Archivi tag: geopolitica

“Langley, abbiamo un problema” – guerra di ideologie e ideologia di guerra nell’ombra della campagna presidenziale

Hillary ha disinnescato la bomba, poche ore prima dello showdown (il confronto Obama-Romney di Long Island): la responsabilità è mia. Sono insistenti i rumors a Washington, secondo cui il segretario di Stato intenderebbe comunque lasciare al termine del mandato, tra pochi mesi – e dunque, come interpretare un passo così forte e così preciso, provvidenziale nella tempistica.. Avevamo letto la trascinante prova oratoria di Bill Clinton a sostegno del presidente (convention di Charlotte) come parte del Grand Bargain all’origine dell’avventura obamiana (“a te il nostro pieno appoggio, a Hillary il Dipartimento di Stato come trampolino per la nomination democratica al termine del tuo mandato presidenziale”). Un accordo che sconta appunto la conferma del presidente. In questa prospettiva assumersi la responsabilità di un errore, e il suo costo politico, aveva chiaramente il senso di un investimento – se così non è, la chiave di lettura è diversa e forse una più drammatica, e cupa. Continua a leggere

a margin call

 

 

 

In mercati finanziari ad alto leverage e su piattaforma telematica come quello dei futures petroliferi, le transazioni sono costantemente intermediate e garantite da una clearing house, che assume il ruolo di controparte in ogni transazione (proprio per garantire il regolare funzionamento del mercato, aldilà di possibili default degli investitori). Quando le perdite di un investitore rischiano di coprire l’intero valore del margine depositato presso il broker, questo opera un margin call. Si richiede cioè all’investitore il deposito di un margine supplementare per garantire le proprie posizioni, diversamente queste saranno liquidate unilateralmente dal broker.

 

Decifrare uno scenario geopolitico in filigrana ai trend, sia pure trimestrali, dei mercati petrofinanziari è sicuramente un’operazione complessa e ad alto rischio..

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L’antidottrina Obama

I would prefer not to

Gli Usa dal paradigma Achab
alla dottrina Bartleby

Non c’è una dottrina Obama. E non ci sarà (presumibilmente). La grande
stampa anglosassone  parla di Reticent America (Financial Times), e
almeno dal discorso di accettazione del Nobel si aspettava uno statement più
netto sulle linee portanti di politica estera. Non si tratta neanche del
wilsoniano “parla piano, porta con te un grosso bastone”, quanto di un
rovesciamento, almeno parziale, delle logiche stesse della deterrenza, nel
nuovo contesto strategico. Una dottrina di politica estera e di sicurezza
nazionale è utile per esercitare un controllo implicito, non guerreggiato,
attraverso la dissuasione. Continua a leggere

Iraq, memorie del sottosuolo (parte seconda)

dove gli Sciiti esitano e i Curdi sperano

 

 

E dunque it’s the oil, stupid.

Eppure è stata una Beresina, se non una Waterloo, la presa americana delle risorse petrolifere della mesopotamia non c’è stata, non è riuscita. Si poteva anche ammettere il caos, il sangue nelle strade, il massacro continuo del regolamento di conti tra Sciiti e Sunniti, il fallimento totale della ricostruzione (ad oggi la continuità dell’erogazione di corrente nelle città è altamente problematica, per usare un understament), ma imponenti risorse militari sono sempre state destinate al controllo dell’infrastruttura petrolifera (giacimenti, oleodotti, terminal e porti). Continua a leggere

Iraq, memorie del sottosuolo (parte prima)

December 1st, 2010 Featured Trades: (IRAQI OIL), (SLB), (HAL), (BHI), (WFT)

Di cosa parliamo quando parliamo dell’Iraq?  Come sempre avviene per stati di incerta sovranità, teatri di conflitto aperto e sotterraneo, si tratta effettivamente più di rapporti di forza tra potenze, vicine e lontane. Di un Grande Gioco. Continua a leggere

l’enigma persiano, il dilemma cinese e il settimo sigillo (parte seconda)

Scalando i gradi della possibile risposta all’Iran si deve fare i conti con l’ipotesi di un attacco convenzionale. Sui possibili scenari strategici e politici di questa possibilità si sono versati e si versano fiumi di inchiostro.. qua ci basta dire che questa minaccia da parte americana appare una pistola scarica, gli Usa non possono letteralmente permettersi una nuova grande campagna militare: quando gliela finanzierebbe Pechino (di fatto il garante di prima e di ultima istanza del bilancio federale)? E d’altra parte è noto che l’infrastruttura nucleare persiana è articolata, diffusa sul territorio, mimetizzata e sepolta a grandi profondità fortificate, quando non integrata nel tessuto metropolitano di grandi città: un semplice attacco aereo anche prolungato, non fermerebbe il programma atomico. Potrebbe però rallentarlo per un po’, e il tempo guadagnato potrebbe rivelarsi decisivo (ricordare il bombardamento del sito iracheno di Osirak.. neanche quello di per sé risolutivo, eppure a posteriori di fatto lo fu). Ma bombardare decine di siti nucleari comporta incognite enormi Continua a leggere

Rinascimento nel Deserto

no non è la nuova fiction raiset per l’estate, non ci sono bionde duchesse rapite nè avventurosi pirati.. ma qualche emiro lo si trova. E poi si tratta di un vero colossal, mica vivai di starlette per utilizzatori finali:  è che da un po’ di tempo, quando si parla di nucleare, del (fantomatico) revival dell’energia atomica, si trova sempre il modo di infilarci la retorica del “Rinascimento”. Astuta soluzione di marketing per venderci il fatto che negli Stati Uniti non si costruisce un reattore da più di  trent’ anni, mentre in Europa una simile stasi data dal 1986, e sembra che non usciremo dal medioevo atomico per un bel pezzo (forse mai), viste le enormi difficoltà e imprevisti e revisioni dell’impresa di Olkiluoto, in Finlandia.

Di film dunque se ne stanno facendo molti sul nucleare, per intrattenere il pubblico mentre il business procede – ieri sul sole24ore un formidabile dossier sulle meravigliose prospettive del nucleare italiano, sembra che l’atomo sia la pietra filosofale, la soluzione che porta con sè Lavoro, Ricerca, Indotto  (l’indotto! l’indotto!), la Crescita del Sud, il Federalismo, la Protezione dell’Ambiente, l’indipendenza energetica e anche una naturale e fluente Riscrescita sul Capo dei Calvi.

ma queste son commedie italiane. nel deserto si prepara un gran colossal, si mobilitano le majors americane. Come riferisce Oil, sito dell’Eni:

Washington – Le aziende americane Shaw Group e Exelon Nuclear Partners e la giapponese Toshiba hanno siglato un accordo per portare avanti progetti di centrali nucleari in Arabia Saudita. Lo afferma un comunicato congiunto pubblicato dal sito Business Newswire. Toshiba e Shaw si occuperanno del design e della costruzione degli impianti, mentre Exelon dei servizi correlati ai progetti. L’Arabia Saudita, così come molti altri stati del Golfo, ha iniziato i passi per la costruzione di centrali atomiche per far fronte alla crescita della popolazione e dell’economia. Nel business si sono ad esempio già lanciati gli Emirati Arabi Uniti, che hanno firmato un contratto da 20,4 miliardi di dollari con una compagnia sud coreana per la costruzione di 4 centrali. Attualmente l’Arabia Saudita utilizza il 75 per cento del petrolio prodotto per la produzione di elettricità, e sta pianificando di spendere 400 miliardi di dollari entro il 2013 per diversificare le fonti di energia.

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