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Argo (verso una non-recensione)

 

 

“il più grande degli ex-presidenti”

Si è detto di Carter, e già la definizione, nell’intreccio di beffa e malinconia, racconta quel passaggio cruciale della recente storia americana.

Perché Argo è, in effetti, anche un film sulla presidenza Carter, la crisi degli ostaggi un po’ un High Noon nero dell’America in crisi, senza riscatto né verità.

Gli anni ’70 sono un decennio campale per gli Stati Uniti, aprono il secondo tempo della superpotenza americana. Si aprono con la disfatta indocinese, continuano con la guerra del Kippur – che, aldilà dell’evanescente esito militare, segna una rottura non più governabile nel perimetro di equilibri e compensazioni intraoccidentali, o della mera forza militare di Israele, e il coinvolgimento a pieno titolo dell’Unione Sovietica nel teatro di crisi – e la nascita dell’Opec come attore geopolitico, l’embargo petrolifero, la crisi energetica.

teheran

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La nuova vita dell’ape regina – gli Usa da hub(ris) imperiale a primus inter pares [parte prima]

 

 

 

E’ una sofferta ripresa economica (dopo le false partenze del 2010, 2011 e di quest’anno), o una grandiosa metamorfosi geopolitica, quella che si delinea dalle nostre carte, dalla costellazione dei trend economico-finanziari?

 

 

La ripresa certo si profila, sostenuta da importanti mutamenti strutturali (recupero dell’immobiliare, rinascita della manifattura, boom degli idrocarburi), ma proprio da questi emerge una diversa rappresentazione del ruolo globale degli Stati Uniti, destinata ad affermarsi nel corso dei prossimi decenni. La transizione è però già in corso. Continua a leggere

“Langley, abbiamo un problema” – guerra di ideologie e ideologia di guerra nell’ombra della campagna presidenziale

Hillary ha disinnescato la bomba, poche ore prima dello showdown (il confronto Obama-Romney di Long Island): la responsabilità è mia. Sono insistenti i rumors a Washington, secondo cui il segretario di Stato intenderebbe comunque lasciare al termine del mandato, tra pochi mesi – e dunque, come interpretare un passo così forte e così preciso, provvidenziale nella tempistica.. Avevamo letto la trascinante prova oratoria di Bill Clinton a sostegno del presidente (convention di Charlotte) come parte del Grand Bargain all’origine dell’avventura obamiana (“a te il nostro pieno appoggio, a Hillary il Dipartimento di Stato come trampolino per la nomination democratica al termine del tuo mandato presidenziale”). Un accordo che sconta appunto la conferma del presidente. In questa prospettiva assumersi la responsabilità di un errore, e il suo costo politico, aveva chiaramente il senso di un investimento – se così non è, la chiave di lettura è diversa e forse una più drammatica, e cupa. Continua a leggere

L’antidottrina Obama

I would prefer not to

Gli Usa dal paradigma Achab
alla dottrina Bartleby

Non c’è una dottrina Obama. E non ci sarà (presumibilmente). La grande
stampa anglosassone  parla di Reticent America (Financial Times), e
almeno dal discorso di accettazione del Nobel si aspettava uno statement più
netto sulle linee portanti di politica estera. Non si tratta neanche del
wilsoniano “parla piano, porta con te un grosso bastone”, quanto di un
rovesciamento, almeno parziale, delle logiche stesse della deterrenza, nel
nuovo contesto strategico. Una dottrina di politica estera e di sicurezza
nazionale è utile per esercitare un controllo implicito, non guerreggiato,
attraverso la dissuasione. Continua a leggere