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L’antidottrina Obama

I would prefer not to

Gli Usa dal paradigma Achab
alla dottrina Bartleby

Non c’è una dottrina Obama. E non ci sarà (presumibilmente). La grande
stampa anglosassone  parla di Reticent America (Financial Times), e
almeno dal discorso di accettazione del Nobel si aspettava uno statement più
netto sulle linee portanti di politica estera. Non si tratta neanche del
wilsoniano “parla piano, porta con te un grosso bastone”, quanto di un
rovesciamento, almeno parziale, delle logiche stesse della deterrenza, nel
nuovo contesto strategico. Una dottrina di politica estera e di sicurezza
nazionale è utile per esercitare un controllo implicito, non guerreggiato,
attraverso la dissuasione. Continua a leggere

Iraq, memorie del sottosuolo (parte prima)

December 1st, 2010 Featured Trades: (IRAQI OIL), (SLB), (HAL), (BHI), (WFT)

Di cosa parliamo quando parliamo dell’Iraq?  Come sempre avviene per stati di incerta sovranità, teatri di conflitto aperto e sotterraneo, si tratta effettivamente più di rapporti di forza tra potenze, vicine e lontane. Di un Grande Gioco. Continua a leggere

Rinascimento nel Deserto

no non è la nuova fiction raiset per l’estate, non ci sono bionde duchesse rapite nè avventurosi pirati.. ma qualche emiro lo si trova. E poi si tratta di un vero colossal, mica vivai di starlette per utilizzatori finali:  è che da un po’ di tempo, quando si parla di nucleare, del (fantomatico) revival dell’energia atomica, si trova sempre il modo di infilarci la retorica del “Rinascimento”. Astuta soluzione di marketing per venderci il fatto che negli Stati Uniti non si costruisce un reattore da più di  trent’ anni, mentre in Europa una simile stasi data dal 1986, e sembra che non usciremo dal medioevo atomico per un bel pezzo (forse mai), viste le enormi difficoltà e imprevisti e revisioni dell’impresa di Olkiluoto, in Finlandia.

Di film dunque se ne stanno facendo molti sul nucleare, per intrattenere il pubblico mentre il business procede – ieri sul sole24ore un formidabile dossier sulle meravigliose prospettive del nucleare italiano, sembra che l’atomo sia la pietra filosofale, la soluzione che porta con sè Lavoro, Ricerca, Indotto  (l’indotto! l’indotto!), la Crescita del Sud, il Federalismo, la Protezione dell’Ambiente, l’indipendenza energetica e anche una naturale e fluente Riscrescita sul Capo dei Calvi.

ma queste son commedie italiane. nel deserto si prepara un gran colossal, si mobilitano le majors americane. Come riferisce Oil, sito dell’Eni:

Washington – Le aziende americane Shaw Group e Exelon Nuclear Partners e la giapponese Toshiba hanno siglato un accordo per portare avanti progetti di centrali nucleari in Arabia Saudita. Lo afferma un comunicato congiunto pubblicato dal sito Business Newswire. Toshiba e Shaw si occuperanno del design e della costruzione degli impianti, mentre Exelon dei servizi correlati ai progetti. L’Arabia Saudita, così come molti altri stati del Golfo, ha iniziato i passi per la costruzione di centrali atomiche per far fronte alla crescita della popolazione e dell’economia. Nel business si sono ad esempio già lanciati gli Emirati Arabi Uniti, che hanno firmato un contratto da 20,4 miliardi di dollari con una compagnia sud coreana per la costruzione di 4 centrali. Attualmente l’Arabia Saudita utilizza il 75 per cento del petrolio prodotto per la produzione di elettricità, e sta pianificando di spendere 400 miliardi di dollari entro il 2013 per diversificare le fonti di energia.

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There will be blood (sì, ancora su Deepwater Horizon – terza parte)

Scorrerà sangue, stavolta. Lo hanno capito anche gli operatori finanziari, che continuano a fuggire da Bp, nonostante la capitalizzazione di borsa abbia già perso qualche decina di miliardi di dollari più dei costi stimati a carico della società (circa 103 mld di dollari, il 55% dal 20 aprile). Ma quei costi rimangono in realtà indefiniti, non circoscritti – a nulla serve, in questo senso, la costituzione del fondo da 20 mld di dollari preteso e ottenuto dal presidente Obama. Le “falle” da cui sfugge al controllo ogni tentativo di circoscrivere il carico complessivo sono diverse:

 

_ non si sa quando effettivamente la perdita verrà fermata, perché anche i pozzi di alleggerimento (relief well), attesi operativi per metà agosto, potrebbero fallire

 

 

_ è ancora tutto da verificare l’impatto sulla salute della popolazione negli stati costieri, e sulla catena alimentare: non si tratta solo del pesce e dei molluschi, pare si siano verificate piogge “petrolifere” e raccolti danneggiati (a causa però del Corexit, utilizzato per dissolvere/disperdere il petrolio)

 

_ la macchia potrebbe espandersi molto oltre la sua attuale estensione, e colpire altre aree costiere a grande distanza dall’”epicentro”, se dovesse entrare nel gorgo della Corrente del Golfo

 

_ il delta del Mississippi (le Wetlands) ha per gli stati del Golfo un valore enorme, per le funzioni che garantisce (protezione dagli uragani, sequestro CO2, controllo e purificazione delle acque, riserva biologica), la sua parziale devastazione coprirebbe un valore di per sé molto superiore all’intera capitalizzazione di Bp ante-deepwater Horizon (secondo la stima di sei economisti presentata su Solutions, è nel range di 34-670 mld dollari)

 

_ è da valutare l’impatto della stagione degli uragani, il danno ulteriore che un frullato di petrolio, Corexit (il composto chimico, estremamente inquinante, utilizzato per dissolvere-disperdere il petrolio in superficie) e acqua potrebbe portare alle coste Continua a leggere

La Cina spacca l’Occidente (augusta 28/09)

Conferenza Limes Club Augusta

 

La Cina Spacca l’Occidente

 

(relazione andrea caternolo)

 

 

Con il forum aperto su la Cina spacca l’Occidente inizia le sue attività il Club Limes di Augusta. I seminari e i dibattiti che l’associazione intende tenere col supporto dei giornalisti di Limes e di altri esperti qualificati si ripropongono di contribuire a una maturazione del dibattito politico e culturale. Si tratta di liberare l’attenzione pubblica e il confronto dal viluppo di chiacchera propagandistica e di fatua contrapposizione ideologica che distorce la percezione delle grandi questioni strategiche che il Paese si trova a fronteggiare. 

Questi problemi e tensioni di lungo periodo noi li consideriamo sotto un profilo quasi sconosciuto al panorama dei grandi media nazionali, quello geopolitico.

Si può trattare dell’ascesa di nuove aree economiche e relativa ridislocazione di rappporti di forza e rotte commerciali, equilibri e tensioni in campo energetico, rotte e implicazioni dell’emigrazione, rapporti euro-russi, prospettive di stabilizzazione per Afghanistan e Pakistan, questione iraniana – per elencare solo le più trattate in questo periodo dagli osservatori geopolitici.

Qual è l’ottica geopolitica? Non è questa la sede per definirla in senso scientifico, e d’altra parte chi seguirà i nostri dibattiti la vedrà effettivamente operare come forma di analisi e riflessione. Può essere utile una metafora, la geopolitica come una geologia umana che studia le grandi tensioni economiche, culturali, religiose e strategico-militari del pianeta, ne focalizza le faglie, le dorsali profonde su cui quell’energia si accumula e che preparano (non necessariamente attraverso drammatiche esplosioni) le grandi trasformazioni di domani, ridisegnano la mappa del mondo. La Sicilia viene ad essere attraversata direttamente da alcune di queste faglie.

Uno di questi movimenti profondi è sicuramente l’ascesa economica e politica della Cina. Le sue implicazioni sono miriade e di cruciale importanza per l’Europa e l’Italia, dal clima alla stabilizzazione dell’asia centrale (dove siamo direttamente coinvolti), dal contributo a una più rapida uscita dalla crisi alla competizione per energia e materie prime.

Su alcune di esse forse il ruolo cinese è anche sopravvalutato (si è forse troppo insistito sulla pressione della domanda cinese sul prezzo del petrolio), altre volte è sottovalutato. Molti di noi sanno che il trentennale boom dell’industria cinese, la sua sete di idrocarburi esercita una pressione sui prezzi dell’energia. Si è poi visto che questa spiegava solo in parte l’impazzimento dei prezzi petroliferi, in larga parte riassorbito, mentre la produzione cinese continua a galoppare. Pochi forse sanno che la Cina sta puntando decisamente anche sulle fonti rinnovabili, guadagna rapidamente posizioni tra i paesi che generano energia da eolico e solare fotovoltaico, e si sta dotando di una struttura industriale di tutto rispetto in questi settori, destinata in breve tempo a scalzare la Germania dal suo primato. Soprattutto, in questi anni lo sviluppo industriale è stato accompagnato da un costante miglioramento dei processi produttivi, che ne ha aumentato drasticamente l’efficienza energetica. Nonostante le sue gigantesche esternalità ambientali l’Impero di Mezzo è così il paese che più coerentemente sta realizzando il disegno di Obama, la creazione di una intera economia della sostenibilità.

 

A livello più politico, di relazioni internazionali, Pechino sembra aver metabolizzato il passaggio di status e responsabilità – se fino a un anno fa ancora declinava ogni responsabilità in materia di clima in quanto paese in via di sviluppo,  ora riconosce, con le dichiarazioni all’assemblea Onu, l’urgenza di muoversi verso il contenimento e poi la riduzione delle emissioni di gas serra. Questo d’altra parte dà agio alla dirigenza cinese per chiedere l’abbattimento delle restrizioni nordamericane al trasferimento di tecnologie avanzate, in particolare nei processi produttivi, per aumentarne l’efficienza e la sostenibilità. Washington è riluttante: il trasferimento tecnologico aprirebbe nuove possibilità alle politiche di sostenibilità, ma la competitività commerciale dell’industria cinese se ne avvantaggerebbe: meno energia significa meno costi, naturalmente.

 

I relatori naturalmente focalizzeranno su una parte di questo ampio spettro, in particolare appunto su una relazione privilegiata in costruzione tra Usa-Cina, che tende a ridimensionare lo storico tandem tra le due sponde dell’atlantico, a emarginare l’Europa. Uno sviluppo accelerato dalla crisi economico-finanziaria. La Cina esce per prima dalla recessione, o meglio sembra non esservi mai realmente caduta: la sconta con un semplice rallentamento dal consueto 10-11% di crescita al previsto 9-9.5% di quest’anno. Non è solo o tanto un fatto quantitativo: nel suo numero dedicato allo stupefacente rimbalzo asiatico, a metà agosto, l’Economist segnala come la ripresa cinese e dell’est Asia appaia solidamente costruita, dal momento che gli ingredienti fondamentali dello sviluppo (rapida crescita di produttività, mercati relativamente aperti, elevato tasso di risparmio) rimangono.

La cattiva notizia è che questo perdurante boom orientale difficilmente potrà trainare le economie euroamericane fuori dalla recessione: l’economia cinese rimane essenzialmente export driven, alimentata e (soprattutto) conformata dalle esportazioni. Si riconsoce naturalmente la necessità di un riequilibrio del sistema a favore del mercato interno, ma per ora questo significa essenzialmente puntare sulle infrastrutture, un settore che offre opportunità limitate all’export occidentale (se pure imprese tedesche e francesi operano proficuamente nel settore ferroviario, dell’alta velocità). Il rapporto col mercato statunitense  rimane di importanza fondamentale, è la simbiosi cinese, che pure ha avuto un suo ruolo nel preparare la deflagrazione economica del 2008-09. La Cina ha fatto a suo tempo scelte diverse, ad esempio dall’India – ha preferito da subito puntare all’integrazione con i ricchi e sofisticati mercati dell’occidente, questo ha dato un profilo ben definito all’economia e il riequilibrio implicherebbe una riconfigurazione del sistema produttivo: una economia aperta e focalizzata ormai anche su produzioni ad alta intensità di capitale e di tecnologie, è una economia difficilmente sostituibile  negli equilibri globali, è un sistema che crea (inter)dipendenze, una posizione di rilievo geopolitico appunto. E’ evidente dunque che il modello di sviluppo cinese non è intercambiabile, porta con sè scelte di lungo periodo e non solo di natura economica, sociale e finanziaria.

 

Presentando la conferenza-dibattito mi permetto però di segnalare almeno due profili di più diretto interesse per la Sicilia:

_ l’impetuoso sviluppo economico cinese ed estremo orientale significa evidentemente ridislocazione delle grandi rotte commerciali.  Se prima l’Atlantico era anche in questo senso  il centro del mondo ora assistiamo all’ascesa del Pacifico,  ma il corollario è la nuova centralità del Mediterraneo, con la Sicilia che potrebbe diventare uno hub, uno snodo nevralgico dei flussi commerciali con l’Asia.

_ Pechino si muove rapidamente e con grande efficacia in Africa, coltiva in particolare (ma non solo) la sua parte subasahariana stabilendo una fitta rete di rapporti commerciali, energetici, e di investimento diretto. La Cina non guarda alla qualità dei governi e al rispetto dei diritti umani, può fare affari con governi democratici e con violente dittature, perfino con paesi in condizioni di guerra civile. Il meccanismo contempla uno scambio energia contro infrastruture: i cinesi si garantiscono forniture di lungo periodo di gas, petrolio e materie prime e per parte loro costruiscono porti, ferrovie, scuole, ospedali, centrali elettriche e linee di distribuzione. Tutto quanto può innescare e poi sostenere una vera industrializzazione del continente. Così il protagonismo cinese da un lato spiazza  le diverse e concorrenziali direttive di investimento europee, dall’altro si pone come motore di sviluppo economico, e – in prospettiva – di stabilizzazione politica. Con ricadute di medio periodo su flussi migratorii e pressione demografica verso la sponda nord del mediterraneo.

 

 

Questo per intendere che, se pure sembra che si parli di massimi sistemi, non si tratta di osservare i movimenti celesti.