Usa), Riyad può allentare i mercati dell’energia (l’energia fossile) attraverso i flussi petroliferi.

La differenza è che la capacità di riserva della Fed è teoricamente illimitata – in realtà definita dall’inflazione (trend in atto e obbiettivi) – quella dei giacimenti sauditi no, ed è anzi nota, se pure definita in modo opaco. Poiché il compito dei mercati finanziari, che hanno permeato a fondo il traffico petrolifero, è proprio la monetizzazione (anticipazione + attribuzione di un prezzo) delle aspettative, i reali margini di manovra della banca centrale energetica sono molto più limitati, il gioco approssima (teoricamente) somma zero: quel che aggiungi in termini di flusso lo sottrai da un bacino di (capacità di) riserva – il mercato sconta l’andamento di entrambe queste grandezze.

Nondimeno il breve periodo ha le sue esigenze, e la capacità di alleviare situazioni di temporanea, o eccezionale, scarsità nei flussi è ossigeno per le economie industrializzate.

Il petrolio reale, inoltre, sarà comunque valutato molto più del petrolio possibile (estraibile), per cui un incremento dei flussi genera comunque un ribasso dei prezzi.

 

L’Arabia Saudita è però anche il primo produttore ed esportatore di petrolio, oltre che titolare delle riserve petrolifere più importanti. La portata delle sue politiche estrattive  ha naturalmente una dimensione geopolitica, ma non solo sul lato della domanda – probabilmente si è dispiegata nelle sue massime conseguenze sul lato dell’offerta concorrente, destabilizzando gli equilibri interni ad altri grandi paesi esportatori fino al collasso di questi (Urss, agosto 1991) o al conflitto militare (Iraq, agosto 1990). Tutto  questo nel quadro di una alleanza strategica, anzi una Grande Entente geopolitica con gli Usa, risalente ai tempi di F.D. Roosevelt.

 

Abbiamo così già due coordinate fondamentali: da un lato, quando si analizzano le dinamiche dei mercati e prezzi del petrolio, Riyad è un fattore che difficilmente può essere messo tra parentesi – ma quei trend “di mercato” hanno a loro volta formidabili implicazioni geopolitiche e strategiche, possono favorire (o prevenire) l’erompere di un conflitto militare, o contribuire decisamente a un suo esito.

 

La finanziarizzazione spinta dei mercati delle commodities (energia e materie prime) sviluppatasi negli ultimi dieci anni aggiunge una nuova dimensione al Grande Gioco dell’energia: il denaro, e i suoi intermediari globali.

 

Torniamo tra i docks di Rotterdam, e consideriamo le riserve che i Sauditi stanno accumulando. Dovrebbero servire a calmierare i prezzi in caso di intervento militare sulla querelle irano-nucleare, sono anche logisticamente dislocate al meglio per essere utilzizate prontamente a tale scopo. Sarebbero dunque riserve di guerra, ma forse lo sono in un altro senso – forse incorporano, preparano la guerra stessa. 

 

La dimensione stimata è apparentemente notevole, ma in effetti inadeguata al contenimento del quasi-panico che una guerra con l’Iran – e relativo blocco dell’export persiano – potrebbe generare sui mercati dell’energia. Quanto alla vasta flotta di superpetroliere che Riyad ha lanciato verso le coste atlantiche degli Usa, non è ancora ben chiaro quale sia la reale destinazione del greggio (stoccaggio o vendita?), e comunque non cambierebbe i termini della questione.

In realtà stock di queste dimensioni possono avere un impatto di vasta portata sul mercato, se gestiti in modo opaco, e in connessione ai flussi finanziari.

 

Un sistema ben conosciuto è quello delle dark pool, portato alla sua perfezione tecnica da Enron negli anni ’90. Un grande produttore (una società petrolifera verticalmente integrata, oppure un paese esportatore, attraverso la propria compagnia nazionale) si accorda con una banca d’affari, cui cede uno stock petrolifero con l’impegno a riacquistarlo al termine di un periodo determinato – con un contratto “forward”.

 

In pratica è una sorta di prestito garantito da barili di greggio, ma solo una delle transazioni è visibile al mercato (fisico – spot e forward – e finanziario, quello dei futures). L’asimmetria informativa incorporata in questo traffico è esiziale per il corretto funzionamento del mercato e la formazione del prezzo: emerge una forte domanda di greggio a termine (il contratto visibile, forward) ma nessuno , tranne i diretti interessati (banca e produttore), sa che quella quantità è in realtà impegnata, parte di un movimento finanziario e non commerciale, e rimarrà in circolo al mercato anziché essere destinata alle raffinerie. Sembrano flussi, sono in realtà stock, riserve occulte e vincolate in un movimento (finanziario) circolare. Dark pool, o dark inventories, appunto.

 

L’impatto è duplice: da un lato la dark pool è comunque greggio sottratto all’offerta (il downstream, le raffinerie dovranno aumentare il prezzo offerto ai produttori); a sua volta il riciclo continuo delle riserve tra banca e compagnia petrolifera rappresenta domanda forward fittizia, che traina aspettative, mercato e quotazioni del greggio “a termine”, generando un “contango” (differenziale positivo tra quotazioni del greggio a termine e prezzi “spot”).  Questo attrae speculatori e intermediari (trader), che acquistano petrolio e lo accumulano per avvantaggiarsi del contango.

 

Il mercato fisico del petrolio è anche costruito nel modo ottimale per essere raggirato, se consideriamo che gira quasi interamente attorno a un sistema di due o tre benchmark (prezzi di riferimento) legati a determinate qualità di greggio, come il Brent, che valgono circa l’1% del traffico globale.

 

Per converso, negli ultimi anni l’ingresso in grande stile dei fondi ETF, speculatori passivi che fanno hedging sulle materie prime, ha aumentato decisamente la potenza di fuoco degli intermediari finanziari nel gioco delle dark inventories.

 

 

Quanto avviene sui mercati fisici del greggio naturalmente si ripercuote sul mercato finanziario, quello dei futures (su Brent e WTI). ICE di Londra e Nymex nordamericano sono in effetti al cuore di questo Grande Gioco speculativo – sul mercato futures il giro d’affari vale dieci volte quello del mercato fisico.. si tratta di mercati globali elettronici,  regolamentati e trasparenti, sorti negli anni’80, quando il nuovo mercato petrolifero che  si andava formando con la fine dei prezzi amministrati e del controllo diretto di giacimenti e produzione nelle mani delle sette sorelle, e con lo sviluppo di una forte e diversificata offerta extra-OPEC, richiese strumenti finanziari per la gestione della volatilità (hedging).

Manipolando il mercato fisico (in effetti i suoi benchmark) si può determinare l’andamento dell’immenso mercato finanziario, ma questo influenza a sua volta la formazione del prezzo sul mercato fisico, confermando e potenziando l’effetto delle dark pools.

 

Si tratta di comportamenti che non presentano aspetti di illegalità, e del resto solo presunti. Nella ricostruzione di Chris Cook, già direttore dell’International Petroleum Exchange di Londra (IPE, poi ICE), fino al 2008 a condurre sovranamente il gioco sarebbe stata la connection Goldman Sachs – BP, due società un solo presidente tra 1995 e 2007 (Peter Sutherland). Esistono precedenti noti di manipolazione sul medio periodo dei mercati (finanziari e/o delle materie prime) secondo simili tecniche, in particolare il caso del rame, ad opera di Sumitomo Corp.

Un aspetto fondamentale da tenere presente è che nel breve periodo sia offerta che domanda di greggio a livello globale sono praticamente fisse, inelastiche. Esistono dunque le condizioni per trattare il petrolio come un asset finanziario (convertirne il mercato a logiche di tipo finanziario), più che come un bene di produzione.

 

Trattandosi di movimenti finanziari – la banca che finanzia il produttore e la logistica delle sue riserve occulte, l’ETF che acquista petrolio e futures, i trader che acquistano petrolio forward, e tutto il vasto circo di ICE e Nymex – è un motore che va a denaro: se la liquidità nel sistema finanziario è abbondante e a buon mercato il gioco continua. I due round di quantitative easing della Federal Reserve sono stati una manna per i giochi sul Brent, ma pure molto importante è, nella interpretazione di Cook, la manipolazione intellettuale e mediatica operata da operatori, analisti ed “esperti” organici alle grandi banche d’affari, capaci di proporre sempre una sola lettura di fatti, dati tecnici, trend finanziari, sviluppi macroeconomici, e – naturalmente – tensioni geopolitiche: quella che vede scarsità imminenti e  prezzi destinati a crescere.

L’astuzia suprema di questo sistema consiste nel manipolare il prezzo non (tanto) razionando l’offerta, ma attraverso la creazione di domanda senza reale fondamento. Apparentemente la base economica per quei prezzi esiste. Il mercato fisico, raffinerie, e industrie, e sopratutto il sistema dei trasporti, nell’immediato assume praticamente qualsiasi prezzo con modeste o nulle variazioni, il petrolio è sangue nelle vene dell’economia e della vita moderna e la domanda è nel breve periodo assolutamente inelastica. Sul medio periodo le economie industrializzate si adattano e la domanda è molto più elastica: si implementano tecnologie di efficienza energetica, si diversifica su nucleare carbone gas e (molto più lentamente) rinnovabili, si delocalizza dove il minor costo del lavoro e un più favorevole regime fiscale (dunque meno welfare) consentono di recuperare margini divorati dal costo dell’energia, si sviluppano nuovi giacimenti attraverso tecnologie nuove (e dunque quasi sempre costi molto maggiori: qua l’impatto sul prezzo è dubbio..). Nel breve periodo a prezzi dell’energia fuori controllo, o magari fittizi, l’economia ha un solo modo di adattarsi: la recessione. Su nove congiunture verificatesi nel post’45 si valuta che otto siano connesse, se non interamente dovute, a forti rialzi dei prezzi petroliferi.

 

La Grande Recessione iniziata nel 2008, e non solo il collasso del mercato petrolifero tra luglio e dicembre, segnala che quei prezzi erano puramente finanziari e speculativi, senza fondamento reale nella domanda di energia. Qualcosa di simile non emerge forse dalla problematica (se non già spenta) ripresa americana, dal drastico rallentamento cinese e dalla nuova grave recessione europea?

 

A un certo punto, come in tutte le bolle spculative, si arriva alla resa dei conti con l’economia reale (nel 2008 i prezzi fuori controllo portarono l’economia in recessione e a una forte contrazione nella domanda di greggio), o semplicemente con la fine della liquidità facile (giugno 2011, esaurimento della seconda tranche di quantitative easing americano). A questo punto è veramente decisivo essere dal lato giusto dell’asimmetria informativa, in modo da poter scaricare sul mercato il costo della “correzione” (che nel 2008 fu un vero e proprio collasso). Chi conosce la reale situazione dell’offerta e delle riserve vincolate non avrà difficoltà a ritirarsi con ordine, provocando una serie di violente “strette” sul mercato fisico: trader e speculatori che, subodorato l’imminente ribasso, entrano con posizioni short, si trovano a dover ricoprire in condizioni di offerta molto diverse da quelle apparenti – una parte notevole dei flussi si rivela inesistente (le dark pool sono tornate in possesso del produttore e gradualmente smaltite sul mercato) – e a subire così improvvisi drammatici rialzi del prezzo.

 

Si spiega così perché prima del tracollo si verifichi una violenta accelerazione del rialzo, come nel giugno 2008.

Nel 2011 si è innestata la variabile geopolitica, con una modesta componente reale (guerra e interruzione dell’export libico) e una molto più vasta componente di aspettative (tensione sociale nelle petromonarchie del Golfo e crisi del nucleare iraniano), a tenere vivi i flussi finanziari.

 

Negli anni post 2008 si è probabilmente consumato il grande salto nel gioco delle dark pool petrolifere, da enorme escamotage finanziario a Grande Intesa geopolitica (o forse, grande manipolazione). La nuova connection sovrana che ha preso il controllo dei mercati sarebbe ora JP Morgan (la più grande banca Usa, e mondiale)-Arabia Saudita. Non più solo compagnie petrolifere, come Shell o Bp, ma una potenza globale.

La versione di Cook è che dopo il rovinoso tracollo di quattro anni fa si sia saldata una intesa ai massimi livelli tra Usa e Riyad – col supporto delle migliori intelligenze finanziarie americane – per fissare il prezzo entro una banda di oscillazione che garantisse ai Sauditi un ritorno adeguato alle loro esigenze (nel frattempo mutate con l’erompere delle primavere arabe) e all’Occidente la sostenibilità di una ripresa economica e industriale.

E’ la tesi di fatto sostenuta, se pure in modo più velato, da un altro autorevole osservatore della complessità dei mercati petroliferi, Bassam Fattouh dell’Oxford Institute for Eenergy Studies.

 

Quella fascia di prezzo tra 70-80 $ ha tenuto fino all’autunno 2010, già slittata a quota 90 -100 tra novembre e dicembre, è schizzata sui 110-120 con le primavere arabe, scesa a 100-110 nella seconda metà dello scorso anno (fine del secondo QE) e di nuovo balzata attorno ai 120 tra febbraio e aprile. Se intesa c’è stata, o è stata riveduta periodicamente, o a un certo punto è saltata, e da un certo momento i Sauditi hanno preso a condurre un loro gioco.

 

La caduta dei corsi petroliferi iniziata due settimane fa potrebbe essere l’inizio del nuovo collasso previsto da Cook, in un mercato governato dall’anarchia della finanza dilagante, o un robusto quanto effimero ribasso stagionale (tipico del secondo trimestre, sui mercati del greggio), cui contribuiscono decisamente pure le tensioni europee e il nuovo stand-by della ripresa americana – o meglio, trattandosi di un mercato ormai più finanziario che commerciale: la caduta dei principali corsi azionari – nel quadro di una manovra al rialzo sui prezzi.

Ma soprattutto, se davvero di Grande Intesa si è trattato, si può immaginare che dietro le quinte dei mercati sia avvenuta, o sia tuttora in corso, una drammatica resa dei conti al massimo livello geopolitico – si può immaginare ad esempio che l’amministrazione Obama si sia imposta alla monarchia di Riyad e abbia ottenuto garanzie e atti conseguenti per la creazione sui mercati di un ambiente “non ostile” ai cruciali passaggi politici e finanziari che matureranno nei prossimi trenta giorni.

 

Tra fine giugno e metà luglio, col verdetto di Bernanke su un nuovo round di allentamento quantitativo e l’entrata a regime delle sanzioni UE, si chiarirà tutto.

 

 

12 pensieri su “Il future di un’illusione

  1. Pingback: a margin call « la terza colonna

  2. simona bogani

    Difficile trovare qualche imprecisione nel primo della classe e lo dico senza nessun intento polemico. Solo mi chiedo, e vi chiedo: siamo davvero così certi dell’assunto di base? Cioè che ci sia perfetta informazione sulla quantità realmente esistente di petrolio rimasto? Dopodichè tutto appare un gioco molto più grande degli stessi giochi di potere che abbiamo creduto di intuire finora..

    Rispondi
    1. andrea Autore articolo

      no, non c’è.

      Non sappiamo, ovviamente, a quanto ammontino le risorse superstiti di idrocarburi nel pianeta, perchè non su tutta la sueprficie terrestre si sono effettuate prospezioni o simulazioni sismiche. Nè d’altra parte sappiamo come computare le risorse già individuate e in via di sviluppo (cioè di passaggio alla categoria “riserve”), perchè è evidentemente un giacimento scoperto nel deserto saudita ha determinati costi (e dunque una certa resa energetica netta) e il petrolio pre-salt, situato ad altissima profondità sotto spessi strati di salgemma nei fondali brasiliani, ne ha ben altri. Non sappiamo neanche in realtà l’estensione delle riserve accertate, perchè la loro gestione è (in gran parte degli stati petroliferi) carente e/o opaca: qualcuno ricorderà il balletto di cifre tra Baghdad e Teheran circa due anni fa, quando l’Iraq procedette a una drastica revisione delle proprie riserve, scavalcando così l’Iran, e i persiani risposero con una contro-revisione due settimane dopo, recuperando la posizione.

      A maggior ragione le fluttuazioni o i terromoti e collassi nelle quotazioni non possono trovare fondamento nei cosiddetti “fondamentali” e si deve indagare il processo finanziario distorsivo.

      Rispondi
  3. Carlo Capone

    Grande articolo e grande penna. Il legame tra QE e dinamiche del prezzo del greggio mi era ignoto. Però capisco che l’iniezione di denaro fresco nel mercato scatena interessi, e appetiti, finanziario speculativi di enorme portata. Mi auguro che il QE3 serva tuttavia anche a ri-avviare l’economia occidentale. Ancora complimenti.
    Carlo C.

    Rispondi
    1. andrea Autore articolo

      Grazie, Carlo : )

      Ormai le aspettative sul QE hanno assunto portata tale da avvolgere la questione quasi di un’aura esoterica.. nondimeno è difficile esagerare nel valutare importanza e conseguenze di un simile passaggio: dai rapporti Washington-Pechino all’andamento dei prezzi alimentari (e delle tensioni sociali e politiche nei paesi arabi), dallo sviluparsi di bolle speculative nei paesi emergenti al prezzo del petrolio alle elezioni presideniali Usa, sembra che l’espansione monetaria a tutto possa essere utile (o destabilizzante) fuorchè alla ripresa americana : )

      in realtà, nella paralisi della politica fiscale indotta dalllo stallo Congresso (repubblicano) – Presidente, la politica monetaria rimaneva e probabilmente rimane l’unica importante leva macroeconomica attivabile. Ma Bernanke pensava di ricorrervi, come a un colpo di timone, a fine anno, quando il picco fiscale (fiscal cliff) si profilerà come un iceberg davanti all’economia Usa.

      Rispondi
  4. Francesca Larosa

    E’ un pezzo ben argomentato e sono grata del post anche per evidenti nozioni nuove per me. Tuttavia mi sorgono spontanee delle domande e, conseguentemente, delle perplessità.
    La prima è relativa al paragrafo riguardante la recessione. Non sono d’accordo sul fatto che le recessioni siano causate dall’andamento dei prezzi energetici. Aggiusto il tiro e dico: non è più così. Gli anni ’70 erano esposti, sì, ma oggi il mondo sente la pressione di ulteriori limiti naturali, economici e fisici, qualia d esempio la mancanza di terra, la minaccia del land grabbing, i water riots. Faccio un esempio per tutti: quando la Cina ha cominciato ad acquistare terre vergini nel Continente Nero, la competenza di tali acquisizioni è passata nell’arco di pochissimo dal ministero dell’Agricoltura a quello della Difesa! Una mossa ben calibrata e sicuramente pericolosa.
    Ulteriore punto controverso è quello dato dalle riserve: sono quelle a manipolare il prezzo e il prezzo (come hai giustamente scritto) controlla il mercato finanziario e, a sua volta, questo influisce sulle scorte reali.Il punto è che questo sarà un vincolo fino all’esaurimento dei bacini! Nessun produttore avrà mai convenienza a rivelare le reali disponibilità e più ci avviciniamo a livelli di allarme ambientali, maggiori sono le opportunità di guadagno per chi traffica, produce e raffina petrolio.

    Le soluzioni a tutto questo secondo molti policy makers sarebbero date dall’introduzione di regole che portino alla trasparenza. Beh…forse perchè giovane, ma molto più realista di tanti accademici, DUBITO che si possano riporre speranze in regole vacue e facilmente eludibili.
    La soluzione unica è data dalla transazione verso fonti di energia diverse ed, eventualmente, ad una forma di “educazione” della popolazione che la porti a cominciare a concepire stili di vita fondati su minori consumi di energia. La stasi dei prezzi del petrolio fa riflettere: non ci sarà tregua quando ricominceranno ad aumentare. Perchè dovrebbero tornare a toccare picchi spaventosi? Perchè il gioco dei burattinai delle commodities è quello di creare e mantenere una pressione verso l’alto della volatilità. Non è tanto il livello generale ad influire su Paesi interi, quanto la volatilità, la varianza: con grosse spinte propulsive verso l’alto la popolazione, la comunità internazionale stessa, non sono in grado di organizzarsi per mobilitare buffer e sistemi assicurativi contro gli shocks.
    E’ questo il nodo cruciale dei policy makers.L’obiettivo della “stanza dei bottoni” e delle banche di investimento è la destabilizzazione di un mercato già tutto fuorchè trasparente. Renderlo ancora meno limpido è l’unica soluzione per restare sempre in sella e realizzare extraprofitti.

    Spero di non averti annoiato, ti ringrazio per la scoperta e ti saluto.
    Cordialmente
    Francesca Larosa

    Rispondi
    1. andrea Autore articolo

      Ti ringrazio per l’intervento, Francesca – come sai, sono i contributi più critici e articolati quelli che preferisco, perché più stimolanti. Si aprono fronti di approfondimento e discussione che richiederebbero ben altro che i miei tentativi di risposta, e d’altra parte questo post, come il precedente (di fine Aprile), è parte di un lungo dossier che si dispiegherà su almeno altri cinque interventi.

      Il nesso prezzi energetici – recessione (quella attuale alcuni già la chiamano Depressione, come negli anni’30) è naturalmente più ambiguo e problematico di quanto possa apparire dal mio riferimento. Logicamente lo shock petrolifero non è la causa unica, né necessariamente la principale, delle recessioni post’45 negli Usa e in Occidente.. nondimeno un drastico aumento del barile (dici bene, conta un elemento di volatilità e varianza, oltre al valore assoluto: lo shock, appunto) si trova interlacciato praticamente a ogni fase recessiva. Sarebbe interessante ad esempio indagare su un nesso (o forse una interazione dialettica, un circolo vizioso) leverage/politica monetaria Fed/quotazioni del greggio: il dissesto di una turbofinanza che aveva perso di vista sostenibilità e fondamentali è comunemente identificato all’origine della Grande Recessione (o piccola Depressione) sostanzialmente in corso dal 2008, ma quello squilibrio riflette a sua volta scompensi strutturali profondi, e perduranti, nell’economia statunitense. Questi sono a loro volta individuati, a seconda della lettura preferita, prevalentemente nel trasferimento della manifattura (e dei surplus commerciali) dall’Occidente alla Cina, o nella rottura del compromesso fordista e conseguente stagnazione/impoverimento della middle class – eppure, se la lunghissima sconsiderata espansione monetaria inaugurata da Greenspan (Fed) a metà anni’90, è stata una sorta di cuscinetto o rete protettiva per assorbire (mascherare, rinviare) l’impatto di questi trend storici sul consumatore americano (e dunque sulla stessa economia mondiale), la contestuale finanziarizzazione forsennata nelle commodities ha attratto completamente quei mercati nell’orbita di quel gioco, li ha esposti ai cicli e agli sompensi, alle bolle e ai crack della finanza. Il petrolio non è però una commodity qualunque, non è l’oro, per cui il terremoto finanziario su quel mercato diventa immediatamente terremoto economico (così come una bolla sui prezzi del grano innesca rivolte, rivoluzioni.. guerre civili).
      E’ vero che l’economia dei paesi OCSE non è più quella degli anni’70, che si sono implementate potenti soluzioni tecnologiche dal lato della domanda (a favore del risprmio e dell’efficienza), e che la manifattura altamente energivora in gran parte non abita più qua. Questo però rende conto di un processo adattivo imponente che vale sul passato, e lascia piuttosto margini di manovra e di adattamento ancora più stretti (non puoi più recuperare margini trasferendo la produzione di locomotive in Guangdong, se lo hai già fatto).

      Quel che inetressava particolarmente chiarire e mettere in evidenza con questo post è anzitutto che un mercato (ma non è la parola giusta), un settore come quello petrolifero, per la sua opacità e connessione ai flussi finanziarii, è partcolarmente esposto alla manipolazione, e che questa comporta conseguenze così dirimenti sull’economia globale e in particolare sul destino di alcuni paesi (non necessariamente quelli situati sul lato della domanda), che una analisi, anzi una interpretazione geopolitica dei suoi andamenti è praticamente ineludibile.

      E’ perfettamente ragionevole e realistico vedere nello sviluppo, anche politicamente guidato, delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica, e anche nella conversione a un modello di sviluppo meno manifatturiero ed energivoro, l’unica vera soluzione al problema. Nondimeno, nel lungo periodo saremo tutti morti, anche perché nuovi conflitti e disastri ambientali si preparano nel breve o medio termine, se non riusciremo a gestire la transizione.
      E dunque giustamente focalizzi sul nesso prezzi/scorte. Meglio, il rapporto prezzi/riserve (localizzate e in via di sviluppo estrattivo): uno dei processi di aggiustamento al rialzo dei prezzi petroliferi è stato proprio lo sviluppo di capacità estrattiva extra-Opec, sin dagli anni’70 (Mare del Nord, Messico..). Ora si profila, ed è già in buona parte in atto, una nuova drammatica espansione dell’offerta esterna al cartello, localizzata in gran parte nell’emisfero occidentale (Usa, Canada, Brasile, Venezuela, Africa subsahariana). E, soprattutto, la rivoluzione dello shale gas americano (ma la Cina disporrebbe di risorse non meno vaste, ed è intenzionata a seguire le orme americane).
      Uno sviluppo che del resto sembra ben accordarsi a una visione di lungo periodo sul futuro della potenza americana nel suo complesso, da centro egemone a primus inter pares.. da ape regina verso cui convergno le risorse globali a potenza energeticamente autosufficiente. La tecnologia supporterà questa riconquista dell’indipendenza (energetica)? In realtà sembra inserirsi nel gioco con un ruolo più ambiguo. E’ vero che il vantaggio tecnologico ha reso disponibili nuove enormi riserve di idrocarburi, ma la tecnologia rappresenta comunque un costo, incorporato in quello (comunque) crescente dell’energia. Non solo: c’è un aumento del rischio. Il disastro di Deepwater Horizon è l’altra faccia della ritirata strategica da Baghdad, è in effetti anche un dramma geopolitico.
      La questione è aperta, anche sul fracking – la tecnica di trivellazione che ha aperto l’accesso allo shale gas – e sulle sabbie petrolifere del Canada, che consumano immense quantità di acqua, configurano uno sfruttamento invasivo o distruttivo del territorio, o sull’ultra-deepwater del petrolio brasiliano.

      Allora scendiamo ulteriormente di quota e di prospettiva, poniamoci la questione sul nesso finanza-petrolio. L’amministrazione Obama è impegnata da un paio di anni almeno in una guerra senza quartiere ma a bassa intensità mediatica con la grande finanza di Wall Street, su regole che possano confinare l’iperpotenza delle grandi banche d’affari, la loro dissennata assunzione di rischio (e relativa capacità manipolatoria sui mercati) fondata sull’asimmetria fondamentale tra liberismo (e dunque concentrazione dei profitti e delle plusvalenze in mano all’1%) e “too big to fail”, che consente di scaricare sulla collettività (e magari sull’estero) il rischio stesso.
      Quanto a Cook vede prossimo il collasso definitivo dei mercati petroliferi ed energetici così come li conosciamo oggi, e la loro rinascita in forma trasparente, disintermediata.. una sorta di internet dell’energia.

      Rispondi
    1. efraim

      certo, ma dipende dalla forza di chi e che strade gli interessa fare. Per parte mia non sono catastrofista, tant’è che è una vita che provo a trovare altre vie e il modo di saggiarne la percorribilità. Ma di certo, finché ci aspettiamo che provengano dall’alto, anche dall’alto del “dal basso”, nessuno potrà saggiare se ce ne sono di buone davvero.

      Comunque riguardo a questo post mi piacerebbe che si tentasse un approccio scientifico. Ovvero predittivo. Chiaro che nessuno può prevedere che succederà ma si può prevedere, su queste basi, grossomodo cosa accadrà nei vari scenari (contrazione economica con o senza nuovi QE, guerre, aggressioni alla sovranità del dollaro etc.). Naturalmente facilmente accadrà che qualche nuovo fattore sparigli le carte, ma tutto ciò che sta scritto qui, rivedendo le previsioni, permetterà sia di saggiare e migliorare l’interpretazione che di comprendere meglio i fatti.

      Rispondi
      1. andrea Autore articolo

        E’ una parola, prevedere, come giustamente dici – fossi in grado non sarei qua ma a trafficare futures sull’ICE : )

        quelli del Financial Times ultimamente per non sbagliare escono un giorno vedendo vita breve per l’attuale corso ribassista, e l’altro si domandano se non sia alla fine addirittura il “superciclo” delle commodities iniziato una dozzina di anni fa e sostenuto dal boom della domanda cinese.

        Quel che è sicuro è che se il prezzo aumenta del 400% in tre anni (e di sessanta dollari in sei mesi) e poi collassa dell’80% in altri sei mesi – come avvenne attorno al giugno 2008 – i “fondamentali” c’entrano poco e niente, è chiaramente una dinamica da mercato finanziario, e anche parecchio manipolato.
        La mia tesi è che la manipolazione ora sia a un livello e secondo una logica (geo)politica, non più meramente finanziaria. nondimeno, come mercato finanziario risente comunque dei terremoti finanziari, e dunque dei sussulti nel rischio-Euro, ad esempio.

        Vedo comunque un “chiarimento” tra giugno e luglio, perchè troppe questioni cruciali tendono a convergere in quei giorni: non solo le sanzioni Usa e UE all’Iran, l’apertura vera e propria della campagna presidenziale Usa, il vertice Fed che deicdierà se è tempo per un nuovo QE, ma anche (fine Giugno) un vertice dell’Eurozona che si profila coma una vera e propria resa dei conti.

        E’ facile attrbuire un segno – o un segno + a ciascuno di questi passaggi (a seconda dell’esito, per quelli che sono momenti decisionali)

        Rispondi
  5. efraim

    Complimenti! Neanche il prezzo del petrolio dopo il picco è sicuro: vien da dedurre che economia di mercato ed economia finanziaria siano in realtà incompatibili, mentre sono le due gambe dello stesso sistema e non possono esistere l’una senza l’altra. Ad essere incompatibile con esse è la vita sul pianeta.

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