Archivi tag: Golfo Persico

Argo (verso una non-recensione)

 

 

“il più grande degli ex-presidenti”

Si è detto di Carter, e già la definizione, nell’intreccio di beffa e malinconia, racconta quel passaggio cruciale della recente storia americana.

Perché Argo è, in effetti, anche un film sulla presidenza Carter, la crisi degli ostaggi un po’ un High Noon nero dell’America in crisi, senza riscatto né verità.

Gli anni ’70 sono un decennio campale per gli Stati Uniti, aprono il secondo tempo della superpotenza americana. Si aprono con la disfatta indocinese, continuano con la guerra del Kippur – che, aldilà dell’evanescente esito militare, segna una rottura non più governabile nel perimetro di equilibri e compensazioni intraoccidentali, o della mera forza militare di Israele, e il coinvolgimento a pieno titolo dell’Unione Sovietica nel teatro di crisi – e la nascita dell’Opec come attore geopolitico, l’embargo petrolifero, la crisi energetica.

teheran

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Iran – Crimini e Misfatti

Apparentemente i Sauditi si stanno svenando per sostenere l’offerta di petrolio, e abbattere il prezzo. L’esito appare nullo, o controproducente, eppure il prezzo del petrolio deciderà molto probabilmente della guerra o della pace nel Golfo Persico, da qui ai prossimi mesi – tra giugno e novembre.

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L’antidottrina Obama

I would prefer not to

Gli Usa dal paradigma Achab
alla dottrina Bartleby

Non c’è una dottrina Obama. E non ci sarà (presumibilmente). La grande
stampa anglosassone  parla di Reticent America (Financial Times), e
almeno dal discorso di accettazione del Nobel si aspettava uno statement più
netto sulle linee portanti di politica estera. Non si tratta neanche del
wilsoniano “parla piano, porta con te un grosso bastone”, quanto di un
rovesciamento, almeno parziale, delle logiche stesse della deterrenza, nel
nuovo contesto strategico. Una dottrina di politica estera e di sicurezza
nazionale è utile per esercitare un controllo implicito, non guerreggiato,
attraverso la dissuasione. Continua a leggere

Iraq – memorie del sottosuolo (parte terza)

 Dove Pinocchio semina le sue monete d’oro nel campo dei miracoli (petroliferi), rischia lo strangolamento e viene – forse – salvato da Mangiafuoco.

 

 

 

 

L’altra opzione (ma in realtà è connessa alla prima) è quantitativa: la Turchia ha un fabbisogno di circa 800mila b/d, se il Kurdistan iracheno fosse in grado di coprirlo, per Ankara la tentazione di trattare direttamente con Erbil e bypassare il governo federale potrebbe farsi forte.

La Turchia è comunque un socio inevitabile, di quell’aggiramento, perché gli idrocarburi non potrebbero che transitare sul suo territorio.

Ma più che una geopolitica si è rivelata una petromitologia, un realismo ingenuo. A partire dall’inizio del 2009 le fortune di questa strategia di “liberazione nazionale” incontrano una serie di rovesci, maturano nella società irachena e nelle liaison petrolifere una serie di tendenze che minano e fanno saltare uno dopo l’altro i capisaldi di quel progetto, formano un movimento a tenaglia sul Kurdistan iracheno.

La caduta di tensione del movimento confederalista e la perdita di coesione nell’asse con gli sciiti si manifesta con evidenza nelle elezioni politiche del marzo 2010, ma già nel gennaio del 2009 nella provincia di Ninive, territorio conteso e di fatto occupato dai peshmerga, gli arabo-sunniti portano a una schiacciante vittoria il partito al Hadba e la sua piattaforma politica esplicitamente revanchista e ostile ai Curdi. Nell’agosto dell’anno precedente, sempre in un territorio conteso, quello di Khanaquin, si era sfiorato il confronto militare tra forze del KRG e contingenti dell’esercito iracheno – la mediazione americana, supportata da una decisiva presenza militare sul campo, aveva evitato lo scontro. Kirkuk rimane un’altra pericolosissima faglia. Continua a leggere

Iraq, memorie del sottosuolo (parte seconda)

dove gli Sciiti esitano e i Curdi sperano

 

 

E dunque it’s the oil, stupid.

Eppure è stata una Beresina, se non una Waterloo, la presa americana delle risorse petrolifere della mesopotamia non c’è stata, non è riuscita. Si poteva anche ammettere il caos, il sangue nelle strade, il massacro continuo del regolamento di conti tra Sciiti e Sunniti, il fallimento totale della ricostruzione (ad oggi la continuità dell’erogazione di corrente nelle città è altamente problematica, per usare un understament), ma imponenti risorse militari sono sempre state destinate al controllo dell’infrastruttura petrolifera (giacimenti, oleodotti, terminal e porti). Continua a leggere

Iraq, memorie del sottosuolo (parte prima)

December 1st, 2010 Featured Trades: (IRAQI OIL), (SLB), (HAL), (BHI), (WFT)

Di cosa parliamo quando parliamo dell’Iraq?  Come sempre avviene per stati di incerta sovranità, teatri di conflitto aperto e sotterraneo, si tratta effettivamente più di rapporti di forza tra potenze, vicine e lontane. Di un Grande Gioco. Continua a leggere

qualche ipotesi sull’Iran (e sull’Arabia Saudita, e su Israele)

 

i post su Iran/Arabia Saudita hanno avuto una certa attenzione, come era anche immaginabile per un tema molto caldo, sotto i riflettori da diversi anni e che manda bagliori di guerra, se non di apocalisse nucleare. Tento di dare qualche risposta ai lettori, in particolare alle questioni poste da Giuseppe Ragonese.  Anche qua, come potete vedere, cherchez l’energie…

 

Precisiamo: l’Iran è una superpotenza energetica (in petrolio e gas), non un paese che ha bisogno di aiuti internazionali. E naturalmente questo vale a maggior ragione per i sauditi. Di per sè Teheran dispone, o potrebbe disporre, di risorse e strumenti per condizionare gli assetti mondiali, e del resto già la sua scelta di isolamento ha un impatto potente sugli equilibri geopolitici (l’adesione alle sanzioni di potenze come Cina e Russia, che hanno importanti interessi in Persia, non sarà nè gratuita nè scontata nel tempo). Considerato che nei piani di Obama non era contemplato un semplice appeasement Continua a leggere

Moises Naim (e siamo in due)

Naim, direttore di Foreign Policy e uno dei più noti opinionisti del villaggio globale, scrive oggi sul Sole24Ore

 «I nostri militari si svegliano, sognano, respirano, mangiano e dormono pensando alla minaccia iraniana. Non esiste altra minaccia convenzionale che meriti la programmazione, l’allenamento e l’armamento dei nostri militari. Non vi sono altri paesi nella regione che rappresentino per noi una minaccia: solo l’Iran. Per questo siamo molto interessati a impedire che l’Iran possa contare sulla tecnologia nucleare»

[…] Si tratta delle dichiarazioni di Yousef al-Otaiba, ambasciatore degli Emirati negli Stati Uniti. Al-Otaiba non è un diplomatico qualsiasi. Prima della sua nomina a Washington è stato per sette anni direttore degli Affari internazionali nella corte dell’emiro di Abu Dhabi e principale consigliere del generale Sheikh Mohamed bin Zayed al-Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi e vicecomandante supremo delle forze armate degli Emirati Arabi Uniti.
Senza dubbio al-Otaiba esprime più esplicitamente di altri la sua posizione nei confronti dell’Iran, ma la stessa è condivisa da numerose nazioni arabe. Pochi mesi fa un alto funzionario del governo saudita mi ha confermato a Riad che, per il proprio paese, la possibilità di un Iran con bombe atomiche rappresenta una minaccia incombente. E sensazioni simili si colgono facilmente nei circoli governativi di Egitto, Giordania e altri paesi del Medio Oriente.

e ancora

Ma la debolezza più marcata delle argomentazioni di Teheran risiede nel fatto che sarebbero gli altri paesi arabi a non riuscire a tollerare passivamente la presenza di un Iran nucleare. Il paradosso di questa situazione è che, nel corso dei decenni, il mondo arabo sunnita è stato disposto a convivere con Israele nel suo ruolo di potenza nucleare senza per questo essere stimolato a possedere esso stesso la bomba atomica. Diventa piuttosto una minaccia inaccettabile il fatto che siano i correligionari sciiti dell’Iran ad avere armi nucleari.
Il pericolo quindi non consiste solo nel possesso iraniano della bomba atomica, ma nel rischio di innescare una corsa nucleare in una delle regioni politicamente e militarmente più instabili del pianeta.

 

 

E’ il Rinascimento, bellezza

Rinascimento nel Deserto

no non è la nuova fiction raiset per l’estate, non ci sono bionde duchesse rapite nè avventurosi pirati.. ma qualche emiro lo si trova. E poi si tratta di un vero colossal, mica vivai di starlette per utilizzatori finali:  è che da un po’ di tempo, quando si parla di nucleare, del (fantomatico) revival dell’energia atomica, si trova sempre il modo di infilarci la retorica del “Rinascimento”. Astuta soluzione di marketing per venderci il fatto che negli Stati Uniti non si costruisce un reattore da più di  trent’ anni, mentre in Europa una simile stasi data dal 1986, e sembra che non usciremo dal medioevo atomico per un bel pezzo (forse mai), viste le enormi difficoltà e imprevisti e revisioni dell’impresa di Olkiluoto, in Finlandia.

Di film dunque se ne stanno facendo molti sul nucleare, per intrattenere il pubblico mentre il business procede – ieri sul sole24ore un formidabile dossier sulle meravigliose prospettive del nucleare italiano, sembra che l’atomo sia la pietra filosofale, la soluzione che porta con sè Lavoro, Ricerca, Indotto  (l’indotto! l’indotto!), la Crescita del Sud, il Federalismo, la Protezione dell’Ambiente, l’indipendenza energetica e anche una naturale e fluente Riscrescita sul Capo dei Calvi.

ma queste son commedie italiane. nel deserto si prepara un gran colossal, si mobilitano le majors americane. Come riferisce Oil, sito dell’Eni:

Washington – Le aziende americane Shaw Group e Exelon Nuclear Partners e la giapponese Toshiba hanno siglato un accordo per portare avanti progetti di centrali nucleari in Arabia Saudita. Lo afferma un comunicato congiunto pubblicato dal sito Business Newswire. Toshiba e Shaw si occuperanno del design e della costruzione degli impianti, mentre Exelon dei servizi correlati ai progetti. L’Arabia Saudita, così come molti altri stati del Golfo, ha iniziato i passi per la costruzione di centrali atomiche per far fronte alla crescita della popolazione e dell’economia. Nel business si sono ad esempio già lanciati gli Emirati Arabi Uniti, che hanno firmato un contratto da 20,4 miliardi di dollari con una compagnia sud coreana per la costruzione di 4 centrali. Attualmente l’Arabia Saudita utilizza il 75 per cento del petrolio prodotto per la produzione di elettricità, e sta pianificando di spendere 400 miliardi di dollari entro il 2013 per diversificare le fonti di energia.

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