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qualche ipotesi sull’Iran (e sull’Arabia Saudita, e su Israele)

 

i post su Iran/Arabia Saudita hanno avuto una certa attenzione, come era anche immaginabile per un tema molto caldo, sotto i riflettori da diversi anni e che manda bagliori di guerra, se non di apocalisse nucleare. Tento di dare qualche risposta ai lettori, in particolare alle questioni poste da Giuseppe Ragonese.  Anche qua, come potete vedere, cherchez l’energie…

 

Precisiamo: l’Iran è una superpotenza energetica (in petrolio e gas), non un paese che ha bisogno di aiuti internazionali. E naturalmente questo vale a maggior ragione per i sauditi. Di per sè Teheran dispone, o potrebbe disporre, di risorse e strumenti per condizionare gli assetti mondiali, e del resto già la sua scelta di isolamento ha un impatto potente sugli equilibri geopolitici (l’adesione alle sanzioni di potenze come Cina e Russia, che hanno importanti interessi in Persia, non sarà nè gratuita nè scontata nel tempo). Considerato che nei piani di Obama non era contemplato un semplice appeasement Continua a leggere

la Mappa del Rischio (Deepwater Horizon – quarta parte)

In realtà la settimana scorsa per Bp si è chiusa con un buon rialzo dei corsi azionari: +8%.

Ecco, questo è l’odore del sangue, e si comincia a intravedere qualche pinna a pelo d’acqua. Lo sentono i mercati, che subodorano una prossima scalata da parte di un grande concorrente – Total ha negato di avere simili propositi, per bocca del suo amministratore delegato, giovedì scorso, ma si guarda soprattutto a Exxon-Mobil, e viene fuori l’ipotesi Russia (Bp ha in corso una importante joint venture col terzo operatore petrolifero del paese, la TNK-BP).

Considerato che, come ricorda puntigliosamente il britannico thisismoney, le responsabilità del disastro difficilmente possono essere circoscritte a BP (comunque verrà chiamata a rispondere anche Transocean, la società che gestisce le piattaforme, la statunitense Anadarko, ovvero la compagnia petrolifera contitolare di Macondo, e l’ineffabile Halliburton, che ha realizzato le strutture in cemento del pozzo), e confidando che i relief well ci mettano una pezza ad agosto, Bp potrebbe comunque salvarsi, magari cedendo una parte delle sue attività (altra ipotesi al vaglio dei mercati, e a cui pare la società stia effettivamente lavorando).

Ma ormai i pericoli per Bp vengono primariamente dal campo finanziario, che può bloccare la società in una sorta di scacco matto della liquidità (per effetto delle pesanti revisioni nel rating l’accesso al credito appare ora proibitivo), o addirittura travolgerla in un gorgo di aspettative circolari, o “riflessive”. Pare che oltre una certa quota nella caduta dei corsi azionari si instauri una sorta di circuito delle aspettative, in cui gli operatori sul mercato dei CDS (i titoli di controassicurazione del debito aziendale) guardano alle quotazioni sul mercato azionario per formare il prezzo, e viceversa – una fuga di specchi tra i due mercati finanziari, normalmente autonomi, che porta rapidamente al crack azionario e finanziario.  Continua a leggere

Un Racconto di due paesi – Nigeria (parte seconda)

La corsa alle materie prime dell’Africa ha riportato in parte quel continente al centro dell’attenzione politica e mediatica, ma nelle analisi più diffuse sembra si tratti soprattutto (o solamente) di una questione di petrolio e di arrembanti compagnie cinesi.

 

l’importanza del gas

Eppure è nel gas che l’Africa, e uno dei suoi più importanti paesi esportatori di energia fossile – la Nigeria, hanno probabilmente il più importante atout strategico. Già al presente la Nigeria è un grande esportatore, grazie all’imponente complesso GNL (gas naturale liquefatto) di Bonny Island  – con il recupero del sito estrattivo di Soku, bloccato dal 2008 per gli attacchi della guerriglia, la produzione nigeriana di gas liquido raggiunge il 10% del totale mondiale, 20-23 miliardi m3, e fa del paese il terzo esportatore africano, dopo Algeria ed Egitto (ma il primo per riserve disponibili).

La superiore valenza strategica del gas deriva dal suo profilarsi sempre più chiaramente come la fonte energetica del futuro. Quel futuro che è già in corso d’opera, la lunga transizione dall’era del petrolio a quella delle rinnovabili: soprattutto le mature economie industriali dell’Occidente si stanno rapidamente convertendo al gas naturale, dal riscaldamento alla generazione elettrica e alla cogenerazione diffusa, fino – in prospettiva – alla mobilità (anche via elettrificazione del parco-macchine). Si tratta di cogliere i vantaggi derivanti da una fonte relativamente poco inquinante (rispetto a petrolio & carbone, fratelli maggiori della famiglia fossile), meno suscettibile di produrre gas – serra, a più alto rendimento, e le cui risorse disponibili stanno attraversando una drammatica espansione, soprattutto in nord America e Pacifico, grazie allo shale gas (gas degli strati scistosi) e in generale ai giacimenti non convenzionali resi accessibili dalle nuove tecnologie.

Considerato che gli Usa hanno già individuato, e in piccola parte inziato a sfruttare, immense risorse di shale gas sul territorio nazionale, l’interesse (concorrenziale al fabbisogno asiatico) per il gas africano è essenzialmente europeo.

 

Il dilemma dell’energia: export o consumo?

Per sviluppare la capacità di esportazione si è concepito da alcuni anni il progetto di un grande gasdotto trans-sahariano (TSGP), dalle coste del Golfo di Guinea a quelle mediterranee dell’Algeria. In alternativa è pure in gestazione un massiccio ampliamento (di circa 35 mld m3, comparabile alla portata del gasdotto) nella capacità dello stabilimento di liquefazione. Continua a leggere