Archivi categoria: Mediterraneo

L’antidottrina Obama

I would prefer not to

Gli Usa dal paradigma Achab
alla dottrina Bartleby

Non c’è una dottrina Obama. E non ci sarà (presumibilmente). La grande
stampa anglosassone  parla di Reticent America (Financial Times), e
almeno dal discorso di accettazione del Nobel si aspettava uno statement più
netto sulle linee portanti di politica estera. Non si tratta neanche del
wilsoniano “parla piano, porta con te un grosso bastone”, quanto di un
rovesciamento, almeno parziale, delle logiche stesse della deterrenza, nel
nuovo contesto strategico. Una dottrina di politica estera e di sicurezza
nazionale è utile per esercitare un controllo implicito, non guerreggiato,
attraverso la dissuasione. Continua a leggere

Moises Naim (e siamo in due)

Naim, direttore di Foreign Policy e uno dei più noti opinionisti del villaggio globale, scrive oggi sul Sole24Ore

 «I nostri militari si svegliano, sognano, respirano, mangiano e dormono pensando alla minaccia iraniana. Non esiste altra minaccia convenzionale che meriti la programmazione, l’allenamento e l’armamento dei nostri militari. Non vi sono altri paesi nella regione che rappresentino per noi una minaccia: solo l’Iran. Per questo siamo molto interessati a impedire che l’Iran possa contare sulla tecnologia nucleare»

[…] Si tratta delle dichiarazioni di Yousef al-Otaiba, ambasciatore degli Emirati negli Stati Uniti. Al-Otaiba non è un diplomatico qualsiasi. Prima della sua nomina a Washington è stato per sette anni direttore degli Affari internazionali nella corte dell’emiro di Abu Dhabi e principale consigliere del generale Sheikh Mohamed bin Zayed al-Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi e vicecomandante supremo delle forze armate degli Emirati Arabi Uniti.
Senza dubbio al-Otaiba esprime più esplicitamente di altri la sua posizione nei confronti dell’Iran, ma la stessa è condivisa da numerose nazioni arabe. Pochi mesi fa un alto funzionario del governo saudita mi ha confermato a Riad che, per il proprio paese, la possibilità di un Iran con bombe atomiche rappresenta una minaccia incombente. E sensazioni simili si colgono facilmente nei circoli governativi di Egitto, Giordania e altri paesi del Medio Oriente.

e ancora

Ma la debolezza più marcata delle argomentazioni di Teheran risiede nel fatto che sarebbero gli altri paesi arabi a non riuscire a tollerare passivamente la presenza di un Iran nucleare. Il paradosso di questa situazione è che, nel corso dei decenni, il mondo arabo sunnita è stato disposto a convivere con Israele nel suo ruolo di potenza nucleare senza per questo essere stimolato a possedere esso stesso la bomba atomica. Diventa piuttosto una minaccia inaccettabile il fatto che siano i correligionari sciiti dell’Iran ad avere armi nucleari.
Il pericolo quindi non consiste solo nel possesso iraniano della bomba atomica, ma nel rischio di innescare una corsa nucleare in una delle regioni politicamente e militarmente più instabili del pianeta.

 

 

E’ il Rinascimento, bellezza

Un Racconto di due paesi – Nigeria (parte seconda)

La corsa alle materie prime dell’Africa ha riportato in parte quel continente al centro dell’attenzione politica e mediatica, ma nelle analisi più diffuse sembra si tratti soprattutto (o solamente) di una questione di petrolio e di arrembanti compagnie cinesi.

 

l’importanza del gas

Eppure è nel gas che l’Africa, e uno dei suoi più importanti paesi esportatori di energia fossile – la Nigeria, hanno probabilmente il più importante atout strategico. Già al presente la Nigeria è un grande esportatore, grazie all’imponente complesso GNL (gas naturale liquefatto) di Bonny Island  – con il recupero del sito estrattivo di Soku, bloccato dal 2008 per gli attacchi della guerriglia, la produzione nigeriana di gas liquido raggiunge il 10% del totale mondiale, 20-23 miliardi m3, e fa del paese il terzo esportatore africano, dopo Algeria ed Egitto (ma il primo per riserve disponibili).

La superiore valenza strategica del gas deriva dal suo profilarsi sempre più chiaramente come la fonte energetica del futuro. Quel futuro che è già in corso d’opera, la lunga transizione dall’era del petrolio a quella delle rinnovabili: soprattutto le mature economie industriali dell’Occidente si stanno rapidamente convertendo al gas naturale, dal riscaldamento alla generazione elettrica e alla cogenerazione diffusa, fino – in prospettiva – alla mobilità (anche via elettrificazione del parco-macchine). Si tratta di cogliere i vantaggi derivanti da una fonte relativamente poco inquinante (rispetto a petrolio & carbone, fratelli maggiori della famiglia fossile), meno suscettibile di produrre gas – serra, a più alto rendimento, e le cui risorse disponibili stanno attraversando una drammatica espansione, soprattutto in nord America e Pacifico, grazie allo shale gas (gas degli strati scistosi) e in generale ai giacimenti non convenzionali resi accessibili dalle nuove tecnologie.

Considerato che gli Usa hanno già individuato, e in piccola parte inziato a sfruttare, immense risorse di shale gas sul territorio nazionale, l’interesse (concorrenziale al fabbisogno asiatico) per il gas africano è essenzialmente europeo.

 

Il dilemma dell’energia: export o consumo?

Per sviluppare la capacità di esportazione si è concepito da alcuni anni il progetto di un grande gasdotto trans-sahariano (TSGP), dalle coste del Golfo di Guinea a quelle mediterranee dell’Algeria. In alternativa è pure in gestazione un massiccio ampliamento (di circa 35 mld m3, comparabile alla portata del gasdotto) nella capacità dello stabilimento di liquefazione. Continua a leggere

La Cina spacca l’Occidente (augusta 28/09)

Conferenza Limes Club Augusta

 

La Cina Spacca l’Occidente

 

(relazione andrea caternolo)

 

 

Con il forum aperto su la Cina spacca l’Occidente inizia le sue attività il Club Limes di Augusta. I seminari e i dibattiti che l’associazione intende tenere col supporto dei giornalisti di Limes e di altri esperti qualificati si ripropongono di contribuire a una maturazione del dibattito politico e culturale. Si tratta di liberare l’attenzione pubblica e il confronto dal viluppo di chiacchera propagandistica e di fatua contrapposizione ideologica che distorce la percezione delle grandi questioni strategiche che il Paese si trova a fronteggiare. 

Questi problemi e tensioni di lungo periodo noi li consideriamo sotto un profilo quasi sconosciuto al panorama dei grandi media nazionali, quello geopolitico.

Si può trattare dell’ascesa di nuove aree economiche e relativa ridislocazione di rappporti di forza e rotte commerciali, equilibri e tensioni in campo energetico, rotte e implicazioni dell’emigrazione, rapporti euro-russi, prospettive di stabilizzazione per Afghanistan e Pakistan, questione iraniana – per elencare solo le più trattate in questo periodo dagli osservatori geopolitici.

Qual è l’ottica geopolitica? Non è questa la sede per definirla in senso scientifico, e d’altra parte chi seguirà i nostri dibattiti la vedrà effettivamente operare come forma di analisi e riflessione. Può essere utile una metafora, la geopolitica come una geologia umana che studia le grandi tensioni economiche, culturali, religiose e strategico-militari del pianeta, ne focalizza le faglie, le dorsali profonde su cui quell’energia si accumula e che preparano (non necessariamente attraverso drammatiche esplosioni) le grandi trasformazioni di domani, ridisegnano la mappa del mondo. La Sicilia viene ad essere attraversata direttamente da alcune di queste faglie.

Uno di questi movimenti profondi è sicuramente l’ascesa economica e politica della Cina. Le sue implicazioni sono miriade e di cruciale importanza per l’Europa e l’Italia, dal clima alla stabilizzazione dell’asia centrale (dove siamo direttamente coinvolti), dal contributo a una più rapida uscita dalla crisi alla competizione per energia e materie prime.

Su alcune di esse forse il ruolo cinese è anche sopravvalutato (si è forse troppo insistito sulla pressione della domanda cinese sul prezzo del petrolio), altre volte è sottovalutato. Molti di noi sanno che il trentennale boom dell’industria cinese, la sua sete di idrocarburi esercita una pressione sui prezzi dell’energia. Si è poi visto che questa spiegava solo in parte l’impazzimento dei prezzi petroliferi, in larga parte riassorbito, mentre la produzione cinese continua a galoppare. Pochi forse sanno che la Cina sta puntando decisamente anche sulle fonti rinnovabili, guadagna rapidamente posizioni tra i paesi che generano energia da eolico e solare fotovoltaico, e si sta dotando di una struttura industriale di tutto rispetto in questi settori, destinata in breve tempo a scalzare la Germania dal suo primato. Soprattutto, in questi anni lo sviluppo industriale è stato accompagnato da un costante miglioramento dei processi produttivi, che ne ha aumentato drasticamente l’efficienza energetica. Nonostante le sue gigantesche esternalità ambientali l’Impero di Mezzo è così il paese che più coerentemente sta realizzando il disegno di Obama, la creazione di una intera economia della sostenibilità.

 

A livello più politico, di relazioni internazionali, Pechino sembra aver metabolizzato il passaggio di status e responsabilità – se fino a un anno fa ancora declinava ogni responsabilità in materia di clima in quanto paese in via di sviluppo,  ora riconosce, con le dichiarazioni all’assemblea Onu, l’urgenza di muoversi verso il contenimento e poi la riduzione delle emissioni di gas serra. Questo d’altra parte dà agio alla dirigenza cinese per chiedere l’abbattimento delle restrizioni nordamericane al trasferimento di tecnologie avanzate, in particolare nei processi produttivi, per aumentarne l’efficienza e la sostenibilità. Washington è riluttante: il trasferimento tecnologico aprirebbe nuove possibilità alle politiche di sostenibilità, ma la competitività commerciale dell’industria cinese se ne avvantaggerebbe: meno energia significa meno costi, naturalmente.

 

I relatori naturalmente focalizzeranno su una parte di questo ampio spettro, in particolare appunto su una relazione privilegiata in costruzione tra Usa-Cina, che tende a ridimensionare lo storico tandem tra le due sponde dell’atlantico, a emarginare l’Europa. Uno sviluppo accelerato dalla crisi economico-finanziaria. La Cina esce per prima dalla recessione, o meglio sembra non esservi mai realmente caduta: la sconta con un semplice rallentamento dal consueto 10-11% di crescita al previsto 9-9.5% di quest’anno. Non è solo o tanto un fatto quantitativo: nel suo numero dedicato allo stupefacente rimbalzo asiatico, a metà agosto, l’Economist segnala come la ripresa cinese e dell’est Asia appaia solidamente costruita, dal momento che gli ingredienti fondamentali dello sviluppo (rapida crescita di produttività, mercati relativamente aperti, elevato tasso di risparmio) rimangono.

La cattiva notizia è che questo perdurante boom orientale difficilmente potrà trainare le economie euroamericane fuori dalla recessione: l’economia cinese rimane essenzialmente export driven, alimentata e (soprattutto) conformata dalle esportazioni. Si riconsoce naturalmente la necessità di un riequilibrio del sistema a favore del mercato interno, ma per ora questo significa essenzialmente puntare sulle infrastrutture, un settore che offre opportunità limitate all’export occidentale (se pure imprese tedesche e francesi operano proficuamente nel settore ferroviario, dell’alta velocità). Il rapporto col mercato statunitense  rimane di importanza fondamentale, è la simbiosi cinese, che pure ha avuto un suo ruolo nel preparare la deflagrazione economica del 2008-09. La Cina ha fatto a suo tempo scelte diverse, ad esempio dall’India – ha preferito da subito puntare all’integrazione con i ricchi e sofisticati mercati dell’occidente, questo ha dato un profilo ben definito all’economia e il riequilibrio implicherebbe una riconfigurazione del sistema produttivo: una economia aperta e focalizzata ormai anche su produzioni ad alta intensità di capitale e di tecnologie, è una economia difficilmente sostituibile  negli equilibri globali, è un sistema che crea (inter)dipendenze, una posizione di rilievo geopolitico appunto. E’ evidente dunque che il modello di sviluppo cinese non è intercambiabile, porta con sè scelte di lungo periodo e non solo di natura economica, sociale e finanziaria.

 

Presentando la conferenza-dibattito mi permetto però di segnalare almeno due profili di più diretto interesse per la Sicilia:

_ l’impetuoso sviluppo economico cinese ed estremo orientale significa evidentemente ridislocazione delle grandi rotte commerciali.  Se prima l’Atlantico era anche in questo senso  il centro del mondo ora assistiamo all’ascesa del Pacifico,  ma il corollario è la nuova centralità del Mediterraneo, con la Sicilia che potrebbe diventare uno hub, uno snodo nevralgico dei flussi commerciali con l’Asia.

_ Pechino si muove rapidamente e con grande efficacia in Africa, coltiva in particolare (ma non solo) la sua parte subasahariana stabilendo una fitta rete di rapporti commerciali, energetici, e di investimento diretto. La Cina non guarda alla qualità dei governi e al rispetto dei diritti umani, può fare affari con governi democratici e con violente dittature, perfino con paesi in condizioni di guerra civile. Il meccanismo contempla uno scambio energia contro infrastruture: i cinesi si garantiscono forniture di lungo periodo di gas, petrolio e materie prime e per parte loro costruiscono porti, ferrovie, scuole, ospedali, centrali elettriche e linee di distribuzione. Tutto quanto può innescare e poi sostenere una vera industrializzazione del continente. Così il protagonismo cinese da un lato spiazza  le diverse e concorrenziali direttive di investimento europee, dall’altro si pone come motore di sviluppo economico, e – in prospettiva – di stabilizzazione politica. Con ricadute di medio periodo su flussi migratorii e pressione demografica verso la sponda nord del mediterraneo.

 

 

Questo per intendere che, se pure sembra che si parli di massimi sistemi, non si tratta di osservare i movimenti celesti.

le tre colonne

 

Una volta a Messina c’era una madre che aveva un figlio a nome Cola, che se ne stava a bagno nel mare mattina e sera. La madre a chiamarlo dalla riva: – Cola! Cola! Vieni a terra, che fai? Non sei mica un pesce?
E lui, a nuotare sempre più lontano. Alla povera madre veniva il torcibudella, a furia di gridare. Un giorno, la fece gridare tanto che la poveretta, quando non ne poté più di gridare, gli mandò una maledizione:- Cola! Che tu possa diventare un pesce!
Si vede che quel giorno le porte del Cielo erano aperte, e la maledizione della madre andò a segno: in un momento, Cola diventò mezzo uomo mezzo pesce, con le dita palmate come un’anatra e la gola da rana. In terra Cola non ci tornò più e la madre se ne disperò tanto che dopo poco tempo morì.
La voce che nel mare di Messina c’era uno mezzo uomo e mezzo pesce arrivò fino al Re; e il Re ordinò a tutti i marinai che chi vedeva Cola Pesce gli dicesse che il Re gli voleva parlare. Un giorno, un marinaio, andando in barca al largo, se lo vide passare vicino nuotando.
– Cola! – gli disse. – C’è il Re di Messina che ti vuole parlare!
E Cola Pesce subito nuotò verso il palazzo del Re. Il Re, al vederlo, gli fece buon viso.
– Cola Pesce, – gli disse, – tu che sei così bravo nuotatore, dovresti fare un giro tutt’intorno alla Sicilia, e sapermi dire dov’è il mare più fondo e cosa ci si vede!
Cola Pesce ubbidì e si mise a nuotare tutt’intorno alla Sicilia. Dopo un poco di tempo fu di ritorno. Raccontò che in fondo al mare aveva visto montagne, valli, caverne e pesci di tutte le specie, ma aveva avuto paura solo passando dal Faro, perché lì non era riuscito a trovare il fondo.
– E allora Messina su cos’è fabbricata? – chiese il Re. – Devi scendere giù a vedere dove poggia.
Cola si tuffò e stette sott’acqua un giorno intero. Poi ritornò a galla e disse al Re:- Messina è fabbricata su uno scoglio, e questo scoglio poggia su tre colonne: una sana, una scheggiata e una rotta.
O Messina, Messina,Un dì sarai meschina!
Il Re restò assai stupito, e volle portarsi Cola Pesce a Napoli per vedere il fondo dei vulcani. Cola scese giù e poi raccontò che aveva trovato prima l’acqua fredda, poi l’acqua calda e in certi punti c’erano anche sorgenti d’acqua dolce. Il Re non ci voleva credere e allora Cola si fece dare due bottiglie e gliene andò a riempire una d’acqua calda e una d’acqua dolce. Ma il Re aveva quel pensiero che non gli dava pace, che al Capo del Faro il mare era senza fondo. Riportò Cola Pesce a Messina e gli disse:- Cola, devi dirmi quant’è profondo il mare qui al Faro, più o meno.
Cola calò giù e ci stette due giorni, e quando tornò sù disse che il fondo non l’aveva visto, perché c’era una colonna di fumo che usciva da sotto uno scoglio e intorbidava l’acqua. Il Re, che non ne poteva più dalla curiosità, disse:- Gettati dalla cima della Torre del Faro
La Torre era proprio sulla punta del capo e nei tempi andati ci stava uno di guardia, e quando c’era la corrente che tirava suonava una tromba e issava una bandiera per avvisare i bastimenti che passassero al largo. Cola Pesce si tuffò da lassù in cima. Il Re ne aspettò due, ne aspettò tre, ma Cola non si rivedeva. Finalmente venne fuori, ma era pallido.
– Che c’è, Cola? – chiese il Re.
– C’è che sono morto di spavento, – disse Cola. – Ho visto un pesce, che solo nella bocca poteva entrarci intero un bastimento! Per non farmi inghiottire m son dovuto nascondere dietro una delle tre colonne che reggono Messina!
Il Re stette a sentire a bocca aperta; ma quella maledetta curiosità di sapere quant’era profondo il Faro non gli era passata.
E Cola: – No, Maestà, non mi tuffo più, ho paura.
Visto che non riusciva a convincerlo, il re si levò la corona dal capo, tutta piena di pietre preziose, che abbagliavano lo sguardo, e la buttò in mare.
– Va’ a prenderla, Cola!
– Cos’avete fatto, Maestà? La corona del Regno!
– Una corona che non ce n’è altra al mondo, – disse il Re. – Cola, devi andarla a prendere!
– Se voi così volete, Maestà, – disse Cola – scenderò. Ma il cuore mi dice che non tornerò più su. Datemi una manciata di lenticchie. Se scampo, tornerò su io; ma se vedete venire a galla le lenticchie, è segno che io non torno più.
Gli diedero le lenticchie, e Cola scese in mare.
Aspetta, aspetta; dopo tanto aspettare, vennero a galla le lenticchie. Cola Pesce s’aspetta che ancora torni.