L’antidottrina Obama

I would prefer not to

Gli Usa dal paradigma Achab
alla dottrina Bartleby

Non c’è una dottrina Obama. E non ci sarà (presumibilmente). La grande
stampa anglosassone  parla di Reticent America (Financial Times), e
almeno dal discorso di accettazione del Nobel si aspettava uno statement più
netto sulle linee portanti di politica estera. Non si tratta neanche del
wilsoniano “parla piano, porta con te un grosso bastone”, quanto di un
rovesciamento, almeno parziale, delle logiche stesse della deterrenza, nel
nuovo contesto strategico. Una dottrina di politica estera e di sicurezza
nazionale è utile per esercitare un controllo implicito, non guerreggiato,
attraverso la dissuasione. Continua a leggere

Un altro Cigno Nero (seconda parte)

La crisi dei prezzi alimentari (in realtà tutte le commodities stanno attraversando una fase fortemente rialzista da circa un anno) incorpora anche una complessa componente finanziaria.

 

All’inizio di novembre, subito dopo le elezioni di mid term, la Fed vara la seconda fase di quantitative easing (allentamento quantitativo, QE2), operazioni di mercato aperto con cui la banca centrale acquista titoli e immette ampia liquidità nel sistema finanziario, 6-700 mld di dollari. L’allentamento porterebbe di per sé a un deprezzamento del dollaro, ma di fatto questo avviene più che altro sui mercati delle commodities (dove il biglietto verde domina incontrastato, come mezzo di pagamento), perché molte economie – soprattutto le emergenti ed export driven, come la stessa Cina – mantengono per scelta l’ancoraggio al dollaro, preferendo immettere a loro volta vaste quantità delle rispettive valute sui mercati (e così generando un focolaio di inflazione), anziché lasciare fluttuare liberamente il cambio. L’effetto netto è dunque, per questi paesi, un aumento di prezzo reale nell’import di beni fungibili.

Paesi che non adottano questa politica si trovano a subire un drastico apprezzamento del cambio, e un duro colpo alla competitività dell’export (è il caso del Brasile). Alcune economie, come la Cina, si proteggono dall’influsso di hot money dagli Usa e relativa pressione inflazionista, grazie a un solido controllo dei movimenti di capitale, ma la muraglia regge fino a un certo punto: anche nell’impero di mezzo si manifestano forti aumenti dei prezzi, soprattutto nel nevralgico settore alimentare, e nell’immobiliare.  Continua a leggere

Un altro Cigno Nero (prima parte)

In queste ore l’Egitto è in fiamme. Ma prima è caduto il regime in Tunisia, ci sono stati e continuano moti e suicidi dimostrativi in Algeria, dimostrazioni in Yemen, tensioni in Libia, Libano e Siria, dopo i violenti disordini nel Mozambico, a settembre. Naturalmente la crisi egiziana riflette tensioni e contraddizioni proprie di quel paese, ignorate o represse per decenni, e quelle decideranno (assieme a cruciali relazioni internazionali) l’esito di questa fase insurrezionale – tra guerra civile, rivoluzione democratica o islamica, o jacquerie e repressione. Presenta inoltre profili geopolitici particolarmente nevralgici:

_ si tratta del più grande, importante paese arabo (a parte, forse, la    superpotenza energetica saudita)

 

_ è un alleato-chiave degli Usa nel mondo arabo e islamico, storicamente moderato e amico di Israele

 

_ una discreta potenza energetica (nel gas naturale)

 

_ controlla la giugulare dei traffici commerciali globali, Suez, e la via del Mar Rosso (cruciale per la proiezione strategica degli Usa). Le stesse operazioni in Iraq e Afghanistan ne dipendono per la logistica. Continua a leggere

Iraq – memorie del sottosuolo (parte terza)

 Dove Pinocchio semina le sue monete d’oro nel campo dei miracoli (petroliferi), rischia lo strangolamento e viene – forse – salvato da Mangiafuoco.

 

 

 

 

L’altra opzione (ma in realtà è connessa alla prima) è quantitativa: la Turchia ha un fabbisogno di circa 800mila b/d, se il Kurdistan iracheno fosse in grado di coprirlo, per Ankara la tentazione di trattare direttamente con Erbil e bypassare il governo federale potrebbe farsi forte.

La Turchia è comunque un socio inevitabile, di quell’aggiramento, perché gli idrocarburi non potrebbero che transitare sul suo territorio.

Ma più che una geopolitica si è rivelata una petromitologia, un realismo ingenuo. A partire dall’inizio del 2009 le fortune di questa strategia di “liberazione nazionale” incontrano una serie di rovesci, maturano nella società irachena e nelle liaison petrolifere una serie di tendenze che minano e fanno saltare uno dopo l’altro i capisaldi di quel progetto, formano un movimento a tenaglia sul Kurdistan iracheno.

La caduta di tensione del movimento confederalista e la perdita di coesione nell’asse con gli sciiti si manifesta con evidenza nelle elezioni politiche del marzo 2010, ma già nel gennaio del 2009 nella provincia di Ninive, territorio conteso e di fatto occupato dai peshmerga, gli arabo-sunniti portano a una schiacciante vittoria il partito al Hadba e la sua piattaforma politica esplicitamente revanchista e ostile ai Curdi. Nell’agosto dell’anno precedente, sempre in un territorio conteso, quello di Khanaquin, si era sfiorato il confronto militare tra forze del KRG e contingenti dell’esercito iracheno – la mediazione americana, supportata da una decisiva presenza militare sul campo, aveva evitato lo scontro. Kirkuk rimane un’altra pericolosissima faglia. Continua a leggere

Iraq, memorie del sottosuolo (parte seconda)

dove gli Sciiti esitano e i Curdi sperano

 

 

E dunque it’s the oil, stupid.

Eppure è stata una Beresina, se non una Waterloo, la presa americana delle risorse petrolifere della mesopotamia non c’è stata, non è riuscita. Si poteva anche ammettere il caos, il sangue nelle strade, il massacro continuo del regolamento di conti tra Sciiti e Sunniti, il fallimento totale della ricostruzione (ad oggi la continuità dell’erogazione di corrente nelle città è altamente problematica, per usare un understament), ma imponenti risorse militari sono sempre state destinate al controllo dell’infrastruttura petrolifera (giacimenti, oleodotti, terminal e porti). Continua a leggere

Iraq, memorie del sottosuolo (parte prima)

December 1st, 2010 Featured Trades: (IRAQI OIL), (SLB), (HAL), (BHI), (WFT)

Di cosa parliamo quando parliamo dell’Iraq?  Come sempre avviene per stati di incerta sovranità, teatri di conflitto aperto e sotterraneo, si tratta effettivamente più di rapporti di forza tra potenze, vicine e lontane. Di un Grande Gioco. Continua a leggere

l’enigma persiano, il dilemma cinese e il settimo sigillo (parte seconda)

Scalando i gradi della possibile risposta all’Iran si deve fare i conti con l’ipotesi di un attacco convenzionale. Sui possibili scenari strategici e politici di questa possibilità si sono versati e si versano fiumi di inchiostro.. qua ci basta dire che questa minaccia da parte americana appare una pistola scarica, gli Usa non possono letteralmente permettersi una nuova grande campagna militare: quando gliela finanzierebbe Pechino (di fatto il garante di prima e di ultima istanza del bilancio federale)? E d’altra parte è noto che l’infrastruttura nucleare persiana è articolata, diffusa sul territorio, mimetizzata e sepolta a grandi profondità fortificate, quando non integrata nel tessuto metropolitano di grandi città: un semplice attacco aereo anche prolungato, non fermerebbe il programma atomico. Potrebbe però rallentarlo per un po’, e il tempo guadagnato potrebbe rivelarsi decisivo (ricordare il bombardamento del sito iracheno di Osirak.. neanche quello di per sé risolutivo, eppure a posteriori di fatto lo fu). Ma bombardare decine di siti nucleari comporta incognite enormi Continua a leggere

l’enigma persiano, il dilemma cinese e il settimo sigillo (parte prima)

L’enigma persiano non può essere sciolto certo ricorrendo solo a una lettura energetica, o comunque economica, mi ricorda Gabriele nel suo commento al mio precedente post su Iran/Arabia Saudita. Questo pezzo sia dunque anche una replica (più articolata diquella già pubblicata) al suo stimolante intervento

Il blog è dedicato alla geopolitica dell’energia, ma questo definisce più il focus di interesse che la lente e le sue curvature: so bene che la geopolitica non può limitarsi a un approccio economico, o strategico-militare.

L’economia è un buon paradigma, e del resto Continua a leggere

qualche ipotesi sull’Iran (e sull’Arabia Saudita, e su Israele)

 

i post su Iran/Arabia Saudita hanno avuto una certa attenzione, come era anche immaginabile per un tema molto caldo, sotto i riflettori da diversi anni e che manda bagliori di guerra, se non di apocalisse nucleare. Tento di dare qualche risposta ai lettori, in particolare alle questioni poste da Giuseppe Ragonese.  Anche qua, come potete vedere, cherchez l’energie…

 

Precisiamo: l’Iran è una superpotenza energetica (in petrolio e gas), non un paese che ha bisogno di aiuti internazionali. E naturalmente questo vale a maggior ragione per i sauditi. Di per sè Teheran dispone, o potrebbe disporre, di risorse e strumenti per condizionare gli assetti mondiali, e del resto già la sua scelta di isolamento ha un impatto potente sugli equilibri geopolitici (l’adesione alle sanzioni di potenze come Cina e Russia, che hanno importanti interessi in Persia, non sarà nè gratuita nè scontata nel tempo). Considerato che nei piani di Obama non era contemplato un semplice appeasement Continua a leggere

Moises Naim (e siamo in due)

Naim, direttore di Foreign Policy e uno dei più noti opinionisti del villaggio globale, scrive oggi sul Sole24Ore

 «I nostri militari si svegliano, sognano, respirano, mangiano e dormono pensando alla minaccia iraniana. Non esiste altra minaccia convenzionale che meriti la programmazione, l’allenamento e l’armamento dei nostri militari. Non vi sono altri paesi nella regione che rappresentino per noi una minaccia: solo l’Iran. Per questo siamo molto interessati a impedire che l’Iran possa contare sulla tecnologia nucleare»

[…] Si tratta delle dichiarazioni di Yousef al-Otaiba, ambasciatore degli Emirati negli Stati Uniti. Al-Otaiba non è un diplomatico qualsiasi. Prima della sua nomina a Washington è stato per sette anni direttore degli Affari internazionali nella corte dell’emiro di Abu Dhabi e principale consigliere del generale Sheikh Mohamed bin Zayed al-Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi e vicecomandante supremo delle forze armate degli Emirati Arabi Uniti.
Senza dubbio al-Otaiba esprime più esplicitamente di altri la sua posizione nei confronti dell’Iran, ma la stessa è condivisa da numerose nazioni arabe. Pochi mesi fa un alto funzionario del governo saudita mi ha confermato a Riad che, per il proprio paese, la possibilità di un Iran con bombe atomiche rappresenta una minaccia incombente. E sensazioni simili si colgono facilmente nei circoli governativi di Egitto, Giordania e altri paesi del Medio Oriente.

e ancora

Ma la debolezza più marcata delle argomentazioni di Teheran risiede nel fatto che sarebbero gli altri paesi arabi a non riuscire a tollerare passivamente la presenza di un Iran nucleare. Il paradosso di questa situazione è che, nel corso dei decenni, il mondo arabo sunnita è stato disposto a convivere con Israele nel suo ruolo di potenza nucleare senza per questo essere stimolato a possedere esso stesso la bomba atomica. Diventa piuttosto una minaccia inaccettabile il fatto che siano i correligionari sciiti dell’Iran ad avere armi nucleari.
Il pericolo quindi non consiste solo nel possesso iraniano della bomba atomica, ma nel rischio di innescare una corsa nucleare in una delle regioni politicamente e militarmente più instabili del pianeta.

 

 

E’ il Rinascimento, bellezza

Rinascimento nel Deserto

no non è la nuova fiction raiset per l’estate, non ci sono bionde duchesse rapite nè avventurosi pirati.. ma qualche emiro lo si trova. E poi si tratta di un vero colossal, mica vivai di starlette per utilizzatori finali:  è che da un po’ di tempo, quando si parla di nucleare, del (fantomatico) revival dell’energia atomica, si trova sempre il modo di infilarci la retorica del “Rinascimento”. Astuta soluzione di marketing per venderci il fatto che negli Stati Uniti non si costruisce un reattore da più di  trent’ anni, mentre in Europa una simile stasi data dal 1986, e sembra che non usciremo dal medioevo atomico per un bel pezzo (forse mai), viste le enormi difficoltà e imprevisti e revisioni dell’impresa di Olkiluoto, in Finlandia.

Di film dunque se ne stanno facendo molti sul nucleare, per intrattenere il pubblico mentre il business procede – ieri sul sole24ore un formidabile dossier sulle meravigliose prospettive del nucleare italiano, sembra che l’atomo sia la pietra filosofale, la soluzione che porta con sè Lavoro, Ricerca, Indotto  (l’indotto! l’indotto!), la Crescita del Sud, il Federalismo, la Protezione dell’Ambiente, l’indipendenza energetica e anche una naturale e fluente Riscrescita sul Capo dei Calvi.

ma queste son commedie italiane. nel deserto si prepara un gran colossal, si mobilitano le majors americane. Come riferisce Oil, sito dell’Eni:

Washington – Le aziende americane Shaw Group e Exelon Nuclear Partners e la giapponese Toshiba hanno siglato un accordo per portare avanti progetti di centrali nucleari in Arabia Saudita. Lo afferma un comunicato congiunto pubblicato dal sito Business Newswire. Toshiba e Shaw si occuperanno del design e della costruzione degli impianti, mentre Exelon dei servizi correlati ai progetti. L’Arabia Saudita, così come molti altri stati del Golfo, ha iniziato i passi per la costruzione di centrali atomiche per far fronte alla crescita della popolazione e dell’economia. Nel business si sono ad esempio già lanciati gli Emirati Arabi Uniti, che hanno firmato un contratto da 20,4 miliardi di dollari con una compagnia sud coreana per la costruzione di 4 centrali. Attualmente l’Arabia Saudita utilizza il 75 per cento del petrolio prodotto per la produzione di elettricità, e sta pianificando di spendere 400 miliardi di dollari entro il 2013 per diversificare le fonti di energia.

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la Mappa del Rischio (Deepwater Horizon – quarta parte)

In realtà la settimana scorsa per Bp si è chiusa con un buon rialzo dei corsi azionari: +8%.

Ecco, questo è l’odore del sangue, e si comincia a intravedere qualche pinna a pelo d’acqua. Lo sentono i mercati, che subodorano una prossima scalata da parte di un grande concorrente – Total ha negato di avere simili propositi, per bocca del suo amministratore delegato, giovedì scorso, ma si guarda soprattutto a Exxon-Mobil, e viene fuori l’ipotesi Russia (Bp ha in corso una importante joint venture col terzo operatore petrolifero del paese, la TNK-BP).

Considerato che, come ricorda puntigliosamente il britannico thisismoney, le responsabilità del disastro difficilmente possono essere circoscritte a BP (comunque verrà chiamata a rispondere anche Transocean, la società che gestisce le piattaforme, la statunitense Anadarko, ovvero la compagnia petrolifera contitolare di Macondo, e l’ineffabile Halliburton, che ha realizzato le strutture in cemento del pozzo), e confidando che i relief well ci mettano una pezza ad agosto, Bp potrebbe comunque salvarsi, magari cedendo una parte delle sue attività (altra ipotesi al vaglio dei mercati, e a cui pare la società stia effettivamente lavorando).

Ma ormai i pericoli per Bp vengono primariamente dal campo finanziario, che può bloccare la società in una sorta di scacco matto della liquidità (per effetto delle pesanti revisioni nel rating l’accesso al credito appare ora proibitivo), o addirittura travolgerla in un gorgo di aspettative circolari, o “riflessive”. Pare che oltre una certa quota nella caduta dei corsi azionari si instauri una sorta di circuito delle aspettative, in cui gli operatori sul mercato dei CDS (i titoli di controassicurazione del debito aziendale) guardano alle quotazioni sul mercato azionario per formare il prezzo, e viceversa – una fuga di specchi tra i due mercati finanziari, normalmente autonomi, che porta rapidamente al crack azionario e finanziario.  Continua a leggere

i relief well (pozzi di alleggerimento)

ecco una animazione che spiega come dovrebbero funzionare i pozzi di alleggerimento che Bp sta scavando da un paio di mesi, forse l’ultima speranza per bloccare l’emorragia nera.relief well dovranno intercettare il pozzo di Macondo per pompare inizialmente grandi quantità di fango pesante, necessario a contenere l’impatto della violenta pressione, e poi cemento, per sigillare definitivamente la perdita. sensori elettromagnetici guidano la trivella al punto di approccio migliore per un taglio diagonale, questo è il passaggio più delicato.

due cose possono andare storte:

_ il relief well può mancare l’intercettamento, e si farebbero ulteriori tentativi

_ il pozzo può intercettare una sacca di gas, col rischio di una nuova esplosione  nel relief well

se non dovesse funzionare rimangono tre possibilità, a quanto sembra:

_ esplosione nucleare mirata (opzione Simmons)

_ tentare nuovamente di intercettare il flusso dallo sbocco sul fondo del mare, e convogliarlo attraverso tubature su piattaforme a qualche miglio di distanza

_non fare nulla e aspettare che si esaurisca il giacimento (quattro annetti dovrebbero bastare)

There will be blood (sì, ancora su Deepwater Horizon – terza parte)

Scorrerà sangue, stavolta. Lo hanno capito anche gli operatori finanziari, che continuano a fuggire da Bp, nonostante la capitalizzazione di borsa abbia già perso qualche decina di miliardi di dollari più dei costi stimati a carico della società (circa 103 mld di dollari, il 55% dal 20 aprile). Ma quei costi rimangono in realtà indefiniti, non circoscritti – a nulla serve, in questo senso, la costituzione del fondo da 20 mld di dollari preteso e ottenuto dal presidente Obama. Le “falle” da cui sfugge al controllo ogni tentativo di circoscrivere il carico complessivo sono diverse:

 

_ non si sa quando effettivamente la perdita verrà fermata, perché anche i pozzi di alleggerimento (relief well), attesi operativi per metà agosto, potrebbero fallire

 

 

_ è ancora tutto da verificare l’impatto sulla salute della popolazione negli stati costieri, e sulla catena alimentare: non si tratta solo del pesce e dei molluschi, pare si siano verificate piogge “petrolifere” e raccolti danneggiati (a causa però del Corexit, utilizzato per dissolvere/disperdere il petrolio)

 

_ la macchia potrebbe espandersi molto oltre la sua attuale estensione, e colpire altre aree costiere a grande distanza dall’”epicentro”, se dovesse entrare nel gorgo della Corrente del Golfo

 

_ il delta del Mississippi (le Wetlands) ha per gli stati del Golfo un valore enorme, per le funzioni che garantisce (protezione dagli uragani, sequestro CO2, controllo e purificazione delle acque, riserva biologica), la sua parziale devastazione coprirebbe un valore di per sé molto superiore all’intera capitalizzazione di Bp ante-deepwater Horizon (secondo la stima di sei economisti presentata su Solutions, è nel range di 34-670 mld dollari)

 

_ è da valutare l’impatto della stagione degli uragani, il danno ulteriore che un frullato di petrolio, Corexit (il composto chimico, estremamente inquinante, utilizzato per dissolvere-disperdere il petrolio in superficie) e acqua potrebbe portare alle coste Continua a leggere

il giocattolo nuovo dell’imperatore (una riflessione a tutto campo sul disastro di Deepwater Horizon) – parte seconda

D’altra parte il salvataggio di Bp, comunque dovesse avvenire, impedirebbe ancora una volta quella interna_ lizzazione dei reali costi dell’industria petrolifera che è finora mancata, con grave distorsione per l’economia e danno per la società: finché quei costi saranno a carico del contribuente le fonti fossili godranno di un vantaggio ingiustificato, una remora che ritarderà ancora per molti anni la riconversione dell’economia a nuove fonti energetiche.

Uno dei più autorevoli candidati all’acquisizione-salvataggio di Bp sembra essere il colosso cinese PetroChina. L’ipotesi è tutt’alto che fantasiosa, è stata tracciata dal report di una importante banca d’affari (la Standard Chartered di Londra), valutandone accuratamente pro e contro per la società cinese, e le possibili reazioni delle autorità occidentali (Usa in particolare); è stata ripresa da Bloomberg e dal sito Alphaville di Financial Times, tra gli altri; ha alimentato in questi giorni flussi speculativi sul titolo a Wall Street. E’ uno scenario con cui fare i conti. Continua a leggere

Mica gatti grassi… (una riflessione a tutto campo sul disastro della Deepwater Horizon) – parte prima

 

 L’entità del disastro cominciato con l’esplosione della Deepwater Horizon la notte del 20 Aprile nelle acque del Golfo del Messico non è ancora definibile, perché il flusso (di intensità ancora incerta) è tuttora in corso e lo sarà per un bel po’ di tempo, ma si tratta sicuramente del più grave disastro ambientale nella storia degli Stati Uniti, e lo si può ormai definire la Chernobil degli idrocarburi. Il suo impatto diretto, sulla vita e l’economia delle popolazioni di diversi stati costieri, anche oltre il Golfo, è destinato a protrarsi per molti anni, decenni. Di portata molto più vasta saranno le conseguenze indirette sui costi e le opportunità di investimento, la gestione delle risorse petrolifere da parte delle compagnie – tali da ristrutturare alle fondamenta il rapporto che avremo con l’energia negli anni a venire.

I costi di questa distruzione di risorse naturali, normalmente delle tranquille esternalità per la potentissima industria degli idrocarburi, questa volta dovranno essere internalizzati, assunti in gran parte a carico della società responsabile, Bp. Il loro importo appare difficilmente calcolabile, considerata anche l’intenzione espressa dall’amministrazione Obama di far pagare a Bp i danni da mancato introito per le compagnie che subiscono la moratoria sulle estrazioni nel Golfo del Messico. Ma è proprio sull’intensità, sulla natura stessa dell’emorragia nera, e dunque sulle possibilità e strumenti di intervento, che regna un buio pesto, attraversato da sussurri e grida. Continua a leggere

Un Racconto di due paesi – Nigeria (parte seconda)

La corsa alle materie prime dell’Africa ha riportato in parte quel continente al centro dell’attenzione politica e mediatica, ma nelle analisi più diffuse sembra si tratti soprattutto (o solamente) di una questione di petrolio e di arrembanti compagnie cinesi.

 

l’importanza del gas

Eppure è nel gas che l’Africa, e uno dei suoi più importanti paesi esportatori di energia fossile – la Nigeria, hanno probabilmente il più importante atout strategico. Già al presente la Nigeria è un grande esportatore, grazie all’imponente complesso GNL (gas naturale liquefatto) di Bonny Island  – con il recupero del sito estrattivo di Soku, bloccato dal 2008 per gli attacchi della guerriglia, la produzione nigeriana di gas liquido raggiunge il 10% del totale mondiale, 20-23 miliardi m3, e fa del paese il terzo esportatore africano, dopo Algeria ed Egitto (ma il primo per riserve disponibili).

La superiore valenza strategica del gas deriva dal suo profilarsi sempre più chiaramente come la fonte energetica del futuro. Quel futuro che è già in corso d’opera, la lunga transizione dall’era del petrolio a quella delle rinnovabili: soprattutto le mature economie industriali dell’Occidente si stanno rapidamente convertendo al gas naturale, dal riscaldamento alla generazione elettrica e alla cogenerazione diffusa, fino – in prospettiva – alla mobilità (anche via elettrificazione del parco-macchine). Si tratta di cogliere i vantaggi derivanti da una fonte relativamente poco inquinante (rispetto a petrolio & carbone, fratelli maggiori della famiglia fossile), meno suscettibile di produrre gas – serra, a più alto rendimento, e le cui risorse disponibili stanno attraversando una drammatica espansione, soprattutto in nord America e Pacifico, grazie allo shale gas (gas degli strati scistosi) e in generale ai giacimenti non convenzionali resi accessibili dalle nuove tecnologie.

Considerato che gli Usa hanno già individuato, e in piccola parte inziato a sfruttare, immense risorse di shale gas sul territorio nazionale, l’interesse (concorrenziale al fabbisogno asiatico) per il gas africano è essenzialmente europeo.

 

Il dilemma dell’energia: export o consumo?

Per sviluppare la capacità di esportazione si è concepito da alcuni anni il progetto di un grande gasdotto trans-sahariano (TSGP), dalle coste del Golfo di Guinea a quelle mediterranee dell’Algeria. In alternativa è pure in gestazione un massiccio ampliamento (di circa 35 mld m3, comparabile alla portata del gasdotto) nella capacità dello stabilimento di liquefazione. Continua a leggere