La nuova vita dell’ape regina – gli Usa da hub(ris) imperiale a primus inter pares [parte prima]


 

 

 

E’ una sofferta ripresa economica (dopo le false partenze del 2010, 2011 e di quest’anno), o una grandiosa metamorfosi geopolitica, quella che si delinea dalle nostre carte, dalla costellazione dei trend economico-finanziari?

 

 

La ripresa certo si profila, sostenuta da importanti mutamenti strutturali (recupero dell’immobiliare, rinascita della manifattura, boom degli idrocarburi), ma proprio da questi emerge una diversa rappresentazione del ruolo globale degli Stati Uniti, destinata ad affermarsi nel corso dei prossimi decenni. La transizione è però già in corso.

Le stesse grandi crisi e faglie di conflitto nelle relazioni internazionali – a cominciare dal Golfo Persico, sospeso tra guerra e scenari di Grande Intesa – possono apparire in questa prospettiva perturbazioni, per quanto significative, su una rotta comunque stabilita e visibile.

 

Individuiamo, per cominciare, tre coordinate strutturali (fondamentali) dell’economia americana.

 

 

 

 

Dunque, la ripresa. E’ difficile, il rientro dalla voragine occupazionale apertasi nel 2007-2009 è lento, ma costante: siamo ora a un 7.9% di disoccupazione. La percentuale di per sé è nebulosa, perché nasconde imponenti flussi in uscita (o la contrazione di flussi in entrata) rispetto al mercato del lavoro, da parte di scoraggiati – una quota di popolazione attiva che naturalmente tende ad aumentare col protrarsi della crisi occupazionale, e dunque a nascondere una parte del problema stesso ai radar delle statistiche più grezze.

Nondimeno, ha nel medio periodo una discreta affidabilità – se la crisi non si protrae troppo a lungo e non intacca stabilmente il potenziale di crescita del paese, i flussi in uscita dal mercato diventano flussi in entrata, con la ripresa (per cui si assiste al fenomeno di un tasso stabile nonostante l’ampliamento della base occupazionale).

Proprio questo dato può essere considerato la variabile sintetica di riferimento, l’inviluppo in cui collassano le più potenti forze di trasformazione che operano sotto pelle al capitalismo americano, quella che esprime il profilo geopolitico della questione.

Secondo i dati più recenti, e le revisioni, il rischio che una crisi occupazionale così protratta (è in corso dal 2007) possa far assestare stabilmente il mercato di lavoro su una nuova normalità, un nuovo e più basso plafond di partecipazione, come avvenne nelle economie dell’Europa occidentale all’inizio degli anni’80, dovrebbe essere scongiurato: nuovi flussi in entrata si profilano. Rimane vero quanto denunciato dallo sfidante Romney nella campagna per le presidenziali: se i “lavoratori scoraggiati” fossero ancora sul mercato, il tasso attuale sarebbe circa all’11% (attenzione, questo non significa che non ci sia stata creazione netta di posti di lavoro in questi anni. Il fatto è che la struttura demografica del paese non è cristallizzata come quella prevalente in Europa, è ancora magmatica, segnata da una dinamica espansiva, tra costante immigrazione e tasso di fertilità medio delle residenti. Questo è considerato uno dei “segreti” della capacità propulsiva dell’economia americana, ma implica anche una offerta di lavoro in crescita, con l’affacciarsi di nuove leve sul mercato).

Considerando anche la grave sottoccupazione (lavoratori impiegati part time ma disponibili al tempo pieno) quella percentuale schizzerebbe al 15-16%. Soprattutto, la creazione netta di posti di lavoro si sviluppa a un ritmo ancora largamente insufficiente a riportare il paese alla piena occupazione, se non in tempi nebulosamente lunghi. Si tratta cioè di qualcosa di simile a una jobless recovery, e dunque, come tutte le riprese di questo tipo, fondamentalmente anemica e fragile.

 

Qualcosa evidentemente non ha (ancora) funzionato, e la crisi occupazionale è dunque la prima delle tre coordinate fondamentali che localizzano la congiuntura usa.

 

 

La seconda è il processo di re-industrializzazione, la crescente ri-localizzazione di attività manifatturiera sul territorio americano. Naturalmente si intreccia alla questione occupazionale. E’ un trend già emerso chiaramente da più di un anno, ora si consolida e si definisce ulteriormente nei suoi tratti portanti: la Maginot industriale è stata la ferma volontà politica dell’amministrazione Obama, sostenuta con imponenti risorse del bilancio federale e un impegno politico e amministrativo senza precedenti (GM è stata nazionalizzata), di preservare il cuore automotive del settore manifatturiero. Tra 1999 e 2009 la manifattura ha perso negli Usa circa sei milioni di occupati sui diciassette iniziali (fa un crollo del 35%), nel 2010-12 ne sono stati recuperati mezzo milione. A trainare è soprattutto il manifatturiero avanzato, che impiega tecnologie di punta e richiede personale con adeguata formazione, ma è l’intero settore a registrare una inversione di tendenza storica. Dalla Otis (ascensori) alla Caterpillar (scavatori idraulici), dalla Whirlpool alla General Electric, dai sistemi audiovisivi alle cucine è un’onda di stabilimenti che aprono o ritornano in Tennessee, Texas, Illinois, Florida, le due Caroline.. Tutto questo ha a sua volta un indotto importante, nei trasporti, nel settore estrattivo/energetico, nelle costruzioni.

 

Proprio questo moltiplicatore è uno degli aspetti più strategici della manifattura, messo in evidenza da recenti studi: ogni nuovo posto nel settore ne crea altri tre.

Un’altra implicazione importante è nello sviluppo dell’export, e dunque nel miglioramento della bilancia commerciale, anche se in questo sviluppo intervengono pure decisamente fattori valutari e politiche della banca centrale.

 

 

La terza coordinata strutturale è in controtendenza, e indica un male oscuro dell’economia Usa. La macchina della “distruzione creativa” sembra in affanno – il capitalismo più dinamico del mondo, dove l’elevatissimo turnover di imprese garantiva sempre nuove opportunità di lavoro e segnalava la frenetica capacità adattiva di capitali, progetti e uomini ai segnali del mercato e alle opportunità generate dalle nuove tecnologie (spesso vedeva/creava a sua volta i nuovi mercati), segna il passo – la disoccupazione, da breve fase di passaggio tra un lavoro e l’altro, tende a diventare viscosa, di lunga durata: la maledizione “europea”. Un fenomeno particolarmente doloroso in un paese dove il rapporto di lavoro ha mediamente un tasso di flessibilità/precarietà più elevato che nel resto dell’Occidente, e non esistono reti di welfare adeguate.

La diminuzione nel numero di nuove imprese generate ogni anno dalla creative destruction (il saldo netto aperture/fallimenti) spiega buona parte dei problemi occupazionali di oggi: è dalle nuove aziende che ormai da molti anni viene la creazione di nuovi posti di lavoro (le grandi imprese “stabilite” viaggiano da tempo su una parità tra nuove posizioni e posti perduti, quando non in passivo).

 

 

 

 

Le forze sottostanti

 

 

Il ritorno della manifattura si avvantaggia di una serie di condizioni che si sono venute a creare in questi anni, da un consolidato andamento al rialzo dei salari operai in Cina all’aumento del cambio reale (differenziale inflazione + cambio nominale) renminbi/dollaro, dai maggiori costi di trasporto (drastico rialzo del greggio) alla strenua competizione fiscale e (de)regolatoria tra gli stati dell’Unione per creare un ambiente più favorevole agli investimenti diretti, dalle nuove relazioni industriali (che hanno imposto salari drammaticamente più bassi, anche dimezzati, per i nuovi assunti), a importanti guadagni di produttività realizzati negli ultimi anni.

 

 

 

 

 

In questa nube di trend si profilano alcuni mutamenti strutturali destinati a cambiare il volto dell’economia, e la stessa rete di relazioni internazionali. 

Una fondamentale direttiva di reindustrializzazione deriva dalla forte spinta che il downstream degli idrocarburi (raffinazione e sintesi chimica) sta ricevendo dal boom estrattivo in corso nel paese e nel vicino Canada: la ripresa delle trivellazioni alle alte profondità nel Golfo del Messico, l’intenso sfruttamento delle sabbie bituminose dell’Alberta (Canada), lo sviluppo delle estrazioni di petrolio non convenzionale e soprattutto di gas dagli strati scistosi, mentre alimentano intensi investimenti nella chimica della materia grezza e nelle infrastrutture, delineano sviluppi di vasta portata geopolitica per i prossimi anni e decenni. La chimera dell’indipendenza energetica, pietra filosofale di ogni presidente da Nixon in poi, diventa un obbiettivo realistico, realizzabile nel giro di un quindicennio. Già al presente la Cina è il principale cliente dell’Arabia Saudita, e la potenza più interessata alla sicurezza delle rotte petrolifere tra Golfo Persico, Oceano Indiano e Pacifico meridionale, ma quelle vie sono presidiate saldamente dalla marina statunitense, che si avvale di un complesso tecnologico, militare e politico formato da rete satellitare, portaerei, basi militari, porti e relazioni internazionali (diplomatiche, economiche, di intelligence, finanziarie e di assicurazione strategica) con i paesi rivieraschi: tutto quello a cui la potenza asiatica potrà eventualmente accedere nell’arco di alcuni decenni, attraverso una lunga, costosa, paziente opera di costruzione diplomatica, pianificazione strategica e industriale. Prima di poter solo rappresentarsi un ruolo paragonabile a quello che hanno gli Usa nello spazio che va dal Medio Oriente all’Oceano Indiano, passando per l’Asia centrale, Pechino deve però cambiare profondamente la percezione di sé come potenza globale. Una rappresentazione che è fatta di cultura e ideologia non meno che di finanza, direttrici di pianificazione economica e industriale, infrastrutture, consumi delle famiglie, welfare, relazioni industriali, rapporti di classe nel complesso della società e di potere tra diverse componenti della classe dirigente: la Cina deve ripensarsi nel mutamento da grande potenza (economica) competitiva, export-driven, a (co)superpotenza egemonica. Mutare da aggressiva vespa guerriera a potente ape regina.

 

Non è un passaggio culturalmente facile, ne sappiamo qualcosa in Europa, dove si sconta lo psicodramma di una potenza “aggressiva”, riluttante all’egemonia – anzi renitente.

Nella direzione inversa muovono gli Stati Uniti, ma potendo contare ancora molto a lungo su alcuni decisivi atout strategici connaturati allo status di superpotenza, anzi dell’iperpotenza solitaria.

5 pensieri su “La nuova vita dell’ape regina – gli Usa da hub(ris) imperiale a primus inter pares [parte prima]

  1. Beniamino Franceschini

    Grazie per la risposta Andrea. Forse mi sono spiegato male, perché la penso esattamente come te. Anch’io facevo riferimento alla necessità per la Cina di modificare la concezione che essa ha di se stessa. E’ Pechino a dover decidere se vuole proseguire, certo con declinazioni diverse, la tradizione imperiale della proiezione “terrestre”, col non interventismo e il misoneismo come collante centripeto. L’ho scritto in modo un po’ confusionario, però sono d’accordo con te: il primo passo della Cina è decidere cosa vuol essere. Stesso discorso per gli USA: il ruolo di egemone non è più sostenibile. Poi discutere sulle cause non è affatto semplice!

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  2. Beniamino Franceschini

    Questa analisi è molto interessante e del tutto condivisibile. Attualmente, secondo me, si fraintendono spesso le misure statunitensi in politica estera, mescolando cause strategiche ed economico-finanziarie. Sarebbe interessante capire quanto dell’attuale retrenchment di Washington derivi dalla contingenza economica e quanto da un cambio della visione che gli Stati Uniti hanno di se stessi nel lungo periodo. Posto, ovviamente, che di ripiegamento davvero si possa parlare. Il problema è che un’analisi del genere può partire – e in questo ho apprezzato molto il tuo articolo – solo dallo studio di che cosa stia accadendo all’interno degli Stati Uniti in relazione all’evidente fase di riassesto degli equilibri geopolitici che stiamo vivendo. Si parla spesso di “Secolo indo-pacifico”: è vero, ma sarebbe un errore ritenere che lo scontro sia solo tra le potenze asiatiche, che, come scrive Castronovo, hanno riacquistato il primato produttivo. Non è casuale se, come la Gran Bretagna agli inizi del Novecento, adesso gli Stati Uniti riorganizzino il sistema di sicurezza e modifichino le spese militari concentrando l’attenzione sull’Oceano Pacifico. Il tuo passaggio sull’Oceania è fondamentale, perché la regione è un “campo di battaglia” finanziario, nel quale si combatte tramite non solo l’accaparramento delle risorse minerali, ma anche con la conquista del mercato dei mutui e delle assicurazioni, allo scopo di guadagnarsi avamposti per la sicurezza delle rotte marittime. Condivido anche la tua riflessione sull’imprescindibilità per la Cina di mutare l’immagine che essa ha di sé per contendere nell’agone geopolitico: d’altronde, però, già Xiaoping lo aveva anticipato negli Anni Ottanta, l’epoca dell’elaborazione della strategia cinese per i successivi cinque decenni. Adesso scopriamo improvvisamente la flotta oceanica di Pechino, sebbene sono almeno venti anni che i cinesi operano per proiettarsi all’esterno per il 2030! Quindi, spero che la prosecuzione del tuo ragionamento sia pubblicato presto, perché è un ottimo spunto di riflessione, considerato anche che in vari passi hai smentito le voci catastrofistiche e hai riportato i fatti alla propria dimensione: ci sono note positive e note negative, non collasseremo improvvisamente, la partita è aperta, ma siamo consapevoli che il periodo che stiamo vivendo, purtroppo per noi, è parte del normale processo dialettico della Storia, per il quale periferia e centro sono destinati ad alternarsi continuamente. Speriamo che ci tocchi di essere una bella villetta ai sobborghi di una cittadina quieta, piuttosto che un palazzone degradato in un hinterland degradato e ad alto tasso criminale.

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  3. indygena

    Complimenti molto interessante e promettente (aspettando il sequel) hihihi se lo legge Xi Jiping corre il rischio di entrare in depressione : )

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    1. andrea Autore articolo

      grazie Beniamino, prezioso intervento. Attenzione però, quando dico che la Cina deve ripensarsi per assecondare il mutamento degli equilibri geopolitici che essa stessa ha innescato, non mi riferisco a un problema di immagine, di percezione esterna. Ho scritto percezione di sè, come autorappresentazione, vale a dire la costellazione geopolitica e geoeconomica, e in essa il ruolo della Cina, che la leadership di Pechino deve avere chiara in mente per concepire, progettare e condurre la necessaria trasformazione economico-sociale, finanziaria, commerciale e nelle relazioni internazionali. La percezione esterna seguirà.
      Attenzione anche alla questione del ripiegamento o retrenchment.. lo si può definire anche così, ma ho scelto la metafora entomologica perchè è più pregnante, rispetto a un mutamento complesso e denso di ambiguità. La tesi centrale di questo dossier – articolato su più interventi – è che la condizione imperiale (o egemonica, se “impero” non fa fine) è diventata quasi insostenibile. Lo è per la concorrenza industriale della Cina? per il dissesto finanziario? o per la crescente dipendenza, che stava arrivando a livelli molto pericolosi, dalle risorse energetiche del Medio Oriente? Ma essere (il centro politico di un) impero non è essere il primo della classe, l’economia più competitiva (probabilmente non può proprio, se dobbiamo considerare la legge di Triffin), significa essere uno hub di relazioni politiche, e poi finanziarie ed economiche, il centro verso cui convergono le risorse del sistema in virtù di nessi di (reciproca ma ineguale) dipendenza. l’ape regina dopotutto non compete in prima persona, le risorse dell’alveare convergono naturalmente verso di essa, perchè questo è il sistema, il modo “naturale” in cui funzionano le cose. Se però quello scambio ineguale mina radicalmente la solidità economica del centro, e se i fabbisogni del centro si dilatano al punto che l’ordine naturale delle cose non basta più a garantire quel convergere di risorse e si deve confermarlo, estenderlo con interventi militari diretti, allora si profila un mutamento di segno nelle relazioni ineguali: è il centro che sta cadendo nella dipendenza.
      La mobilitazione verso l’indipendenza energetica (concetto che va accuratemente chiarito e delimitato, per non cadere preda di miraggi), così come la rinascita manifatturiera e lo stesso retrenchment fiscale, convergono tutte a indicare la rotta, e si tratta di una direttrice emminentemente (geo)politica: gli Usa puntano a recuperare crescenti margini di autosufficienza. proviamo a declinare il concetto in termini meno tecnici e più politici: indipendenza. ma questo è esattamente il contrario di un sistema imperiale (egemonico), tessuto appunto di dipendenze ineguali.
      L’aspetto affascinante e nebuloso della questione è che in questa metamorfosi gli Usa avranno ancora molto a lungo il controllo di una serie di atout egemonici, ovvero continueranno a occupare naturalmente il centro (un centro sempre più messo in discussione) in virtù di vantaggi non colmabili se non nel medio-lungo periodo dalle (super)potenze “pretendenti”: dal dollaro alla marina militare alla vastità e profondità dei mercati finanziari.

      Attenzione però, non si tratta necessariamente di una buona notizia. il ritorno della manifattura, guidato da potenti forze economiche e tecnologiche, probabilmente non significherà (se non in piccola misura) ritorno dei posti di lavoro. la mobilitazione verso l’indipendenza energetica significherà metetre a frutto la supremazia tecnologica delle compagnie occidentali, ma anche raschiare il fondo del barile, sfruttare a fondo risorse interne, le risorse estreme (sabbie bituminose, giacimenti d’alto mare, lo stesso tight oil e lo shale gas.. domani l’Artico..) a rischio di grandi disastri ambientali: meno Iraq e più Deepwater Horizon..

      ne parliamo nella seconda parte

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    2. andrea Autore articolo

      il sequel arriva presto. Xi Jiping se non è stupido avrà già le mani tra i capelli, tra corruzione del sistema e bolle speculative da sgonfiare senza far esplodere : )

      però immagino che a Ryad non siano stati proprio felici per come il loro principale cliente ha seguito la crisi siriana…

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