Archivi tag: apocalisse

Iraq, memorie del sottosuolo (parte seconda)

dove gli Sciiti esitano e i Curdi sperano

 

 

E dunque it’s the oil, stupid.

Eppure è stata una Beresina, se non una Waterloo, la presa americana delle risorse petrolifere della mesopotamia non c’è stata, non è riuscita. Si poteva anche ammettere il caos, il sangue nelle strade, il massacro continuo del regolamento di conti tra Sciiti e Sunniti, il fallimento totale della ricostruzione (ad oggi la continuità dell’erogazione di corrente nelle città è altamente problematica, per usare un understament), ma imponenti risorse militari sono sempre state destinate al controllo dell’infrastruttura petrolifera (giacimenti, oleodotti, terminal e porti). Continua a leggere

l’enigma persiano, il dilemma cinese e il settimo sigillo (parte seconda)

Scalando i gradi della possibile risposta all’Iran si deve fare i conti con l’ipotesi di un attacco convenzionale. Sui possibili scenari strategici e politici di questa possibilità si sono versati e si versano fiumi di inchiostro.. qua ci basta dire che questa minaccia da parte americana appare una pistola scarica, gli Usa non possono letteralmente permettersi una nuova grande campagna militare: quando gliela finanzierebbe Pechino (di fatto il garante di prima e di ultima istanza del bilancio federale)? E d’altra parte è noto che l’infrastruttura nucleare persiana è articolata, diffusa sul territorio, mimetizzata e sepolta a grandi profondità fortificate, quando non integrata nel tessuto metropolitano di grandi città: un semplice attacco aereo anche prolungato, non fermerebbe il programma atomico. Potrebbe però rallentarlo per un po’, e il tempo guadagnato potrebbe rivelarsi decisivo (ricordare il bombardamento del sito iracheno di Osirak.. neanche quello di per sé risolutivo, eppure a posteriori di fatto lo fu). Ma bombardare decine di siti nucleari comporta incognite enormi Continua a leggere

l’enigma persiano, il dilemma cinese e il settimo sigillo (parte prima)

L’enigma persiano non può essere sciolto certo ricorrendo solo a una lettura energetica, o comunque economica, mi ricorda Gabriele nel suo commento al mio precedente post su Iran/Arabia Saudita. Questo pezzo sia dunque anche una replica (più articolata diquella già pubblicata) al suo stimolante intervento

Il blog è dedicato alla geopolitica dell’energia, ma questo definisce più il focus di interesse che la lente e le sue curvature: so bene che la geopolitica non può limitarsi a un approccio economico, o strategico-militare.

L’economia è un buon paradigma, e del resto Continua a leggere

qualche ipotesi sull’Iran (e sull’Arabia Saudita, e su Israele)

 

i post su Iran/Arabia Saudita hanno avuto una certa attenzione, come era anche immaginabile per un tema molto caldo, sotto i riflettori da diversi anni e che manda bagliori di guerra, se non di apocalisse nucleare. Tento di dare qualche risposta ai lettori, in particolare alle questioni poste da Giuseppe Ragonese.  Anche qua, come potete vedere, cherchez l’energie…

 

Precisiamo: l’Iran è una superpotenza energetica (in petrolio e gas), non un paese che ha bisogno di aiuti internazionali. E naturalmente questo vale a maggior ragione per i sauditi. Di per sè Teheran dispone, o potrebbe disporre, di risorse e strumenti per condizionare gli assetti mondiali, e del resto già la sua scelta di isolamento ha un impatto potente sugli equilibri geopolitici (l’adesione alle sanzioni di potenze come Cina e Russia, che hanno importanti interessi in Persia, non sarà nè gratuita nè scontata nel tempo). Considerato che nei piani di Obama non era contemplato un semplice appeasement Continua a leggere

Rinascimento nel Deserto

no non è la nuova fiction raiset per l’estate, non ci sono bionde duchesse rapite nè avventurosi pirati.. ma qualche emiro lo si trova. E poi si tratta di un vero colossal, mica vivai di starlette per utilizzatori finali:  è che da un po’ di tempo, quando si parla di nucleare, del (fantomatico) revival dell’energia atomica, si trova sempre il modo di infilarci la retorica del “Rinascimento”. Astuta soluzione di marketing per venderci il fatto che negli Stati Uniti non si costruisce un reattore da più di  trent’ anni, mentre in Europa una simile stasi data dal 1986, e sembra che non usciremo dal medioevo atomico per un bel pezzo (forse mai), viste le enormi difficoltà e imprevisti e revisioni dell’impresa di Olkiluoto, in Finlandia.

Di film dunque se ne stanno facendo molti sul nucleare, per intrattenere il pubblico mentre il business procede – ieri sul sole24ore un formidabile dossier sulle meravigliose prospettive del nucleare italiano, sembra che l’atomo sia la pietra filosofale, la soluzione che porta con sè Lavoro, Ricerca, Indotto  (l’indotto! l’indotto!), la Crescita del Sud, il Federalismo, la Protezione dell’Ambiente, l’indipendenza energetica e anche una naturale e fluente Riscrescita sul Capo dei Calvi.

ma queste son commedie italiane. nel deserto si prepara un gran colossal, si mobilitano le majors americane. Come riferisce Oil, sito dell’Eni:

Washington – Le aziende americane Shaw Group e Exelon Nuclear Partners e la giapponese Toshiba hanno siglato un accordo per portare avanti progetti di centrali nucleari in Arabia Saudita. Lo afferma un comunicato congiunto pubblicato dal sito Business Newswire. Toshiba e Shaw si occuperanno del design e della costruzione degli impianti, mentre Exelon dei servizi correlati ai progetti. L’Arabia Saudita, così come molti altri stati del Golfo, ha iniziato i passi per la costruzione di centrali atomiche per far fronte alla crescita della popolazione e dell’economia. Nel business si sono ad esempio già lanciati gli Emirati Arabi Uniti, che hanno firmato un contratto da 20,4 miliardi di dollari con una compagnia sud coreana per la costruzione di 4 centrali. Attualmente l’Arabia Saudita utilizza il 75 per cento del petrolio prodotto per la produzione di elettricità, e sta pianificando di spendere 400 miliardi di dollari entro il 2013 per diversificare le fonti di energia.

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la Mappa del Rischio (Deepwater Horizon – quarta parte)

In realtà la settimana scorsa per Bp si è chiusa con un buon rialzo dei corsi azionari: +8%.

Ecco, questo è l’odore del sangue, e si comincia a intravedere qualche pinna a pelo d’acqua. Lo sentono i mercati, che subodorano una prossima scalata da parte di un grande concorrente – Total ha negato di avere simili propositi, per bocca del suo amministratore delegato, giovedì scorso, ma si guarda soprattutto a Exxon-Mobil, e viene fuori l’ipotesi Russia (Bp ha in corso una importante joint venture col terzo operatore petrolifero del paese, la TNK-BP).

Considerato che, come ricorda puntigliosamente il britannico thisismoney, le responsabilità del disastro difficilmente possono essere circoscritte a BP (comunque verrà chiamata a rispondere anche Transocean, la società che gestisce le piattaforme, la statunitense Anadarko, ovvero la compagnia petrolifera contitolare di Macondo, e l’ineffabile Halliburton, che ha realizzato le strutture in cemento del pozzo), e confidando che i relief well ci mettano una pezza ad agosto, Bp potrebbe comunque salvarsi, magari cedendo una parte delle sue attività (altra ipotesi al vaglio dei mercati, e a cui pare la società stia effettivamente lavorando).

Ma ormai i pericoli per Bp vengono primariamente dal campo finanziario, che può bloccare la società in una sorta di scacco matto della liquidità (per effetto delle pesanti revisioni nel rating l’accesso al credito appare ora proibitivo), o addirittura travolgerla in un gorgo di aspettative circolari, o “riflessive”. Pare che oltre una certa quota nella caduta dei corsi azionari si instauri una sorta di circuito delle aspettative, in cui gli operatori sul mercato dei CDS (i titoli di controassicurazione del debito aziendale) guardano alle quotazioni sul mercato azionario per formare il prezzo, e viceversa – una fuga di specchi tra i due mercati finanziari, normalmente autonomi, che porta rapidamente al crack azionario e finanziario.  Continua a leggere

There will be blood (sì, ancora su Deepwater Horizon – terza parte)

Scorrerà sangue, stavolta. Lo hanno capito anche gli operatori finanziari, che continuano a fuggire da Bp, nonostante la capitalizzazione di borsa abbia già perso qualche decina di miliardi di dollari più dei costi stimati a carico della società (circa 103 mld di dollari, il 55% dal 20 aprile). Ma quei costi rimangono in realtà indefiniti, non circoscritti – a nulla serve, in questo senso, la costituzione del fondo da 20 mld di dollari preteso e ottenuto dal presidente Obama. Le “falle” da cui sfugge al controllo ogni tentativo di circoscrivere il carico complessivo sono diverse:

 

_ non si sa quando effettivamente la perdita verrà fermata, perché anche i pozzi di alleggerimento (relief well), attesi operativi per metà agosto, potrebbero fallire

 

 

_ è ancora tutto da verificare l’impatto sulla salute della popolazione negli stati costieri, e sulla catena alimentare: non si tratta solo del pesce e dei molluschi, pare si siano verificate piogge “petrolifere” e raccolti danneggiati (a causa però del Corexit, utilizzato per dissolvere/disperdere il petrolio)

 

_ la macchia potrebbe espandersi molto oltre la sua attuale estensione, e colpire altre aree costiere a grande distanza dall’”epicentro”, se dovesse entrare nel gorgo della Corrente del Golfo

 

_ il delta del Mississippi (le Wetlands) ha per gli stati del Golfo un valore enorme, per le funzioni che garantisce (protezione dagli uragani, sequestro CO2, controllo e purificazione delle acque, riserva biologica), la sua parziale devastazione coprirebbe un valore di per sé molto superiore all’intera capitalizzazione di Bp ante-deepwater Horizon (secondo la stima di sei economisti presentata su Solutions, è nel range di 34-670 mld dollari)

 

_ è da valutare l’impatto della stagione degli uragani, il danno ulteriore che un frullato di petrolio, Corexit (il composto chimico, estremamente inquinante, utilizzato per dissolvere-disperdere il petrolio in superficie) e acqua potrebbe portare alle coste Continua a leggere