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Quattro verità spiacevoli

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(Uno sguardo geopolitico sulla disuguaglianza)

 

 

Sono usciti recentemente diversi studi, alcuni anche piuttosto accurati e complessi, sulla diseguaglianza sociale. l’attenzione da parte dei quotidiani economico-politici (Financial Times, Sole24Ore, Alphaville di FT) c’è, emerge la consapevolezza che il trend storico verso una forte disparità nella distribuzione del reddito e del potere d’acquisto, e una divaricazione estrema nelle possibilità di vita, possa essere pericoloso per la democrazia, e per lo stesso capitalismo.
In particolare MartinWolf (decano del FT) sembra trarre dalla ricerca di Walter Scheidel (“The Great Leveler: Violence and the History of Inequality From the Stone Age to the Twenty-first Century”, Princeton University Press 2017) una visione della storia, piuttosto cupa. La integriamo con alcune nostre considerazioni, tratte in particolare dalla lettura del World Inequality Report 2018 e focalizzate sul secolo breve e il lungo dopoguerra..

 

(a) La Pace non ti fa bene

 

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Secondo la ricostruzione di Scheidel è un paradigma fondamentale della storia umana, sin dalla rivoluzione agricola del Neolitico: in tempo di pace e relativa stabilità sociale le elites possidenti possono conformare le strutture politiche e socioeconomiche in modo tale da assicurarsi una quota sempre crescente della ricchezza prodotta. il tetto è rappresentato dalla soglia minima di sussistenza per la forza lavoro, spesso toccata dalle società del mondo antico, comprese Impero Romano e Bisanzio. Il processo di concentrazione della ricchezza conosce delle interruzioni, e anche drammatiche inversioni, in fasi particolari della Storia. Si tratta dei quattro cavalieri dell’Apocalisse: Guerra, Rivoluzione, Carestia, Epidemie. Lo sconvolgimento prodotto dal cataclisma è tale che la società riparte da una tabula rasa che ignora costruzioni e convenzioni espresse dall’interesse della classe dominante. In particolare però le guerre comportano una particolare esigenza di mobilitazione e compattezza sociale e dunque un assetto più egualitario. Le rivoluzioni questo assetto lo teorizzano e lo istituzionalizzano. Esistono dunque inversioni più o meno caotiche, più o meno entropiche.

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L’aspetto veramente perturbante della questione è che questo paradigma sembra reggere sia in riferimento all’Impero Romano che nella modernità, nel lungo dopoguerra novecentesco, ovvero

 

 

 

(b) La Democrazia non aiuta

 

Nel ‘900 rivoluzioni (Russia e Cina) e guerre mondiali generano la Grande Inversione del dopoguerra, la distribuzione del reddito e delle possibilità più egualitaria della storia, in Occidente e non solo. Alla fine degli anni’70 – con una accelerazione a partire dai ’90 – comincia la reastaurazione del paradigma, si inaugura un trend di aumento nella concentrazione della ricchezza tuttora pienamente in corso. Esistono importanti divaricazioni nell’intensità del trend, che ora metteremo a fuoco, ma la direzione è universale: è finita la guerra (sia il lascito egualitario del lungo conflitto mondiale 1914-45, sia la guerra fredda), ed è finita la rivoluzione, ovvero la pressione che il suo immaginario esercita sulle masse e sulle elites, sia dall’interno (movimenti anni’60-70) sia dall’esterno (dissoluzione del blocco sovietico, inizio anni ’90).
E’ forse la più costernante della quattro verità, perchè evidenzia l’impossibilità di fuoriuscire dal modello apocalittico, di invertire strutturalmente la storica tendenza alla disuguagianza sociale: si poteva ritenere che l’arsenale di misure per la mobilità sociale dispiegato dalla democrazia e socialdemocrazia soprattutto nella seconda parte del ‘900 – tra sistema fiscale, previdenza sociale, istruzione superiore di massa, università, sanità pubblica – avesse condotto a un punto di non ritorno, avesse sabotato definitivamente il paradigma, strutturalmente mutato i rapporti di forza, ma evidentemente non è stato così. E’ vero, naturalmente, che comunque i paesi a democrazia matura (con una importantissima eccezione) mantengono livelli di diseguaglianza enormemente inferiori a quelli prevalenti nel resto del mondo, per cui l’attuale inversione potrebbe essere anche l’oscillazione di aggiustamento di un nuovo trend millenario. Ma se passiamo dal profilo temporale a una analisi geografica l’inquietudine non diminuisce: l’eccezione cui ci riferiamo è l’India, democrazia settantenne (come quella italiana, molto più matura di molte democrazie europee: Spagna, Portogallo, Grecia, Polonia, Ungheria e tutta la “giovanissima” Europa centro-orientale), e paese di più di un miliardo di anime.

Si è detto per anni che l’esperimento indiano rivestiva un interesse speciale, perchè – come la Cina – conosceva una espansione economica e sociale senza precedenti, una ampia apertura all’economia mondiale (investimenti, tecnologia e commercio), ma in un contesto di libero confronto democratico. Si diceva che proprio per questo il miracolo economico indiano sarebbe stato più resiliente, perchè le tensioni socioeconomiche che la società cinese occultava e comprimeva sotto il controllo del partito unico là erano libere di esprimersi, confrontarsi e fare liberamente il loro corso nel gioco della democrazia. Scopriamo però che l’India quelle tensioni strutturali le conosce e le alimenta, le carica quanto e più che la Cina: il grado di diseguaglianza è molto simile, e soprattutto è tuttora in aumento (in Cina sembra essersi arrestato da un quindicennio).

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Apparentemente il gioco democratico fallisce nel disinnescare allentare gestire le tensioni sociali.

Uno sguardo agli altri paesi del Bric sembra confermare questa conclusione: in Brasile il trend degli ultimi trent’anni (la democrazia è stata ristabilita a metà anni’80) è contrastato, ma il grado di disuguaglianza rimane tra i più alti del pianeta, ben superiore pure a Cina e India. In Russia gli anni ’90 hanno visto una vera esplosione della disuguaglianza, salita in pochissimi anni a livelli estremi (e del resto stava implodendo il paese stesso), prima di essere domata (ma solo in parte ridotta) da Putin: in questo caso il fallimento democratico appare così catastrofico da assumere un eminente profilo geopolitico (la dissoluzione delle Russia avrebbe potuto comportare la guerra civile in un paese disseminato di arsenali nucleari..).

 

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(c) l’Europa ti fa(ceva) bene

 

E veniamo all’Europa. è stata l’Utopia realizzata (quasi) che ha sostituito il socialismo nel cuore di gran parte della sinistra post-89. E con qualche ragione, sotto il profilo di cui trattiamo: ci ricorda il WIR’18 che se in termini aggregati in Occidente la divaricazione torna a crescere a ritmo sostenuto a partire dal 1980, è negli Usa che il profilo è particolarmente accentuato, mentre in Europa (in particolare quella continentale) la curva è molto più piatta.
In Europa, non trattandosi di una entità politica compiuta ma in transizione, il discorso è più complesso e vengono in rilievo anche le comunità politiche, gli stati, oltre che le classi sociali. In questo senso, considerando alcuni paesi come elites dell’Unione, la tendenza alla concentrazione delle risorse è fin troppo noto e (vanamente) vexata quaestio e ne troverete anche su questa pagina ampia trattazione. nel corso degli anni. Apparentemente (post su Bruegel.org) la diseguaglianza di reddito tra i cittadini dell’Unione ha avuto una drastica contrazione nel periodo 1994-2008, quando si riuscì a supportare e integrare la difficile transizione (causò tracolli nel pil di quei paesi) all’economia di mercato. dal 2009 il dato appare stabile (presumibilmente la crisi nella periferia dell’Eurozona compensa la crescita nei paesi ex-comecon). Ma è aumentata, da quando è in corso l’austerity, la sperequazione tra regioni all’interno dei singoli stati dell’Unione (articolo Economist).

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Il fatto è che quasi ogni riforma o disegno politico all’ordine del giorno nella UE va nel senso della concentrazione della ricchezza e delle possibilità di vita, che si tratti di deregolamentazione del diritto del lavoro, riforma fiscale o riforma della pubblica amministrazione e dei servizi erogati..
Quanto all’Eurozona, il sistema a moneta unica lavora per la divergenza tra le economie, a concentrare risorse e capitale nel centro (a guida tedesca) a scapito della periferia mediterranea (o atlantica: Portogallo, Irlanda). Non doveva essere una scoperta: le unioni monetarie funzionano così. Non a caso storicamente sono anche unioni politiche (fiscali) e integrano meccanismi compensativi su base geografica, più o meno intensivi (ne esistono anche negli Usa).

Si tratta naturalmente di logiche che esulano dal paradigma della disuguaglianza, eppure comunque parte dell’esaurimento del lungo dopoguerra: hanno a che fare con la conversione della logica europeista da progetto di integrazione e fusione delle sovranità nazionali al consueto confronto/concerto tra potenze nazionali, con la caduta del Muro e la transizione tedesca. Che è stata psicologica, prima che socioeconomica.

 

 

(d) La Globalizzazione è un problema

 

Si può dire che la globalizzazione è sicuramente il contesto, o anche un braccio della morsa a tenaglia che in occidente ha redistribuito dammaticamente il potere tra lavoro e capitale: la falla aperta dal libero trasferimento dei capitali ha svuotato le sovranità nazionali, portando il campo di gioco su un piano, quello globale appunto, per definizione non regolato e impolitico. La libera circolazione della manodopera (flussi migratori) dà solo un contributo secondario al cataclisma.
Ma su un piano globale la globalizzazione ha funzionato? Di sicuro ha impresso un forte aumento alla disuguaglianza nei paesi in via di sviluppo, mentre permetteva un fortissimo aumento della produzione, specie in alcune regioni. E’ vero che ha fortemente riequilibrato la distribuzione della ricchezza (reddito prodotto) tra le nazioni, ma all’interno di queste, tra le classi sociali, l’esito è molto più controverso – al punto che in certi casi il dato sull’output e il suo incremento non dice pressochè nulla sulla società sottostante e il suo benessere. Si va dalla Cina, dove – nonostante il forte aumento della disparità – masse enormi di decine, centinia di milioni di persone sono state sottratte ad analfabetismo e indigenza, all’India e al Brasile (dove si sono avuti risultati molto più limitati), ai paesi del Nordafrica e MO, in particolare l’Egitto – in cui decenni di crescita sostenuta del PIl non hanno toccato sostanzialmente nè le condizioni sociali del paese, se non (inutilmente) per piccolissime elites già molto ricche, nè la fragilità di una economia dipendente (travolta come un fuscello dal Quantitative Easing americano fino al collasso dell’inverno 2011).

 

Aleppo sta cadendo

Aleppo sta cadendo. presa tra i due fuochi dell’offensiva ISIS e del martellamento delle forze di Assad, la roccaforte strategica dell’opposizione moderata è destinata ad essere travolta, e con essa – ricorda il report di International Crisis Group – ogni spazio per una possibile mediazione, soluzione politica del conflitto siriano e l’ultima possibilità per l’Occidente di avere una voce e un ruolo nel teatro di crisi. La città è ormai quasi isolata, presto il regime di Assad riuscirà a tagliare anche l’ultima linea di rifornimento e a chiudere Aleppo in un assedio che si ricolverà in un’altra catastrofe umanitaria e geopolitica. L’offensiva ISIS su Aleppo sta già travolgendo le forze curde, ben attestate sul resto del fronte (e, pare, in una tacita non-belligeranza con Assad), ma esposte in particolare in quella regione. molti villaggi e piccole città sono già caduti, si teme un massacro se cadrà anche Kobani. I Curdi del PKK, il vasto e agguerrito movimento di guerriglia irredentista del Kurdistan turco, premono per intervenire massicciamente nel conflitto, ottenere armamenti pesanti e il via libero delle autorità turche. La Turchia frena, per varie ragioni:

a) l’ISIS detiene 46 ostaggi turchi, dal giugno della presa di Mosul

b) Ankara teme una mobilitazione generale della nazione curda, che infiammerebbe aspirazioni indipendentiste e potrebbe travolgere la tela mediatoria imbastita in questi anni con lo stesso PKK

c) la Turchia fino a ieri aveva cooperato al jihad siriano e allo stesso sviluppo dell’ISIS, quantomeno aprendo le sue frontiere  siriane al passaggio  dei militanti jihadisti

non si capisce perchè l’Occidente abbia scelto di rappresentarsi la guerra siriana come un nodo inestricabile e intoccabile, in cui solo forse impresentabili (Assad, Al Qaeda, ISIS) hanno campo, per ritrovarsi ora con una situazione che invera quella rappresentzione. Si può ancora fare qualcosa, tra poco sarà troppo tardi.

il report di Crisis Group 

Kobani

Se l’Isis “vede” il bluff Saudita

Bennett-Jones ci propone sulla London Review of Books una notevole analisi comparata delle esperienze statuali dei vari movimenti jihadisti, con un focus particolare sull’ISIS (o IS) e le prospettive del Califfato. Ove si spiega perché la cosa più stupida ora sarebbe un intervento militare occidentale sul campo.

In sintesi gli aspetti notevoli messi in luce sono

  1. quando i jihadisti si costituiscono in forza politica territoriale, o qualcosa di simile a uno stato sovrano, tendono a dispiegare forze che li porteranno in breve all’autodistruzione.. sono (stati)costituzionalmente incapaci di mantenere il consenso iniziale, semplicemente perché in realtà non esprimono alcuna capacità di governare, a cominciare da sè stessi e dal caos di violenza e regolamenti di conti che li ha portati al potere. l’IS(IS) viene da una costola di Al Qaeda, da cui fu scomunicato anche per un uso troppo indiscriminato della violenza. appare opportuno mantenere la calma e sedersi sulla riva del fiume.
  1. quando parliamo di jihadisti in realtà si tratta quasi sempre di movimenti molto compositi politicamente e culturalmente, coalizioni di forze i cui obbiettivi spesso sono limitati al territorio del conflitto. Così è per lo stesso IS(IS), effettivamente. la resistenza a una forza di pacificazione/invasione occidentale non potrebbe che consolidare quella precaria alleanza.

Nello stesso Iraq settentrionale occupato dall’IS(IS) operano forze laiche, contrarie alla prospettiva di un califfato, insorte più che altro in opposizione al corrotto e settario governo di Al Malii e favorevoli a una partizione (ed eventuale ricomposizione confederale) dell’Iraq in tre parti.

Per la verità operano anche forze e pressioni esterne, a cominciare dalle compagnie petrolifere occidentali che ora hanno scelto di trattare direttamente con la regione (o repubblica semi-indipendente) del Kurdistan iracheno (KRG).

  1. il pericolo di un “ritorno di fiamma” terrorista, del ritorno in patria di militanti occidentali con propositi di esportazione terrorista del jihad nelle nostre città appare più limitato di quanto si pensi. di fatto il ritorno è quasi sempre un abbandono del jihad

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questa la ricostruzione, in estrema sintesi, di Bennett-Jones.

Per parte nostra tracciamo due scenari da tenere sott’occhio, in filigrana al Califfato.

uno è lo svilupparsi di un vasto movimento di ristrutturazione delle sovranità, della mappa geopolitica tra Mediterraneo e Golfo, tendente a stabilire          

a) una patria Curda tra Turchia, Iraq, Siria, Iran, a partire dal nucleo attuale del KRG e di una intesa  Curdi-IS(IS) su parti di territorio siriano

b) un territorio sunnita (attualmente in mano all’IS(IS)) tra Siria e Iraq centrale

c) un’entità sciita nel sud iracheno, destinata a ricongiungersi con Teheran

ipotesi disturbante per Riyad, che si troverebbe l’Iran alle porte (avendo al suo interno, e proprio nel territorio che ospita i più grandi giacimenti petroliferi, una forte minoranza sciita).

l’altro scenario è invece proprio terrorizzante, per i Sauditi.

Riyad, l’Arabia Saudita è inevitabilmente il Sacro Graal di un po’ tutte le tensioni che attraversano il grande Medio Oriente. La stessa corsa iraniana al nucleare è interpretata come una partita per l’egemonia nel Golfo Persico e il controllo, più o meno indiretto, delle immense risorse saudite (e della capacità di riserva, che fa di Riyad una sorta di Banca Centrale Globale del petrolio, in grado di “allentare” in qualsiasi momento le tensioni sui mercati dell’energia, aprendo i rubinetti), nonché della leadership OPEC. La stessa faglia religiosa Sciiti/Sunniti si può leggere come contrapposizione irano-saudita.

Non sarebbe la prima volta che nel grande Medio Oriente assistiamo a una storia di apprendisti stregoni: l’Iraq di Saddam, copiosamente finanziato e scagliato (nel 1980) contro l’Iran rivoluzionario da Riyad, nel 1990 avrebbe rapidamente travolto la monarchia saudita se gli Usa, supportati da una vastissima coalizione politica (che arrivò a comprendere la stessa Urss di Gorbaciov-Shevardnaze), non fossero prontamente intervenuti. Fu messa alla prova la dottrina Carter, enunciata nel ’79 e all’epoca apparentemente rivolta ai Sovietici (o agli Iraniani) e l’Iraq fu travolto e annientato. E’ chiaro e fu allora verificato che qualsiasi attacco militare di tipo convenzionale, da parte di una entità statuale e di forze armate regolari in campo, esporrebbe quel paese alla reazione di un enorme dispositivo di difesa aeronavale (di garanzia geopolitica, potremmo dire): la Quinta Flotta americana di stanza, con portaerei e tutto, nel vicino Bahrein, e tutto l’apparato (altra flotta e altra portaerei) dislocato nell’Oceano indiano.

Photo taken 12 May 1979 of President Jimmy Carter

I talebani e lo stesso Bin Laden e tutto l’islam iperconservatore esportato dai Sauditi e incubato in Pakistan, già combattenti della libertà in funzione antisovietica, si rivelarono un cattivo investimento per gli Usa: Al Qaeda, tra altre cose, rappresentò – se pure questo non è molto presente ai non addetti ai lavori – un secondo tipo di strategia per la presa di Riyad: la cospirazione terrorista, la guerra asimmetrica. Ebbe un acuto nel 2006 con l’assalto alla grande raffineria di Abqaiq, «il più vulnerabile e spettacolare obiettivo del sistema petrolifero del paese», secondo l’ ex agente della Cia, Robert Baer – ma di fatto fu respinto o comunque circoscritto e isolato anche quello.

La minaccia rappresentata dall’IS(IS) è però di altra natura, rispetto a quella convenzionale di uno stato sovrano con proprie forze armate, e rispetto alla galassia terrorista di Al Qaeda. Ha una qualità ibrida, e soprattutto ha una natura, una consistenza politica, in molti sensi. per questo può essere molto insidiosa.

l’IS(IS) è stato considerato da praticamente tutti gli osservatori qualificati fino ai primi di agosto un fenomeno senza una una reale consistenza militare: non si tratta che di poche migliaia di uomini, si è detto, per quanto addestrate nella spaventosa guerra civile siriana (e prima ancora in quella irachena, da cui viene l’organizzazione e il suo leader). In realtà hanno mostrato una notevole capacità di sorprendere: dagli analisti della grande stampa internazionale ai blog specializzati in materia strategica, ai siti di intelligence professionali,  fino all’intelligence vera e propria (perchè è indubbio che gli stessi americani son stati sorpresi e son dovuti correre tardivamente e poco efficacemente ai ripari: loro stessi ammettono esplicitamente che l’intervento aereo non solo non è risolutivo, ma “I in no way want to suggest that we have effectively contained or that we are somehow breaking the momentum of the threat posed by IS(IS).”, dice Mayville,  responsabile delle operazioni del Pentagono nel teatro di guerra), tutti sono rimasti spiazzati dall’offensiva d’agosto. E ora riconoscono che le forze dell’IS(IS):

a) dispongono ora di armamenti pesanti sofisticati in grande quantità (questo in realtà era già ben noto, dopo che l’esercito iracheno si era liquefatto a Mosul lasciando sul campo una panoplia di sistemi d’arma), diversamente dai peshmerga curdi, che scontano la “saudizzazione” (già) del Kurdistan iracheno, cioè le debolezze tipiche degli stati petroliferi (economia dipendente, forze armate di mercenari poco o nulla motivate, vasta corruzione)

 b) mostrano una notevole (inattesa) capacità di dispiegare offensive su più direttrici contemporaneamente, e di sviluppare sul campo tattiche piuttosto sofisticate, con diversioni e tutto

 c) rivelano una grande capacità di ridislocare l’armamento sui fronti dove è necessario

Detto questo, dalla strategia dispiegata in questi mesi si vede come l’IS(IS) eviti accuratamente il confronto con entità politiche e società coese (fino a ieri il KRG – Kurdistan iracheno, ma anche il sud sciita, e a maggior ragione Turchia, Iran, e la stessa Giordania – in sé fragile e minata, ma potrebbe coinvolgere Israele) e affondi, lanci delle OPA su società fallite, come appunto l’Iraq sunnita.

Di fatto ha costituito un embrione di stato, che si vuole califfato.

L’IS(IS) non è (ancora?) uno stato e non è più una semplice organizzazione terrorista. Rispetto a un arcipelago terrorista come Al Qaeda, e allo stesso “talibanistan” afgano, ha messo in evidenza una diversa qualità nell’azione di “nation building”, sembra stia sviluppando funzioni di governo del territorio di una certa consistenza e soprattutto ha messo in mostra una notevole presa sulle risorse petrolifere del territorio, una discreta capacità di (ri)costruzione delle filiere energetiche e commerciali – se pure nella forma decisamente  limitata (nell’accesso a capitali, tecnologie  e know-how) che lo status (di organizzazione terroristica) consente.

Questa capacità di (ri)stabilire canali e flussi petrofinanziari (con i quali alimentare una embrionale amministrazione del territorio) è però, oltre che in sé limitata, di breve respiro, destinata a deteriorarsi e collassare in tempi relativamente brevi, se non ci sarà il salto di qualità alla condizione (e legittimità) statuale vera e propria.

Rimane che comunque, allo stato, e se pure con prospettive molto incerte, l’IS(IS) sembra disporre di flussi finanziari notevoli, rispetto a una comune organizzazione terrorista. Questi possono essere convertiti in una notevole capacità militare (come sembra evidenziare la riuscita offensiva parziale contro i Curdi), ma può rappresentare anche una risorsa (geo)politica. O anche evidenziare una notevole sapienza politica.

Questo è uno degli aspetti più interessanti del fenomeno: le direttrici di espansione militare e le stesse “relazioni internazionali” dell’IS(IS) appaiono sapientemente orchestrate per garantire all’organizzazione un adeguato sfruttamento delle risorse petrolifere del territorio. Ma si potrebbe capovolgere il ragionamento e vedere un disegno ancora più politico: l’utilizzo in chiave geopolitica delle risorse petrolifere, per garantire la sicurezza del territorio e dell’organizzazione.

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E’ noto che una parte del petrolio estratto dai territori siriani sotto controllo IS(IS) è stato utilizzato per trattare con Assad e ottenerne una sorta di non belligeranza. Questo ha consentito all’organizzazione di dedicare risorse alla resa dei conti con altre forze della “resistenza” siriana fino ad assicurarsene l’egemonia.

il Kurdistan iracheno non solo è stato rispettato (fino a ieri) ma anche utilizzato, avvalendosi di uomini d’affari della regione curda per intermediare il contrabbando petrolifero necessario a dare sbocco alla produzione dei territori iracheni. E d’altra parte, il Kurdistan non aveva dato alcun esito alle ripetute richieste del governo centrale di Bagdad (nè alle più discrete, o ambigue, pressioni americane) per un intervento contro l’invasione/insurrezione dell’IS(IS).

Un altro aspetto cruciale della natura politica dell’IS(IS), della sua minaccia su Riyad, è quello “interno”. Secondo alcuni osservatori non solo tende a costituirsi come forza e struttura statuale, ma – aldilà della spaventosa violenza settaria messa in mostra anche con la presa dell’Iraq centrosettentrionale – tende a porsi come forza rivoluzionaria, di eversione sociale oltre che di mobilitazione religiosa, e in questo pare orientata a superare la fitna, la faglia sunni-sciita, per coinvolgere anche le forze potenzialmente insurrezionali dello sciismo (ed è noto che l’Arabia Saudita ospita una nutrita minoranza sciita, da alcuni anni piuttosto inquieta).

Questa tesi è sostenuta da Marek Halter su Repubblica con molta chiarezza: “Infatti, con il califfato si aboliscono le frontiere politiche e si ritorna all’idea originaria dell’Islam, dove i ricchi saranno costretti a spartire i loro beni con i poveri e dove sarà la religione a risolvere ogni problema. È un’idea seducente, che piace a molti. Per metterla in opera, Al Baghdadi e i suoi hanno capito che è necessario superare la guerra tra sciiti e sunniti, e hanno perciò creato brigate sciite che marceranno assieme ai sunniti, scongiurando il rischio di provocare un’ennesima fitna, una guerra civile tra musulmani”.

Ma è confermata da altri osservatori.

Ora, è evidente che in questa analisi mettere a fuoco le debolezze e le contraddizioni strutturali, le faglie sociaeli dei possibili teatri di guerra (civile, asimmetrica..), degli antagonisti/obbiettivi geopolitici del neoCaliffato, è almeno altrettanto importante che delineare le capacità e i punti di forza dell’IS(IS): perchè la vera forza dell’IS(IS) è la debolezza interna che mina questi paesi-obbiettivo, e l’intelligenza politica che questa debolezza vede, conosce e innesca.

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La questione sull’Arabia Saudita e la non sostenibilità della sua economia è, come si suol dire, vaste programme,  sicuramente una delle diramazioni di questa analisi, cui riservare uno studio a sè – ma si può tranquillamente dire che Riyad sta cadendo a capofitto nel cannibalismo delle sue stesse enormi risorse.

E’ noto che il re anestetizzò prontamente le tensioni che emergevano nel paese durante la primavera araba del 2011, provenienti da una dinamica demografico/economica non troppo dissimile da quella egiziana (espansione demografica incontrollata, economia sottosviluppata e incapace di integrare le nuove generazioni istruite, consumi energetici interni spaventosamente fuori controllo e che ormai intaccano pericolosamente l’export e dunque il flusso finanziario che droga costantemente l’economia, anzi la società) attingendo massicciamenti ai flussi e fondi petrofinanziari per una sorta di quantitative easing sociale a base di drastici aumenti di stipendio e assunzioni nell’amministrazione.

Flussi che sono ora stabilmente dedicati all’anestesia sociale del paese, non certo al suo sviluppo (se si eccettua un discreto piano per lo sviluppo del nucleare civile (?), utile a recuperare almeno una quota del cannibalismo energetico del paese e dunque della rendita).

Scopriamo anche, in questo sguardo dal ponte sulla latente crisi saudita, che in realtà il reddito medio è tut’altro che svizzero, molto più modesto di quanto comunemente si pensi.

Ora, senza toccare la questione sciita in sottofondo (già oggetto delle attenzioni dell’intelligence di Riyad), e senza approfondire la situazione socioeconomica del paese, è comunque evidente che esista una soglia del dolore incorporata nelle quotazioni petrolifere, per Riyad: sotto un certo prezzo quei flussi anestetici non son più disponibili. con quel che può conseguire in termini di destabilizzazione o vulnerabilità del paese.

In effetti l’IS(IS), notoriamente finanziato massicciamente da donatori (e anche in parte costituito da volontari) sauditi, è servito decisamente allo scopo: come han riconosciuto quasi tutti gli osservatori sin dai primi di giugno, la caduta di Mosul e la presa di gran parte dell’Iraq centrale e settentrionale da parte di una forza comunque destinata a rimanere (come parte di una guerra civile permanente, se non come vero e proprio neostato), se nell’immediato non ha significativamente intaccato l’export petrolifero della Mesopotamia (proveniente in larga parte dal sud sciita e in più piccola quota dal KRG curdo, che anzi ha visto rilanciate le proprie capacità di export e la credibilità agli occhi dei grandi investitori petroliferi), ne ha comunque compromesso stabilmente per molti anni la capacità di attrarre investimenti. Quegli investimenti incorporati nelle (cioè indispensabilmente connessi alle) previsioni di formidabile espansione estrattiva da anni formulate per il paese tra i due fiumi.

Mentre infatti sono convogliate immense risorse finanziarie nei progetti di estrazione non convenzionale (shale oil, artico, sabbie bituminose, pre-salt brasiliano..) è dall’Iraq che si aspetta la gran parte dei nuovi flussi di petrolio sicuro e a basso costo (diretto concorrente di quello saudita dunque).

E d’altra parte non è mai molto chiaro in questi casi chi gioca e chi è giocato: Riyad può ben aver scatenato l’IS(IS) contro la rinascente potenza petrolifera irachena a egemonia sciita, ma ora sembra sia l’Iran ad aver lasciato via libera agli uomini del califfato nella regione dell’Anbar e verso la frontiera con l’Arabia Saudita. E la massiccia smobilitazione delle forze regolari di Bagdad da quel confine è stata davvero una spontanea diserzione di massa, o non piuttosto l’esecuzione di ordini del centro?

Di sicuro un brivido è corso lungo la schiena ai principi sauditi, che sono corsi ai ripari, inviando trentamila uomini alla frontiera. Una mobilitazione così imponente come non si verificava dall’agosto 1990 di Saddam.

Ma l’aspetto più interessante è che contestualmente Riyad abbia chiesto di inviare truppe all’Egitto e al Pakistan, calibani del Prospero saudita (che però rischia di essere veramente alla sua ultima Tempesta).

L’insediamento di al Sisi, e la relativa normalizzazione di un Egitto che minacciava di diventare un po’ troppo “movimentista”, è notoriamente considerato un capolavoro dei Sauditi. Quanto al Pakistan deve a Riyad quantomeno il suo arsenale nucleare, di fatto nucleare saudita delocalizzato.

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Questo segnala con la massima evidenza la debolezza di un regime, quello di Riyad, che può contare su un apparato militare debole e poco affidabile (composto di mercenari) ma probabilmente anche il timore del contagio ..contagio per vie claniche nelle tribù del nord prossime al confine e contagio nelle stesse forze militari.

La condizione di petro-stato, e le inerenti debolezze economiche e sociali, sono state in questi giorni chiamate in causa per spiegare la sorprendente fiacchezza di una società e di un apparato militare (i peshmerga del Kurdistan iracheno) che si riteneva tra i più coesi e agguerriti della regione e ha capitolato nei giorni dell’offensiva IS(IS) senza quasi offrire resistenza, finchè l’intervento aereo Usa non ha raffreddato la spinta (ma in nessun modo compromesso le capacità strategiche) degli uomini di Al Baghdadi. Ma ovviamente l’Arabia Saudita è il petrostato per antonomasia, e il KRG può almeno contare su una coesione nazionale e nazionalista da contrapporre a un sunnismo arabo storicamente oppressivo per i Curdi.

Argo (verso una non-recensione)

 

 

“il più grande degli ex-presidenti”

Si è detto di Carter, e già la definizione, nell’intreccio di beffa e malinconia, racconta quel passaggio cruciale della recente storia americana.

Perché Argo è, in effetti, anche un film sulla presidenza Carter, la crisi degli ostaggi un po’ un High Noon nero dell’America in crisi, senza riscatto né verità.

Gli anni ’70 sono un decennio campale per gli Stati Uniti, aprono il secondo tempo della superpotenza americana. Si aprono con la disfatta indocinese, continuano con la guerra del Kippur – che, aldilà dell’evanescente esito militare, segna una rottura non più governabile nel perimetro di equilibri e compensazioni intraoccidentali, o della mera forza militare di Israele, e il coinvolgimento a pieno titolo dell’Unione Sovietica nel teatro di crisi – e la nascita dell’Opec come attore geopolitico, l’embargo petrolifero, la crisi energetica.

teheran

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le Istruzioni – presidenziali Usa 02

 
a) Certo che è stata una campagna molto sofferta, ed è andato tutto bene. Ma andare in depressione post-partum dopo le presidenziali è comunque eccessivo.

b) Hai fatto i soldi scommettendo forte su “Obama presidente” con Intrade, alla faccia dei fessi che lavorano per il solito misero stipendio. Magnifico. Ma se sei Mitt Romney non è il caso di vantarsi con gli amici.

c) E’ vero, il presidente rimane alla casa Bianca, e il Congresso è sempre metà democratico metà repubblicano. Se mamma ti chiede di spiegarle cos’è successo in America dille che il mandato è di otto anni.

d) No, Hillary non si è dimessa per partecipare alle primarie del PD

e)  La coalizione progressista che lotta per imprimere una svolta rooseveltiana agli Usa nei prossimi decenni contro il blocco conservatore che sogna un ritorno all’iperpotenza globale. Ma vuoi mettere con il video della Annunziata che dà del cretino a Ferrara?

La nuova vita dell’ape regina – gli Usa da hub(ris) imperiale a primus inter pares [parte prima]

 

 

 

E’ una sofferta ripresa economica (dopo le false partenze del 2010, 2011 e di quest’anno), o una grandiosa metamorfosi geopolitica, quella che si delinea dalle nostre carte, dalla costellazione dei trend economico-finanziari?

 

 

La ripresa certo si profila, sostenuta da importanti mutamenti strutturali (recupero dell’immobiliare, rinascita della manifattura, boom degli idrocarburi), ma proprio da questi emerge una diversa rappresentazione del ruolo globale degli Stati Uniti, destinata ad affermarsi nel corso dei prossimi decenni. La transizione è però già in corso. Continua a leggere