Argo (verso una non-recensione)


 

 

“il più grande degli ex-presidenti”

Si è detto di Carter, e già la definizione, nell’intreccio di beffa e malinconia, racconta quel passaggio cruciale della recente storia americana.

Perché Argo è, in effetti, anche un film sulla presidenza Carter, la crisi degli ostaggi un po’ un High Noon nero dell’America in crisi, senza riscatto né verità.

Gli anni ’70 sono un decennio campale per gli Stati Uniti, aprono il secondo tempo della superpotenza americana. Si aprono con la disfatta indocinese, continuano con la guerra del Kippur – che, aldilà dell’evanescente esito militare, segna una rottura non più governabile nel perimetro di equilibri e compensazioni intraoccidentali, o della mera forza militare di Israele, e il coinvolgimento a pieno titolo dell’Unione Sovietica nel teatro di crisi – e la nascita dell’Opec come attore geopolitico, l’embargo petrolifero, la crisi energetica.

teheran

Il rapporto con le petromonarchie del Golfo evolverà ben presto in una cooperazione strategica stretta e di vastissima portata (alcuni vedono in essa il motore di destabilizzazione e collasso dell’Urss, alla fine del decennio successivo), ma la crisi del ’73 segna comunque uno spartiacque geopolitico, l’inizio della espulsione delle Sette Sorelle dal controllo diretto delle risorse petrolifere, della loro (relativa) emarginazione e l’ascesa delle NOC (compagnie petrolifere nazionali) dei paesi produttori.

Nel 1971, sotto il convergere di una rinnovata potenza industriale europea e giapponese (e connessi deficit commerciali americani), e del massiccio impegno nella guerra vietnamita, salta l’assetto di Bretton Woods, la parità aurea del dollaro e tutto il sistema di cambi fissi ad essa ancorato. L’economia mondiale torna ad avventurarsi nel mare magno dei cambi flessibili; la stabilità e prevedibilità del cambio fisso erano parte del grande compromesso fordista-keynesiano, la sua fine (e quella del protettorato occidentale sul mercato petrolifero) apre le porte al protagonismo della finanza, sotto le spoglie di hedging, protezione dal rischio.

La fine di Bretton Woods aprirà agli Usa praterie vastissime, la possibilità di dispiegare pienamente egemonia politica globale e iperpotenza strategica in signoraggio valutario, senza più il vincolo della convertibilità aurea, eppure nei primi anni la percezione è affatto diversa: l’ancoraggio è stato travolto nella tempesta, sotto l’impatto di crisi economica, perdita di competitività, deficit commerciale ed energetico, inflazione ed elevata disoccupazione.

Quasi tutti i semi dell’America e dell’ordine globale a venire germinano nei settanta: con l’apertura alla Cina Popolare voluta da Kissinger si pongono le basi di una simbiosi che ancora oggi dà forma all’ordine economico-finanziario globale. I frutti di questa svolta sono ben aldilà dell’immaginazione per l’americano medio e la quasi totalità degli stessi analisti economici e geopolitici.

Nel 1979, dunque, la rivoluzione teocratica a Teheran rappresenta la perdita dell’Iran al campo occidentale e la crisi degli ostaggi può ben apparire il pomeriggio di un decennio da cani per l’America.

Così eccoci precipitati, proprio alle prime battute del film, nella cagnara infernale – “stavolta esagerano con la baracconata, eh?” – in quel terribile autunno del’79  (novembre, tra poche settimane i sovietici invaderanno l’Afghanistan): la folla assedia l’ambasciata americana a Teheran. Le manifestazioni urlanti, con bandiere e manichini dello Zio Sam in fiamme, non sono una novità, da mesi vanno avanti, con la nuova teocrazia che ha abbattuto, messo in fuga e sostituito lo Scià. Questa volta l’happening va oltre, travolge cancelli e diritto internazionale; mentre funzionari e militari freneticamente si dedicano alla distruzione dei documenti più compromettenti, un piccolo gruppo di impiegati decide di fuggire in strada, da una uscita secondaria. Sfugge così alla cattura e reclusione nell’ambasciata stessa.

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Si apre così un nido di crisi, una crisi nella crisi (degli ostaggi-diplomatici) nella crisi (il cambio di regime e la rottura delle relazioni col Grande Satana): è una situazione molto strana, perché dell’esistenza di diplomatici americani a piede libero pasdaran e autorità iraniane nulla sanno (in realtà nessuno al mondo sa, tranne famiglie, Presidente e Cia), ma proprio questo costituisce un pericolo mortale per i sei. Perduto lo status di personale diplomatico, e non altrimenti identificabili, verrebbero – una volta scoperti – riconosciuti e trattati come agenti dello spionaggio Usa, con ogni probabilità giustiziati.

Come si è arrivati a tutto questo? Il prologo fornisce una efficace ricostruzione, un vero e proprio storyboard della storia persiana e degli intrighi occidentali attorno all’Iran tra gli anni ’50 di Mossadeq e il ’79 degli Ayatollah. Efficace, ma forse un po’ edulcorata, rispetto a una realtà storica complessa, che un po’confonde vittime e complici, responsabilità e risentimenti. come ricorda Roya Hakakian sul Daily Beast:

a)     Nel 1953, all’epoca del colpo di stato contro Mossadeq, il clero sciita fu parte della manovra golpista, assieme a Cia, Scià e servizi britannici.

b)     Gli Usa non controllavano giacimenti o risorse in Iran, al tempo di Mossadeq, dunque non furono colpiti dalle sue nazionalizzazioni (lo furono, pesantemente, i britannici.)

Cui si può aggiungere, già seguendo attentamene le ultime battute della ricostruzione-storyboard:

c)     Il clero, e gran parte della massa di manovra “rivoluzionaria”, furono portati a sollevarsi non tanto contro gli aspetti reazionari, oligarchici e parassitari del regime, quanto dalla sua azione modernizzatrice e laicizzante.

Comunque siano andate le cose ora non c’è che una cosa da fare: esfiltrare (neologismo che almeno nel nostro paese sembra destinato a gran fortuna, ora che è in corso la “rivoluzione”).

L’Oscuro Rapporto con Teheran

Se ripercorriamo questi ultimi trentaquattro anni di relazioni Usa-Iran ci troviamo di fronte a una serie di comportamenti e passaggi apparentemente incomprensibili, messi in atto soprattutto (ma non solo) da parte americana. E’ vero, la Storia ospita agevolmente l’assurdo, l’insensato, ma ci troviamo di fronte a qualcosa di quasi-sistematico. C’è del metodo..

Si deve guardare attraverso, socchiudendo gli occhi, oltre la nube compatta delle contrapposte propagande, delle singole crisi, delle reciproche accuse di terrorismo/destabilizzazione, delle trame, dei risentimenti e delle grandi speranze. Perfino oltre la nube delle grandi guerre che hanno sconvolto la regione (talvolta coinvolgendo direttamente gli Usa..). Ricordiamo come finisce il decennio: un vecchio guscio di superpotenza viene abbandonato, ormai inservibile (fondato sulla solidità intrinseca, la superiore competitività dell’economia, la stabilità/prevedibilità delle grandezze macroeconomiche – in primis cambio e costo dell’energia- e la tendenziale condivisione del benessere e della crescita economica, il primato dell’economia produttiva su quella speculativa), una nuova veste imperiale è pronta (fondata sulla rete di relazioni internazionali – cosa tiene a galla dollaro e titoli federali? Non le riserve in oro, ma il fatto che qualcuno li compri; sulla gestione del rischio – cosa tiene sotto controllo il prezzo del petrolio? Il mercato dei futures, la finanza, la relazione speciale con l’Arabia Saudita.). E’ un convergere di risorse – finanziarie, energetiche, umane – al centro del sistema, il modello dell’ape regina.

Negli anni settanta gli Stati Uniti pongono le condizioni per far collassare l’Unione Sovietica, e, nel finire del decennio, si preparano a sostituirla, ad accogliere il nuovo Grande Nemico. Senza il Nemico la rete di relazioni internazionali non ha ragion d’essere, o quantomeno non può avere lo stesso profilo. La relazione primaria che Washington propone è quella di garanzia strategica (in Italia Berlinguer negli stessi anni parlava di “ombrello della Naro”), una assicurazione dal rischio. Gli Usa, in questa seconda fase della loro superpotenza, diventano il “regolatore del rischio”.

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L’alleato fondamentale è e rimane l’Arabia Saudita, anzi l’integrazione diventerà ancora più stretta, simbiotica dagli anni settanta, col ciclo del petrodollaro a garantire la moneta Usa e la formidabile spare capacity di Riyad ad assicurare il controllo del mercato petrolifero e della formazione del prezzo. L’Urss è una minaccia immanente, che con l’invasione dell’Afghanistan (dicembre ’79) si fa incombente (la Dottrina Carter lo sanziona con prontezza, gennaio 1980), ma è destinata a sfumare in pochi anni. Il nemico storico è l’Iran sciita.

In pratica gli Usa hanno sostituito l’oro con sé stessi, come garanzia… lo possono fare, perché hanno di fatto il monopolio (prima emi-globale poi totale) della “sicurezza” (della potenza strategica, ovvero capacità militari e rete di alleanze e basi).

E ora possiamo visitarla, questa storia: Quando, nel settembre 1980 scoppia il conflitto Iran_Iraq quasi tutti vedono in esso la guerra per procura dell’Occidente (e degli Usa in particolare) all’Iran khomeinista. Si scoprirà alcuni anni dopo che tra 1985 e 1986 Washington ha esportato clandestinamente armi alla Persia. E d’altra parte – ancora Roya Hakakian – tutta la “baracconata”, la lunghissima crisi degli ostaggi, la presa dell’ambasciata, servirono in realtà in Iran a un grande regolamento di conti interno alla Rivoluzione, a favore della componente più oltranzista, negli Usa a obliterare ogni possibilità di Carter nelle presidenziali 1980 e portare Reagan alla casa Bianca su un carro trionfale. Carter fu annichilito dal peggior risultato che si ricordi per un presidente in carica (sconfitto in quarantaquattro stati su cinquanta, un misero 9% dei grandi elettori) e gli ostaggi furono liberati il 20 gennaio 1981, nel giorno dell’insediamento del nuovo presidente, così, per prevenire ogni dubbio sulla natura dell’operazione.

Non è una questione di presidenti democratici o repubblicani: la prima guerra americana nel Golfo è lineare (Saddam invade il Kuwait e minaccia direttamente Riyad, gli Usa si stanziano in Arabia Saudita e rimuovono la minaccia) la seconda sconcerta. L’Iraq è sempre stato la muraglia delle petromonarchie sunnite versus l’Iran sciita, una sua “liberazione”, quando anche le cose andassero tutte per il verso giusto (e non sarà così), non può che liberare i reali rapporti di forza tra le componenti religiose, consegnare il paese quantomeno a una egemonia sciita. Nella migliore delle ipotesi il versante sunnita del Golfo si troverà sguarnito, nella peggiore a fare i conti con un proxy dell’Iran ai confini settentrionali.

Nei fatti, da metà anni 2000 gli Usa si troveranno a imbastire una collaborazione sul campo con Teheran in Iraq e in Afghanistan.

Nel frattempo, nell’ambito del Gulf Cooperation Council, viene concepito (2009), accarezzato e poi abbandonato (2010) il progetto di una valuta unica delle petromonarchie – il Khaleji. E’ chiaro che la moneta unica, garantita dalle riserve di idrocarburi più importanti del pianeta, avrebbe potuto espellere il dollaro dal suo monopolio nel traffico petrolifero e, in prospettiva, dalla sua egemonia nel commercio internazionale e nel sistema finanziario globale. Tra 2005 e 2010 si consuma anche la parabola di un altro scenario, quello di una borsa petrolifera iraniana, sull’isola di Kish, destinata a creare un nuovo benchmarck petrolifero e (ancora) a ridimensionare drasticamente il ruolo del dollaro nelle transazioni petrolifere, via ascesa dell’euro.

Nel 2010 Riyad, seguita da altri regni del Golfo, stipula un colossale contratto (circa 60mld $) con gli Usa, per la fornitura di armamenti e relativo addestramento. L’ombrello americano.

E’ vero che nel frattempo gli Usa hanno cominciato a sviluppare seriamente le tecnologie per l’estrazione del proprio shale oil, le trivellazioni d’alto mare nel Golfo del Messico e le forniture di olio dalle sabbie bituminose dal Canada, puntando su tempi sorprendentemente brevi all’autosufficienza energetica, e che la Cina è diventata il primo acquirente di greggio saudita – nondimeno il mercato petrolifero rimane uno e globale, e avere una presa politica sul principale produttore (ma soprattutto titolare delle maggiori riserve e di tutta la capacità di riserva esistente al mondo) rimane un atout strategico cruciale.

clinton-and-obama

Non si tratta di immaginare il Grande Complotto Americano, o di confutarlo, ma non è interessante vedere come questo spaventoso caos di relazioni internazionali, terrorismi e guerre accolga una insospettabile quiete, un suo sommesso ordine? Il fatto è che a ben vedere è forse questo che gli Usa nella loro compiuta incarnazione imperiale hanno bisogno di vendere: caos, rischio. Da cui proteggere.

Negli ultimi ventiquattro anni, dalla caduta del blocco sovietico, le guerre americane sono sempre contro ex-alleati (Iraq 1991, Afghanistan 2001, Iraq 2003) – alleati non meramente politici, ma di guerra (contro l’Iran uno, contro i sovietici gli altri, i talebani).

Ha senso che la non-guerra dei trent’anni, un perpetuo incombere di guerra, sia dunque contro un drôle d’ennemi.

 E’ il segno che sono dei pasticcioni incapaci o che (soprattutto) nel mondo post-guerra fredda è importante l’esistenza del conflitto, per l’egemonia imperiale, più che il fronte su cui si combatte?

Non è quel che accade anche sui mercati finanziari, quelli (strategici) dei future, ad esempio, dove – una volta che si passi dall’investimento di medio periodo e dalla ricostruzione di scenari, aspettative organiche sull’economia, alla speculazione pura, perfettamente astratta, di brevissimo periodo – è possibile guadagnare indifferentemente dai ribassi e dai rialzi, prontamente sapendo dove situarsi?

E un esempio di logica drammaticamente controintuitiva, una magnifica metafora di quella autonomia del politico, non la fornisce proprio il dollaro? Nei trimestri successivi al crack subprime/Lehman, mentre le economie dell’Occidente, in primis quella degli stessi Stati Uniti, crollavano sotto l’impatto di una fusione del nocciolo finanziario e creditizio malamente evitata (vedere il fondamentale Too Big to Fail), il dollaro.. si apprezzava su tutti i mercati. Come safe haven (porto sicuro) nell’incertezza economica e finanziaria globale.

Non si tratta solo di metafore. Il canale di trasmissione finanziario è fondamentale per la superpotenza americana post-Bretton Woods:

a)     Come abbiamo visto, il sistema finanziario degli ultimi trent’anni si sviluppa anche e soprattutto come hedging, protezione dal rischio (di cambio, di prezzo del greggio..) – un rischio che incorpora, distilla una importante componente geopolitica. Strutturale (la progressiva perdita di controllo da parte delle Sette Sorelle sulle risorse e dunque sul mercato e sulla formazione del prezzo/la scelta americana, probabilmente inevitabile per dinamiche strutturali dell’economia globale, di svincolare il dollaro dall’oro) e contingente (le singole crisi internazionali, in particolare in M.O.).

b)     Questo, insieme alla progressiva deregulation del sistema, ha portato allo sviluppo di mercati finanziari in dollari estremamente vasti, complessi e profondi. L’esistenza di questi mercati, e delle opportunità che offrono, crea di per sé la necessità di rimanere sul dollaro per gran parte degli operatori finanziari.

c)     Alcuni mercati finanziari, in particolare quello dei future petroliferi, sono diventati campo del Grande Gioco geopolitico, dove i prezzi (quelli dell’energia, almeno indirettamente) vengono manipolati, e dove molto probabilmente sono stipulati i grandi compromessi sul petrolio, le piccole Yalta del presente, con implicazioni su processi elettorali (come le recenti presidenziali Usa), dispiegamenti strategici e – forse – guerre a venire.

Come sostiene Chris Cook, già direttore dell’IPE di Londra (International Petroleum Exchange, attualmente ICE, il principale mercato dei futures petroliferi, e non solo) e fondatore della borsa petrolifera iraniana, in un suo post del gennaio 2012:

My thesis is that Shell, directly, and others indirectly were not the only ones leasing oil to funds. I believe that it is probable that the US and Saudis/GCC reached – with the help of the best financial brains money can rent – a geo-political understanding with the aim that the oil price is firstly, capped at an upper level which does not lead to politically embarrassing high US gasoline prices ; and secondly, collared at a level which provides a satisfactory level of Saudi/GCC oil revenues.

La centralità del biglietto verde nel sistema finanziario internazionale, il fatto che i grandi operatori, in particolare le banche centrali (che sono comunque pure attori geopolitici), abbiano la necessità di detenere importanti riserve denominate in dollari (valuta, ma anche e soprattutto titoli del debito federale statunitense), non è una mera questione di prestigio, naturalmente: consente a Fed e Tesoro Usa margini di manovra per espansioni monetarie (gli ormai celebri allentamenti quantitativi o quantitative easing) e/o fiscali impensabili per qualsiasi altro governo o banca centrale.

Le temutissime agenzie di rating facciano quel che vogliono, il dollaro e i T-Bonds troveranno sempre i loro acquirenti, nel momento del bisogno.

Quando il Duca di Milano (il presidente della Fed) scatena le sue tempeste, i possenti Quantitative Easing che inondano il pianeta di liquidità, sconvolgendo mercati (inclusi quelli delle derrate alimentari) e bilanci nazionali, forse innescando rivoluzioni e guerre civili latenti, per salvare l’America da una crisi tenace, molti Calibani (sceicchi arabi, operai cinesi..) lavorano affinché il dollaro esca dalla bufera intatto, luccicante come prima che tutto avesse inizio.

Tra Wilder e Spielberg

Non è dunque una questione di democratici/repubblicani, dicevamo – la duplice presidenza Clinton è stata anzi l’apoteosi di deregulation e sviluppo dei mercati finanziari – eppure la nuova fase dell’egemonia è stata avviata da un presidente repubblicano (Nixon) e sviluppata da un altro (Reagan), e si tratta di un quarantennio di quasi dominio del GOP. Per intanto l’affermarsi di questa strana relazione Iran-Usa passa per l’”esecuzione” della presidenza Carter.

Il presidente Carter è in effetti anche un personaggio (o un “luogo”) cinematografico, lo abbiamo già incrociato in Salvador di Oliver Stone del 1986 – cosa può esserci di più drammatico del passaggio di poteri in un’ambasciata statunitense in Centroamerica?

La chiave di lettura del film è però un’altra. Per esfiltrare i sei funzionari viene concepita e realizzata una copertura particolarmente audace: la produzione di un film. Siamo in pieno registro wilderiano: il cinema (americano) come il capitalismo e la democrazia, espressione di quegli spiriti animali (cinema è pure impresa, perfino contrattazione sindacale) che solo una società libera permette di esprimere. Per cui sì, si va a girare anche a Teheran, nel gennaio 1980.

In realtà è tutta la trentennale vicenda di crisi diplomatiche, trame dei servizi segreti, traffici e affari tra Iran e Stati Uniti che sembra uscire dall’elegante cinismo di Billy Wilder, e la stessa storia dei sei esfiltrati avrebbe potuto esserne sanamente corrosa (magari con due pasdaran che decidono di piantare baracca e burattini e inseguire il sogno di una carriera d’attore a Hollywood, non prima di un colloquio chiarificatore con un imam “Possibile che siano tutti corrotti?” – “Non so, non conosco mica tutti”).

Ma era chiedere troppo, potendo concedersi qualche licenza rispetto alla realtà dei fatti (il passaggio attraverso i tre filtri dell’aeroporto fu molto meno teso e drammatico di quanto appaia nel film) si è preferito premere sul pedale del film d’azione, con inseguimento finale dell’aereo sulla pista da parte di pasdaran invasati che sembrano usciti da fast and furious.

Soprattutto, si è scelto di aprire varchi a una retorica un po’ spielberghiana del cinema – stupore infantile, capace di ammansire pure le belve (i guardiani della rivoluzione, per un attimo ipnotizzati dal film che non c’è, dalle tavole dello storyboard).

In ogni caso i nostri rientreranno sani e salvi. Rimane meno di un anno alle presidenziali, un anno di inutili manovre (e perfino un disastroso blitz) e inganni, la sorte dell’amministrazione Carter è comunque segnata.

A Dicembre Mark Chapman decide di “uccidere gli anni ‘60”, Lennon diventa cenere sparsa su Central Park.

Gli anni ’80 possono cominciare.

(Instant Karma a Teheran)

 http://www.forum2.it/economia-e-storia/133-vento-di-nuovo-in-iran.html

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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