Archivi categoria: Iran

Argo (verso una non-recensione)

 

 

“il più grande degli ex-presidenti”

Si è detto di Carter, e già la definizione, nell’intreccio di beffa e malinconia, racconta quel passaggio cruciale della recente storia americana.

Perché Argo è, in effetti, anche un film sulla presidenza Carter, la crisi degli ostaggi un po’ un High Noon nero dell’America in crisi, senza riscatto né verità.

Gli anni ’70 sono un decennio campale per gli Stati Uniti, aprono il secondo tempo della superpotenza americana. Si aprono con la disfatta indocinese, continuano con la guerra del Kippur – che, aldilà dell’evanescente esito militare, segna una rottura non più governabile nel perimetro di equilibri e compensazioni intraoccidentali, o della mera forza militare di Israele, e il coinvolgimento a pieno titolo dell’Unione Sovietica nel teatro di crisi – e la nascita dell’Opec come attore geopolitico, l’embargo petrolifero, la crisi energetica.

teheran

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Il future di un’illusione

The kingdom does not disclose data about the level of storage, but there are anecdotal signs of stockpiling, according to western officials. Saudi has been producing 9.8m-10m barrels a day, the highest level in 30 years. Yet, supply to the market – exports and domestic consumption – appears to be a notch below current production, at about 9.4m-9.6m b/d, western officials say. The difference could be heading into storage.

Riyadh stocks crude oil in massive tank farms in the main European trading hub of Rotterdam, near its biggest Asian customers in Japan’s Okinawa and in the Egyptian oil export port of Sidi Kerir. In total, Riyadh has permanent access to about 12m barrels of storage, split among the three locations. In addition, the country could lease storage in the same locations or elsewhere if necessary.

The roughly 12m barrels of storage capacity allow Riyadh, in theory, to manage a 30-days surge in exports of 400,000 b/d releasing stocks without having to boost its production. Because the storage tanks are very close to the main importing countries, the impact of a release would be much larger than the headline number suggests.

 

ft Commodities Note  March 14, 2012

 

 

 

 “This is the first time in several years for [Saudi Arabia] to hit the market with such volume – and in such a short time frame,” says Omar Nokta, a shipping expert at specialist investment bank Dalham Rose & Co.

Last week, Vela, the shipping arm of Saudi Aramco, hired over a few days 11 so-called very large crude oil carriers, each capable of shipping 2m barrels, to deliver to US-based refiners. “In 2011, Vela fixed one VLCC to the US every other month,” Mr Nokta says.

 

ft Commodities Note  March 19, 2012

 

 

 

Ovvero a che gioco sta giocando l’Arabia Saudita?

Quando parliamo di petrolio, e in particolare di prezzo del greggio, stiamo in effetti parlando di scelte saudite, soprattutto quando i margini di mercato sono esigui ed è l’offerta a fare il prezzo. L’Arabia saudita è quel margine, controlla quasi interamente la capacità di riserva OPEC (e in effetti globale), è cioè l’unico produttore in grado di immettere sul mercato un surplus estrattivo in tempi molto brevi. E’ in effetti, assieme alla Fed, la banca centrale del mondo: mentre quella controlla nei flussi monetari le dinamiche del credito, dei tassi d’interesse, del cambio (del dollaro, cioè della valuta utilizzata in gran parte dei traffici commerciali, energetici, finanziari), del valore delle riserve detenute dalle altre banche centrali, e dell’inflazione (non solo negli Usa), Riyad può allentare i mercati dell’energia (l’energia fossile) attraverso i flussi petroliferi.

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Iran – Crimini e Misfatti

Apparentemente i Sauditi si stanno svenando per sostenere l’offerta di petrolio, e abbattere il prezzo. L’esito appare nullo, o controproducente, eppure il prezzo del petrolio deciderà molto probabilmente della guerra o della pace nel Golfo Persico, da qui ai prossimi mesi – tra giugno e novembre.

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L’antidottrina Obama

I would prefer not to

Gli Usa dal paradigma Achab
alla dottrina Bartleby

Non c’è una dottrina Obama. E non ci sarà (presumibilmente). La grande
stampa anglosassone  parla di Reticent America (Financial Times), e
almeno dal discorso di accettazione del Nobel si aspettava uno statement più
netto sulle linee portanti di politica estera. Non si tratta neanche del
wilsoniano “parla piano, porta con te un grosso bastone”, quanto di un
rovesciamento, almeno parziale, delle logiche stesse della deterrenza, nel
nuovo contesto strategico. Una dottrina di politica estera e di sicurezza
nazionale è utile per esercitare un controllo implicito, non guerreggiato,
attraverso la dissuasione. Continua a leggere

Iraq – memorie del sottosuolo (parte terza)

 Dove Pinocchio semina le sue monete d’oro nel campo dei miracoli (petroliferi), rischia lo strangolamento e viene – forse – salvato da Mangiafuoco.

 

 

 

 

L’altra opzione (ma in realtà è connessa alla prima) è quantitativa: la Turchia ha un fabbisogno di circa 800mila b/d, se il Kurdistan iracheno fosse in grado di coprirlo, per Ankara la tentazione di trattare direttamente con Erbil e bypassare il governo federale potrebbe farsi forte.

La Turchia è comunque un socio inevitabile, di quell’aggiramento, perché gli idrocarburi non potrebbero che transitare sul suo territorio.

Ma più che una geopolitica si è rivelata una petromitologia, un realismo ingenuo. A partire dall’inizio del 2009 le fortune di questa strategia di “liberazione nazionale” incontrano una serie di rovesci, maturano nella società irachena e nelle liaison petrolifere una serie di tendenze che minano e fanno saltare uno dopo l’altro i capisaldi di quel progetto, formano un movimento a tenaglia sul Kurdistan iracheno.

La caduta di tensione del movimento confederalista e la perdita di coesione nell’asse con gli sciiti si manifesta con evidenza nelle elezioni politiche del marzo 2010, ma già nel gennaio del 2009 nella provincia di Ninive, territorio conteso e di fatto occupato dai peshmerga, gli arabo-sunniti portano a una schiacciante vittoria il partito al Hadba e la sua piattaforma politica esplicitamente revanchista e ostile ai Curdi. Nell’agosto dell’anno precedente, sempre in un territorio conteso, quello di Khanaquin, si era sfiorato il confronto militare tra forze del KRG e contingenti dell’esercito iracheno – la mediazione americana, supportata da una decisiva presenza militare sul campo, aveva evitato lo scontro. Kirkuk rimane un’altra pericolosissima faglia. Continua a leggere

Iraq, memorie del sottosuolo (parte prima)

December 1st, 2010 Featured Trades: (IRAQI OIL), (SLB), (HAL), (BHI), (WFT)

Di cosa parliamo quando parliamo dell’Iraq?  Come sempre avviene per stati di incerta sovranità, teatri di conflitto aperto e sotterraneo, si tratta effettivamente più di rapporti di forza tra potenze, vicine e lontane. Di un Grande Gioco. Continua a leggere

l’enigma persiano, il dilemma cinese e il settimo sigillo (parte seconda)

Scalando i gradi della possibile risposta all’Iran si deve fare i conti con l’ipotesi di un attacco convenzionale. Sui possibili scenari strategici e politici di questa possibilità si sono versati e si versano fiumi di inchiostro.. qua ci basta dire che questa minaccia da parte americana appare una pistola scarica, gli Usa non possono letteralmente permettersi una nuova grande campagna militare: quando gliela finanzierebbe Pechino (di fatto il garante di prima e di ultima istanza del bilancio federale)? E d’altra parte è noto che l’infrastruttura nucleare persiana è articolata, diffusa sul territorio, mimetizzata e sepolta a grandi profondità fortificate, quando non integrata nel tessuto metropolitano di grandi città: un semplice attacco aereo anche prolungato, non fermerebbe il programma atomico. Potrebbe però rallentarlo per un po’, e il tempo guadagnato potrebbe rivelarsi decisivo (ricordare il bombardamento del sito iracheno di Osirak.. neanche quello di per sé risolutivo, eppure a posteriori di fatto lo fu). Ma bombardare decine di siti nucleari comporta incognite enormi Continua a leggere

l’enigma persiano, il dilemma cinese e il settimo sigillo (parte prima)

L’enigma persiano non può essere sciolto certo ricorrendo solo a una lettura energetica, o comunque economica, mi ricorda Gabriele nel suo commento al mio precedente post su Iran/Arabia Saudita. Questo pezzo sia dunque anche una replica (più articolata diquella già pubblicata) al suo stimolante intervento

Il blog è dedicato alla geopolitica dell’energia, ma questo definisce più il focus di interesse che la lente e le sue curvature: so bene che la geopolitica non può limitarsi a un approccio economico, o strategico-militare.

L’economia è un buon paradigma, e del resto Continua a leggere

qualche ipotesi sull’Iran (e sull’Arabia Saudita, e su Israele)

 

i post su Iran/Arabia Saudita hanno avuto una certa attenzione, come era anche immaginabile per un tema molto caldo, sotto i riflettori da diversi anni e che manda bagliori di guerra, se non di apocalisse nucleare. Tento di dare qualche risposta ai lettori, in particolare alle questioni poste da Giuseppe Ragonese.  Anche qua, come potete vedere, cherchez l’energie…

 

Precisiamo: l’Iran è una superpotenza energetica (in petrolio e gas), non un paese che ha bisogno di aiuti internazionali. E naturalmente questo vale a maggior ragione per i sauditi. Di per sè Teheran dispone, o potrebbe disporre, di risorse e strumenti per condizionare gli assetti mondiali, e del resto già la sua scelta di isolamento ha un impatto potente sugli equilibri geopolitici (l’adesione alle sanzioni di potenze come Cina e Russia, che hanno importanti interessi in Persia, non sarà nè gratuita nè scontata nel tempo). Considerato che nei piani di Obama non era contemplato un semplice appeasement Continua a leggere

Moises Naim (e siamo in due)

Naim, direttore di Foreign Policy e uno dei più noti opinionisti del villaggio globale, scrive oggi sul Sole24Ore

 «I nostri militari si svegliano, sognano, respirano, mangiano e dormono pensando alla minaccia iraniana. Non esiste altra minaccia convenzionale che meriti la programmazione, l’allenamento e l’armamento dei nostri militari. Non vi sono altri paesi nella regione che rappresentino per noi una minaccia: solo l’Iran. Per questo siamo molto interessati a impedire che l’Iran possa contare sulla tecnologia nucleare»

[…] Si tratta delle dichiarazioni di Yousef al-Otaiba, ambasciatore degli Emirati negli Stati Uniti. Al-Otaiba non è un diplomatico qualsiasi. Prima della sua nomina a Washington è stato per sette anni direttore degli Affari internazionali nella corte dell’emiro di Abu Dhabi e principale consigliere del generale Sheikh Mohamed bin Zayed al-Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi e vicecomandante supremo delle forze armate degli Emirati Arabi Uniti.
Senza dubbio al-Otaiba esprime più esplicitamente di altri la sua posizione nei confronti dell’Iran, ma la stessa è condivisa da numerose nazioni arabe. Pochi mesi fa un alto funzionario del governo saudita mi ha confermato a Riad che, per il proprio paese, la possibilità di un Iran con bombe atomiche rappresenta una minaccia incombente. E sensazioni simili si colgono facilmente nei circoli governativi di Egitto, Giordania e altri paesi del Medio Oriente.

e ancora

Ma la debolezza più marcata delle argomentazioni di Teheran risiede nel fatto che sarebbero gli altri paesi arabi a non riuscire a tollerare passivamente la presenza di un Iran nucleare. Il paradosso di questa situazione è che, nel corso dei decenni, il mondo arabo sunnita è stato disposto a convivere con Israele nel suo ruolo di potenza nucleare senza per questo essere stimolato a possedere esso stesso la bomba atomica. Diventa piuttosto una minaccia inaccettabile il fatto che siano i correligionari sciiti dell’Iran ad avere armi nucleari.
Il pericolo quindi non consiste solo nel possesso iraniano della bomba atomica, ma nel rischio di innescare una corsa nucleare in una delle regioni politicamente e militarmente più instabili del pianeta.

 

 

E’ il Rinascimento, bellezza